Letteratura e maremoti

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Nel 1907 l’Italia letteraria aveva subito un lutto gravissimo: era morto Giosuè Carducci, che aveva conseguito il Nobel per la Letteratura due anni prima. Era il poeta della nuova Italia. il tempo vola, ma bastò solo un anno e si abbatte sull’Italia quel grande cataclisma naturale, il più drammatico che l’Italia abbia subito.

È dicembre e il terribile maremoto-terremoto distrugge Messina e Reggio Calabria. Chi avrebbe dovuto soccorrere quelle genti martoriate non c’era. Anche se con il tempo si è sempre più parlato della solidarietà di tutte le città italiane, trascurando i ritardi, in realtà la flotta da guerra italiana era al largo, non si avvicinava e molti siciliani cercavano il porto di Messina. L’ultima cosa che si dovrebbe fare in caso di maremoto.

Per fortuna in quei giorni vi era, nelle acque del mar di Sicilia, in visita di cortesia, una squadra navale russa. Così tre delle nove navi russe, mentre la flotta italiana rimaneva al largo, sull’ammiraglia russa c’era il Granduca Dimitri, il comandante, nipote dello zar Nicola II, sfidando la violenza della natura, raggiunsero il molo del porto di Messina. Misero in salvo duemila messinesi, portandoli nei centri di raccolta di Napoli.

Non furono le sole navi straniere. Di lì a poco il terremoto di Messina diveniva una grande prova di Europa e di unità. Per la prima volta, seppure tardivamente, la mobilitazione di ogni città e regione italiana, ma soprattutto delle diverse nazioni europee, nonché di altri continenti, ci furono interventi concreti, con varie forme di assistenza diretta sui luoghi della tragedia e nella raccolta di fondi e beni per i sopravvissuti.

Certo, le disfunzioni non mancarono e gli interventi di Grazia Deledda e Zanotti Bianco furono determinanti per aprire le coscienze.

Si notarono la Gran Bretagna: i primi marinai a sbarcare a Messina sotto le macerie furono il capitano Owen e cinque marinai del mercantile Afonwen, con l’equipaggio del vapore Ebro, che si prodigarono per mettere in salvo molti feriti.

 

Lo fecero anche altri mercantili inglesi: Mariner, Drake, Chesapeake, Ophir, Vito, Cretic e le navi da guerra Sutlej e Boxer, di stanza ad Agusta.

Furono allestiti dagli inglesi i primi ospedali da campo e raccolta viveri. I feriti furono trasportati a Siracusa. In seguito arrivarono gli incrociatori Minerve, Exmouth, Lancaster, Aboukir. Nella sola Londra si raccolse la somma di 140.000 sterline.

La Francia intervenne con sedici unità per un complessivo di duemilacinquecento uomini. Si notarono le navi di linea Justice e Veritè da Tolone, scortate da due torpedinieri. Soccorsero i paesi della riviera tra Messina e Torre Faro. Il Dunois distaccato da Biserta raggiunse la costa calabrese. Gli incrociatori protetti Fanfare e Carquiois portarono viveri, medicinali, legname da costruzione.

La Danimarca giunse con due navi: Heymdal e Thor. Il 5 gennaio 1909 e sino all’8 si prodigarono sia sulla costa calabra che nella costa ionica, tra Messina e Taormina. L’impero austro-ungarico aderì con i volontari della Società viennese di soccorso e della Società viennese per le cucine popolari.

Portarono razioni di cibo ai profughi messinesi ospitati a Catania. Potenti furono gli interventi delle navi della marina mercantile ungherese e delle navi asburgiche Zringi, Nagy Lajos, Matcecovitz, dei piroscafi Andrassy e Olga. Non mancò la Grecia, con la nave Sfacteria che giunse a Messina e consegnò a Catania i soccorsi inviati dal governo greco. La Spagna intervenne con la nave Principesa De Asturias. Sbarcò a Milazzo cento tende e quarantacinquemila razioni di cibo.

Il Catulana venne trasformato in nave ospedale dal marchese di Comillas: trecentocinquanta posti letto per il trasporto degli orfani. Il Portogallo intervenne con l’incrociatore Vasco De Gama, scaricando indumenti e viveri. Da più lontano giunsero altre navi: dalle navi della Marina statunitense Culgoa, Connecticut, Ilinois, e dal vapore della Croce rossa Americana Bayern fu portato cibo e materiale di soccorso.

Efficace fu l’opera del console Cutting Jr, padre della scrittrice Iris Origo. Con legname trasportato dalle navi della Marina statunitense si realizzò il Villaggio americano di Messina: tremila casette nella zona Moselle. Da segnalare con speciale attenzione fu l’intervento tedesco. Molti intellettuali e artisti fecero pervenire messaggi di solidarietà. Vennero inseriti nell’album Messina e Reggio.

Adesso si trovano nel fondo Canady della Harvard University e pubblicati in parte nel libro Il dolore condiviso. Qualche nome: il filosofo Frank Funk Brentano, il saggista e commediografo Otto Ernst, il poeta Ludwig Fulda, il linguista Paul Von Heyse, Hermann Hesse che poi venne insignito del premio Nobel. Particolarmente rilevanti contributi fotografici di tedeschi.

Segnaliamo l’interesse del barone e fotografo Wilhelm Von Gloeden: da Taormina, dove viveva, si spostò a Messina per realizzare un reportage della città sotto le macerie. Esistono ancora stampe all’albumina del consolato americano di Messina ridotto a macerie e tante altre. Si trovano al Fondo Alinari.

Rilevanti anche le foto furono scattate da Emil Schmick, un marinaio, donate al comune di Messina. Da ricordare anche che l’unica copia ancora esistente del film ambientato tra le rovine del terremoto di Messina, L’orfanella di Messina, realizzato dalla casa di produzione Ambrosio, di Torino, musicato dal Maestro Ennio Morricone per il Messina Film Festival del 1999, è la copia tedesca presente presso la Stiftung Deutsche Kinemateken di Berlino, titolata Die Waise von Messina.

Per comprendere quanto in Germania fosse profondamente sentito il dramma nello Stretto, basti pensare che la breve pellicola, presentata nei cinema con didascalie in tedesco, venne pubblicizzata su Der Kinematograph di Dusseldorf già nel mese di aprile del 1909.

Sul piano delgi aiuti materiali: rilevante fu il ruolo della Marina tedesca. Furono anche donate abitazioni in legno sia a Palermo che a Messina da parte del Kaiser Guglielmo II. D’altronde, lo stesso Goethe aveva dato avvio alla diffusione internazionale del mito siciliano e alla divulgazione delle leggende connesse allo Stretto di Messina cantate da Schiller.

 

Lamento per il sud
Salvatore Quasimodo


La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

 

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