Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Antonella sta meglio con i vivi

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La Luce della Verità, ad Antonella Orefice, scatto Alessia e Michela OrlandoNel pomeriggio del 13 giugno 2012, era traslucido il mare del golfo di Napoli, visto da Cuma. Aveva ed ha ancora il fascino della storia che ha tracciato solchi nella potenza di quelle acque profonde. Traslucidi erano gli sguardi di Antonella Orefice e di Gerardo Marotta, ammirati assieme alla presentazione ufficiale del libro Mariano D’Ayala – Il Pantheon dei maritiri del 1799, appunto di Antonella Orefice (prefazione Henry J. Woodcock), presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Palazzo Serra di Cassano.

Scrive Laura Silvani nel Nuovo Monitore Napoletano, a resoconto scrupoloso dell’evento: «Dura, vera e combattiva, l’Autrice non ha tradito la sua naturale modestia, raccontando con parole chiare, semplici ed indimenticabili la storia del prezioso documento ritrovato, percorrendo le tappe di una vita consumata nelle silenziose stanze degli archivi, lontana dal presente, immersa in quello che lei stessa definisce “un passato lontano ma mai dimenticato”, recuperando i pezzi del suo cuore: gli amici del 1799».

Laura Silvani segnala, altresì, come Antonella abbia parlato del D’Ayala interpellandolo per nome: quel Mariano detto dalla sua voce intensa e roca quanto basti per trascinarti negli strati profondi della coscienza, dove si annidano i sentimenti veri, i grandi amori, deve essere risuonato nella meravigliosa sala, dove si è celebrato l’evento, come una ulteriore pennellata di eleganza, di finezza tutta napoletana, di amore viscerale, quello cantato da mille indimenticabili canzoni.

La immaginiamo Antonella Orefice. È intenta a porre in essere le consuete azioni, quelle necessarie per una ricerca che sia potenzialmente fruttifera. Forse ella, come fa un rabdomante alla ricerca della falda acquifera, è andata alla ricerca di sé stessa, per anni. Nessun rabdomante ha mai trovato l’acqua senza conoscere l’ambiente, senza raccogliere indizi, per dedurre circostanze rilevanti e, con l’ausilio del subconscio, imprimere all’asticella i movimenti adeguati per la scoperta della fonte di vita. La ricerca: declinazioni infinite, per soddisfare un bisogno che può assumere mille contorni.

Quando si tratti di ricerca scientifica, destinata alla individuazione di strumenti capaci di gettare luce di verità su fatti storici e su persone, si chiamano a raccolta tutte le energie possibili: la competenza acquisita e l’intuito, il senso di sacrificio, il coraggio di interpellare altri … I risultati dipendono anche dai luoghi in cui ti trovi, da quelli che puoi facilmente raggiungere, dalle condizioni economiche.

Sono, queste ultime, incapaci di soddisfare esigenze connesse alle prime. Napoli fa storia a sé. Ricercare in questa grande capitale della cultura, fosse anche per trarne un beneficio mentale – fisico, non è difficile, sempre che siano presenti i primi presupposti. Non è difficile, ma non è mai facile. È la stessa situazione che ha raccontato Edoardo Bennato nella canzone regalata a Loredana Bertè:

Ma quale musica leggera … Da bambina / Il mondo mi sembrava
Una vetrina / Già mi vedevo in passerella / Ed io sfilavo / Ero la più bella / Che vuoi fare? / O la cantante / O la ballerina / Mia madre mi diceva / Frena, frena, frena / Con la fantasia… / Da bambina / Dal regno delle fiabe dei limoni / Già mi vedevo che venivo fuori / Per fare la regina / Che vuoi fare? / Prendere tutto il bene tutto il male / E quando più il successo si avvicina / Che è tutto da rifare / Ma quale musica leggera / Questa è una musica che pesa …


Ecco: la ricerca pesa sempre, si tratti o no di cercare il vero, l’ineccepibile al di là dei risultati. Ove mai ci fossero si perderebbe solo tempo: nessuno riconoscerà i sacrifici. Per fortuna, però, a Napoli, ovunque si vada, dalle biblioteche all’Archivio di Stato, la Storia con la maiuscola diventa un fatto palpabile, come se il tempo si fosse fermato. Si provi ad andare alla Biblioteca Bruno Molajoli, a Castel Sant’Elmo, il cui personale ringraziamo ogni volta che ci sia possibile farlo. Si cerchi, a esempio, un libro che parli del grandissimo napoletano Gian Lorenzo Bernini. Se ne troveranno tanti, anche in Francese, e si farà a piè pari un salto nel tempo, ancorandosi alla Napoli in cui Gian Lorenzo mosse i primi passi, ai vicoli scostumati dove apprese l’arte del sapersi indignare. Indignare: se le parole hanno davvero un senso, è quello che ha fatto Antonella Orefice pronunciando la durissima frase: «Sto meglio tra i morti che con i vivi!»


Ha avuto il senso di un monito secco, di un richiamo a esserci, a partecipare. È una bacchettata a chi vive qui e ora. Potrà trattarsi di caricarsi di responsabilità di ricerca, come anche, finalmente, mettere a fuoco la necessità di chiarezza di analisi del contemporaneo. Leggiamo e rileggiamo l’articolo già segnalato, Antonella Orefice: la modestia è la forza dei grandi in Il Nuovo Monitore Napoletano. Si gioca ancora sulla dimensione Tempo, lasciandola erompere nel petto di una napoletana a tutto tondo. Noi preferiamo pensare che il tempo dentro la coscienza di Antonella Orefice non sia trascorso, che Antonella non sia andata incontro al suo passato e ai suoi eroi.

Noi preferiamo pensare che nulla sia ancora accaduto. Noi siamo state con lei, senza esserci fisicamente; lei è stata ed è con loro, con i martiri del 1799, giacché nulla è ancora accaduto, visto che la coltre del tempo, l’incuria degli uomini, non sono bastati a farli dimenticare. Antonella, dunque, non sta meglio con i morti. Lei sta bene con la memoria storica di una Napoli colta, quella incarnata in Gerardo Marotta, attivissima e orientata verso il futuro con capacità di incavolarsi.

Antonella sta meglio con i vivi ed è ancora adesso la bambina che scarpinava negli stessi vicoli di sempre, quelli di tutti, quelli di chi ancora non è nato, ma nascerà in una Napoli che è sempre più nuova e variegata di quanto si immagini e si sappia raccontare. La immaginiamo, in un fotogramma solo, magari ritratta in una foto che ha subito il viraggio seppia, così come immaginiamo Gian Lorenzo. Ne vediamo i volti infantili eppure identici a sé stessi da grandi e anche dopo, quando il tempo avrà segnato la carne, perché così accade quando si ha una personalità forte, quando si sa quel che si farà decenni dopo. Il suo volto è nobile. La sua voce è arrochita e comunica trascinando in ogni parola l’ardore del suo amore profondo.

 

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