Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Tra riforma protestante e controriforma (1)

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Le cause del movimento protestante del XVI secolo sono molteplici e quindi non riconducibili ad un fattore unico. Innanzitutto la personalità del protagonista religioso del movimento: Martin Lutero. Egli non è nè un riformatore religioso-sociale sul modello del nostro Savonarola né un umanista sul modello di Erasmo.

Egli è fondamentalmente un monaco agostiniano di stampo medievale a cui interessa il dramma della coscienza religiosa individuale  gettata nell’abisso del peccato.

La sofferta esperienza religiosa di Lutero non incide né vuole incidere in modo specifico sul terreno politico e sociale che gli resta fondamentalmente estraneo nella più pura e medioevale tradizione agostiniana: lo Stato non è che un rimedio inadeguato alle effimere contingenze umane.

La sua dottrina della giustificazione per fede parte anche da questi presupposti specifici e particolari;  malgrado il suo autore, incide  anche sul terreno delle strutture ecclesiastiche ,  temporali e politico-economiche. La giustificazione per fede è in netta antitesi alla dottrina cattolica della giustificazione per opere.

La teologia cattolica non esclude certamente la grazia per fede, ma finisce col privilegiare il “momento” delle opere. Il buon cristiano può conquistarsi uno “sconto” rilevante sulle sue pene purgatoriali attraverso la pratica delle indulgenze. Pagando un certo obolo a “Pietro”, cioè alla Curia papale di Roma, il buon cristiano può emendare la sua anima peccatrice. Indubbiamente la pratica “romana” delle indulgenze è uno scandalo dal punto di vista di una corretta impostazione teologica ed etica, ma essa  è  ancora più inaccettabile e disgustosa in Germania dove addirittura la pratica delle indulgenze diventa un affare per parecchi principi territoriali e per la potente famiglia finanziaria  dei Fugger.

 

La Curia papale concede l’appalto della riscossione delle indulgenze ai Fugger e grosse percentuali vanno anche ai principi tedeschi. Così una rilevante quota della ricchezza prodotta in Germania prende la via di  Roma. D’altra parte i beni ecclesiastici, soprattutto il patrimonio fondiario della Chiesa, suscitano nell’opinione pubblica della Germania sentimenti di ostilità nei confronti della Santa Sede che fa confluire tutto il ricavato delle rendite ecclesiastiche germaniche a Roma. Il Rinascimento italiano e poi europeo introduce anche in Germania i germi di una critica religiosa ed ecclesiastica.Anche in Germania si fa ogni  giorno più pressante l’esigenza di una riforma morale del clero, si ricercano con sempre maggiore interesse le fonti originarie della Bibbia, la filologia umanistica insegna ai tedeschi ad avvicinarsi ai testi evangelici con la mente sgombra da pregiudizi e da dogmi.

I fermenti religiosi ed  ereticali del ‘300 e del ‘400 spingono la riforma del clero e delle strutture ecclesiastiche sul terreno di una critica politica e sociale sempre più agguerrita e penetrante.

L’esclusione dei principi territoriali tedeschi dai benefici e dalle rendite dei beni ecclesiastici accresce da anni il malcontento delle nobiltà che non nasconde ormai le sue mire su questo ingente patrimonio fondiario.

Non meno interessati alla ricomposizione proprietaria del latifondo ecclesiastico sono i cavalieri, quella grande massa di piccola nobiltà impoverita alla ricerca frenetica di rendite feudali. I cavalieri, tra l’altro più degli stessi principi territoriali, sono falcidiati dall’inflazione messa in moto soprattutto dal grande afflusso di oro americano e argento austriaco. Essi , quindi ,  scorgono nelle rendite ecclesiastiche la loro salvezza finanziaria e una solida condizione di partenza per una possibile politica di più avanzata autonomia nazionale. Mai più radicali e combattivi in questo generale sommovimento delle classi sociali sono i contadini tedeschi. Essi, più di tutti, pagano il prezzo della crisi inflazionistica che attraversa l’Europa. Il loro analfabetismo li rende più facile preda della propaganda e della pratica romana delle indulgenze.

Tra essi si sviluppa e si diffonde il verbo anabattista che va al di là della richiesta della ridistribuzione fondiaria dei beni ecclesiastici. Il movimento anabattista dei contadini tedeschi sconvolge alla radice l’assetto proprietario non solo della Chiesa romana, ma anche quello dei principi territoriali. Quella dei contadini anabattisti è una rivoluzione sociale dai contorni religiosi apocalittici e palingenetici. Le richieste sociali degli anabattisti sono di stampo comunistico. A  questo punto la critica religiosa e sociale e radicale del movimento anabattista colpisce anche gli interessi  commerciali e manifatturieri della borghesia delle città tedesche.

Le tesi di Martin Lutero del 1517 non solo contestano il magistero papale e la tradizione  cattolica consolidata, ma chiamano in causa anche i principi territoriali nella lotta antipapale.

Le richieste dei cavalieri urtano contro gli interessi dei principi che non vogliono spartire i beni ecclesiastici con la piccola nobiltà spossessata di feudi e impoverita dall’inflazione. Essi sono sconfitti e ridotti all’impotenza. Contro i contadini anabattisti la reazione dei principi è ancora più dura  e feroce.

Essa trova anche l’appoggio di Lutero che non può tollerare lo sconvolgimento dell’ordine sociale e gerarchico .

Il protestantesimo luterano accetta il potere dei principi anche quando sia oppressivo. Inoltre non riesce a organizzare una robusta e consolidata struttura ecclesiastica e politica alternativa alla Chiesa cattolica tale da sostenere il ritorno offensivo della Controriforma cattolica e romana.

 

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