Filippo Caracciolo di Castagneto (1903-1965)

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Filippo Caracciolo di Castagneto, di nobile origine, della famiglia alla quale appartenne uno dei martiri della Repubblica Napoletana del 1799, l'ammiraglio Francesco Caracciolo, nacque a Napoli il 4 marzo 1903. Laureatosi in Scienze Economiche e Commerciali, nel 1934 entrò al Ministero degli Affari Esteri, ricoprendo incarichi diplomatici in Turchia, in Svizzera ed a Strasburgo.

Aderì al Partito d’Azione, divenendone esponente di primo piano.


Nel 1944 fu eletto segretario della Giunta Esecutiva permanente scaturita dal Congresso di Bari dei Comitati di Liberazione Nazionale e nell'aprile dello stesso anno assunse la carica di sottosegretario nel secondo governo Badoglio.


Dal 1949 al 1954 fu segretario Generale aggiunto del Consiglio d'Europa.


Fu anche presidente dell’ACI e di ‘Italia nostra’


Morì improvvisamente a Napoli il 16 luglio 1965.


Sposato con Margaret Clarke, statunitense, ebbe tre figli: Carlo, presidente del Gruppo editoriale ‘L’Espresso’’La Repubblica’, Marella, moglie di Giovanni Agnelli, Nicola, giornalista, studioso di storia contemporanea e autore televisivo.


Svolse anche un'intensa attività pubblicistica e letteraria; nella narrativa, fu apprezzato autore di ‘I canti di ognuno’, ‘Il passaggio d'Irene’, ‘I trionfi’, ‘Il vivaio’.

E’ autore del fondamentale e prezioso ‘Diario di Napoli 1943-1944, riedito nel 1992 da Passigli editore, Firenze, pp.200, con prefazione di Sergio Romano.

Filippo Caracciolo fu testimone privilegiato degli avvenimenti italiani dal settembre 1943 al giugno 1944, dall'armistizio alla formazione del governo Bonomi. Traversata infatti l'Italia dalla frontiera svizzera tra l'8 e il 10 settembre 1943, fu a Roma il giorno dello scontro di Porta San Paolo tra nazisti e esercito e popolo, a Napoli il 29 settembre, quando scoppiò la rivolta popolare contro i tedeschi, a Bari il 28 gennaio 1944 al Congresso dei Comitati di Liberazione Nazionale, che segnò la ripresa della vita politica democratica.

Al ‘Diario’ citato il Caracciolo premise nel 1962 una preziosa ‘Introduzione’, dalla quale sono riprese le pagine che seguono.

“…La maturazione e la soluzione dei problemi fondamentali, il problema della sopravvivenza e quello della libertà, non possono immaginarsi che in funzione di una nuova politica e di una nuova morale pubblica.

La nostra valutazione dell'uomo di stato deve allontanarsi dal quadro delle sue qualità più specificamente ancestrali ed animali, per appoggiarsi a quelle umane e cristiane. Il metro del giudizio non deve quindi essere la furbizia, la capacità di ingannare e di sopraffare, il disprezzo della vita, della dignità umana, ma la fedeltà al valore ideale dell'uomo, la fede nella sua misteriosa capacità di perfezionamento e di ascensione.
Questa valutazione tuttavia non si può raggiungere senza una dedizione appassionata e costante alla stessa fedeltà.

In questo senso i valori affermati dagli uomini più rappresentativi della nostra Resistenza sono fondamentali. Come fondamentale è il fenomeno stesso della Resistenza, scaturito dalle più intime fonti del Risorgimento.

E mi riferisco ai valori specificamente rappresentati dal Partito d'Azione. La Resistenza dei comunisti infatti per quanto efficace rispondeva a motivi diversi, a discipline diverse, ad altre corrispondenze ideali.

Questi valori dunque affluiti dal cuore stesso del Risorgimento, affini alle più profonde aspirazioni di tutti gli altri popoli, aderenti al filone più strettamente umano del divenire storico sono tanto più impegnativi e preziosi, in quanto sono stati avvalorati dalla testimonianza della prigione e della tortura, del sangue versato e d'infinite altre sofferenze. Essi sono inoltre terribilmente vivi ed attuali.

L'Italia, durante questo dopoguerra, ha progredito lungo la strada giusta. Essa ha tenuto fede sia pure fiaccamente alle istituzioni democratiche sancite dalla Costituzione del 1947, ha operato sia pure tentennando in favore dell'Unione Europea, che è il problema più urgente e più vitale del nostro continente, ha svolto almeno tendenzialmente una politica di giustizia sociale e regionale.

Abbiamo dunque oggi la coscienza di vivere in una comunità politica, che, pure attraverso infinite difficoltà, crudeltà, remore e contraddizioni di ogni genere, evolve apparentemente nella direzione migliore. Dove, non dico che i motivi ideali del progresso politico siano affermati o prevalenti, ma dove si può almeno liberamente lottare per essi.

Ciò tuttavia è insufficiente.

Malgrado il progresso civile, malgrado il progresso economico, si avverte oggi un sentimento diffuso di malcontento e di disagio.

La lotta politica si svolge secondo formule logore che male aderiscono alla realtà. Un divario crescente si afferma fra la teoria e la sostanza del potere.

Il Parlamento, che secondo la Costituzione dovrebbe essere centro e fonte di ogni autorità è ridotto a poco più di una camera di registrazione. Le crisi e le formazioni di governo avvengono prevalentemente per motivi che gli sono estranei. I suoi poteri sono in massima parte deviati da un regime di partiti tanto potenti quanto irresponsabili.

I partiti difatti agiscono ai margini della legalità costituzionale in una zona di penombra. Che legge regola la sfera della loro competenza, la legittimità della loro azione?
Che istituto controlla la genuinità della loro vita democratica interna, le fonti oscure dei loro finanziamenti?

E che dire dei sindacati?
Del loro enorme ed irresponsabile potere.

Qui non si vuole disconoscere la funzione di partiti, sindacati ed altri organismi nella vita di uno Stato moderno. Si vuole semplicemente affermare il divario crescente in Italia fra le apparenze e la realtà del potere. La necessità di risolvere costituzionalmente questa disfunzione. Avvicinare cioè il potere legale al potere reale e sopratutto non consentire il potere disgiunto dalie responsabilità. In caso contrario le conseguenze potrebbero rivelarsi funeste, tali da compromettere i buoni risultati raggiunti ed il retto cammino del futuro.

Se ne vedono già i segni nella corruzione dilagante e nella decadenza delle funzioni statali. C'è una crisi delle forze armate, una crisi della magistratura, una crisi, e gravissima, della pubblica istruzione. I ministeri non riescono più a reclutare i funzionari di cui abbisognano.

Ma v'è di peggio: vittime forse del marasma incombente, le nostre classi dirigenti sembrano aver perso il gusto e la capacità del governo, quel coraggio delle proprie opinioni e quella volontà che è l'anima stessa del potere.

Le situazioni difficili non vengono affrontate o risolte, ma invischiate ed affogate nel gergo di strane logomachie, come chiocciole nella loro bava.

Ciò non può indefinitamente durare.

 

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