La rivoluzione inglese, le forme dell'impossibile

Categoria principale: Storia
Categoria: Dalla Storia antica al XVII sec.
Creato Venerdì, 20 Aprile 2012 13:12
Ultima modifica il Lunedì, 26 Agosto 2013 12:19
Pubblicato Venerdì, 20 Aprile 2012 13:12
Scritto da Gennaro Tedesco
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La situazione dell’Inghilterra nel XVII secolo è esplosiva. Da una parte troviamo una aristocrazia, una corte, un re, una Chiesa anglicana e una parte di borghesia esclusiva detentrice di privilegi e monopoli commerciali: essi non aspirano ad altro se non a consolidare il loro potere sulla nazione. Dall’altra parte lo schieramento puritano non meno desideroso di scompaginare questo sistema di potere consolidato.

All’interno del vasto e articolato schieramento puritano calvinista si possono distinguere i severi puritani ligi alla dottrina monolitica del calvinismo più autoritario, gli indipendenti più tolleranti e disposti ad accettare un qualche genere di coesistenza pacifica con i gruppi dissidenti e settari, battisti e livellatori, propensi ad estendere ed intensificare la libertà religiosa. I livellatori addirittura trasferiscono la libertà religiosa sul terreno politico, i “veri livellatori” sul terreno economico.

Il re d’Inghilterra Carlo I accentra sempre di più il suo potere attraverso la “longa manus” dei vescovi anglicani che controllano le parrocchie  e vegliano sull’ortodossia religiosa dei fedeli e sudditi del Regno. La corruzione della corte,del re e dei vescovi anglicani accresce il malcontento dei puritani che vedono nella rigida e centralistica politica ecclesiastica del re un ritorno a posizioni cattoliche.

La stessa politica estera del re e della corte inglese è sempre più favorevole alla Spagna assolutista, monarchica, cattolica e controriformista. Al contrario i puritani inglesi si sentono sempre più legati  ai calvinisti dei Paesi Bassi.

Il Parlamento inglese rifiuta di obbedire a Carlo I, non vuole finanziare più le sue spese militari, che sembrano indirizzate ad esclusivo vantaggio della Spagna, che rappresenta il prezzo che gli Inglesi pagano alla loro politica di solidarietà alla Spagna.

L’aristocrazia inglese rimane anglicana e realista: i suoi interessi si intrecciano con quelli del re, della corte e della Chiesa anglicana. Il monopolio politico e religioso del re salvaguarda gli interessi fondiari  e in parte commerciali dell’aristocrazia.

L’eventuale consolidamento della monarchia inglese in senso assolutistico non solo difende gli interessi fondiari dell’aristocrazia, ma anche quelli della grande borghesia commerciale legata a filo doppio al sistema feudale inglese. Il grande capitale commerciale inglese vive e si sviluppa all’ombra della protezione  monarchica.

I privilegi e il monopolio commerciale che la corte accorda a quelli che spesso sono anche i suoi finanziatori e fornitori sono tali da creare un vero e proprio sistema che viene definito mercantilistico. La politica mercantilistica significa sostenere una borghesia commerciale assimilata al sistema feudale.

Il capitale commerciale sottopone al suo esclusivo controllo il mondo della produzione: il re inglese  ha bisogno di armi e forniture standardizzate che solo le manifatture e l’organizzazione del lavoro artigiano possono dare. Non è il produttore che controlla il commercio ma è il capitale del commerciante che controlla il lavoro dei produttori, siano essi piccoli e medi artigiani o salariati delle nuove manifatture.

Contro questo monopolio politico, religioso ed economico si ribellano i puritani dietro cui sta tutta la massa dei piccoli e medi commercianti, dei piccoli e medi artigiani, dei piccoli e medi coltivatori agricoli esclusi dai benefici e privilegi del sistema mercantilistico inglese.

Lo scontro tra lo schieramento realista, anglicano, aristocratico e mercantilista e lo schieramento puritano dei liberi produttori angariati anche da un apparato fiscale nettamente sfavorevole ad essi è inevitabile. I puritani, dopo non poche difficoltà, impongono il loro predominio. Ma la sconfitta dei realisti anglicani apre una crisi densa di prospettive drammatiche e contraddittorie: si opera una frattura nel movimento rivoluzionario puritano. Da una parte la destra religiosa e politica dei presbiteriani e dall’altra gli indipendenti dell’esercito di nuovo modello creato da Cromwell e gli “agitatori ” livellatori.

Il centralismo religioso e politico della destra presbiteriana urta contro le idee di tolleranza religiosa degli indipendenti di Cromwell e ancora di più urta contro le più radicali posizioni religiose e politiche dei livellatori che non vogliono ritornare a un dominio autoritario nel campo ecclesiastico che significherebbe un ritorno alla Chiesa unica di stampo anglicano ,o peggio ancora, cattolico. I livellatori scorgono nei presbiteriani i nuovi preti, i costruttori di un nuovo sistema repressivo e oppressivo nei confronti della libertà religiosa e quindi politica.

Eliminata la destra presbiteriana, Cromwell ritiene di dover mettere a tacere le troppo radicali posizioni religiose e politiche dei livellatori che tra l’altro sono addirittura scavalcati “a sinistra” dall’avvento dei “nuovi livellatori” che rivendicano interventi socialistici per una limitazione  dei diritti della proprietà privata.

Cromwell, fautore di una libertà religiosa più tollerata che garantita, di fronte a quelli che ritiene esiti anarchici del processo rivoluzionario, non esita a colpire i livellatori che gli sembrano mettere in discussione gli stessi principi della proprietà privata.