Una lezione di anatomia della morte (Von Hagens a Napoli)

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Napoli ha sempre avuto un forte legame con il mondo dei morti, anzi il mondo dei morti è sempre stato dentro Napoli... sotto per la precisione (nelle chiese, nelle catacombe, nei cimiteri urbani ed extraurbani). Una parte del suo mito fondatore è una sirena spiaggiata che marcisce; quarant'anni prima dell'editto di St. Cloud l'architetto Fuga capì nell'ideazione delle 366 Fosse che i cimiteri dovevano essere messi fuori dalle mura urbane, e del resto le numerose epidemie di peste, colera e febbri avevano insegnato a Napoli che la morte era più vicina, specialmente entro le strette mura.

Nei periodi di epidemia si seppelliva extra-moenia, e di corsa (lo Sportiglione di Santa Maria del Pianto, le Fontanelle della Sanità) ma i nobili e chi poteva permetterselo, restavano a farsi seppellire nelle chiese cittadine, nelle sicure terrasante.

Se si pensa che il Principe di San Severo aveva costruito le due macchine anatomiche e che la magia dell'eterno Purgatorio è ad ogni crocicchio di strada di quella che è la “città dei sangui” che  sorreggono le buone sorti di ogni cosa, si percepisce la dimensione contigua che vita e morte hanno sempre avuto a Napoli.

Tra rituali di “refrisco” alle “capuzzelle” e messe solenni, si è sempre urbanamente consumato, e non solo a livello popolare, quel passaggio «durante il quale tra i vivi e i morti si stabiliscono forti relazioni e che si concludono con la seconda sepoltura che sancisce il definitivo accreditamento del defunto all’aldilà e quindi il suo cambiamento di stato» (C.Hertz).

 

È solo dal 1969 che fu vietato dal Cardinale Ursi il culto dei morti e delle ossa, e così le “anime pezzentelle” rimasero ufficialmente senza prefiche. Nella morte che si consuma negli ospedali moderni i tempi, le litanie, le modalità del letto col pigiama sono scomparse, e la morte si è allontanata dalla vita, anzi viene nascosta con ogni mezzo.

L'annunciata mostra Body Words ("Körperwelten" in tedesco) presso il Real Albergo dei Poveri dell'anatomopatologo Gunther von Hagens, detto “dottor morte” a causa dell’invenzione della plastinazione dei cadaveri -il processo di arresto della decomposizione per mezzo dell’iniezione nei tessuti di polimeri plastici da lui brevettato nel 1982- fa emergere molte riflessioni.

Il “medico-artista” tedesco parla di morte estetica, di anatomia dl corpo umano e di corpi sani e malati da osservare “nel bello delle loro espressioni anatomiche”.

Sul conto del “dottor morte” sono molte le denunce per traffico di cadaveri ed organi umani, ma finora niente di serio a suo carico è stato mai provato. Lo si può “semplicemente” accusare di provenienza/uso non legittimo o non autorizzato dei corpi, alcuni dei quali proverrebbero dalle carceri o dagli ospedali ove nessun consenso del defunto o dei parenti sarebbe stato espresso.

Aldilà dell'aspetto artistico discutibile delle “sculture viventi”, su cui si può esprimere legittimamente il dubbio gusto di posizioni fatte assumere da cadaveri messi in posa per farne osservare i crudi dettagli anatomici -giocatori, fumatori e addirittura coppie mentre fanno sesso- vi è una palese e pesante manipolazione dei corpi e delle strutture muscolari da parte di Von Hagens, e così la proposta del suo eterno non riposo made in plastica è utile solo per riflettere sul nostro contemporaneo rapporto con la morte.

Von Hagens ha un suo drammatico antenato a quanto pare colto da follia, nel francese dottor Honoré Fragonard (1732-1799). In Francia l'anatomista Fragonard dilettò le aristocrazie con i suoi “scorticati”, cadaveri sezionati e imbalsamati secondo una ricetta segretissima. Un misterioso fluido li avrebbe fissati, in modo da permettere di vedere e conservare tutti i vari strati di muscolatura superficiale e profonda, i tendini, l’apparato vascolare e circolatorio. Celebre il suo Cavaliere dell'Apocalisse, un uomo e il suo equino che cavalca passando sopra feti umani (replicato tra l’altro in parte da Von Hagens). La Rivoluzione Francese distruggerà gran parte di queste macabre macchine sceniche, e ciò che resta è visitabile al museo Fragonard di Parigi. E proprio la Francia, ormai da diverso tempo ha vietato a Von Hagens di mostrare le sue “opere” contemporanee, memore forse di questo suo passato tragico.

Nato nel 1945 nella parte di Polonia allora occupata dai tedeschi, Von Hagens è cresciuto nella Germania socialista dell'Est; si narra che i suoi numerosi tentativi di fuggire all'Ovest gli costarono due anni di detenzione in un lager fino a quando nel 1970 riuscì a ottenere l'estradizione in Germania Ovest.

Colpito dal morbo di Parkinson, Gunter Von Hagens a 65 anni, ha espresso il desiderio di essere plastinato egli stesso nel suo studio al Plastinarium di Guben, il suo speciale museo nella Germania Est; evidentemente vuol conservarsi entro l'ultima delle tedesche wunderkammer (camere delle meraviglie) che tanto dilettavano gli intellettuali di un tempo.

La mostra Body Word ha sempre scatenato molte polemiche ovunque sia andata; i suoi sostenitori oppongono la plastinazione alla tumulazione e trovano un coro unanime di consenso tra chi ha paura di svegliarsi sottoterra o sapere che il proprio corpo non sarà pasto di vermi.

Ma a ben vedere proprio a Napoli, la mostra di Von Hagens pone ben più grandi interrogativi: perchè nella città dove il Purgatorio in particolare è ad ogni angolo e determina uno spazio peculiare di stallo e persino di comunicazione col mondo dei morti, non possiamo accettare grossolanamente che una strategia funeraria sia solamente la modalità con cui si tratta un corpo dopo la morte, ma dobbiamo riflettere sul complesso e negoziato rituale che sta intorno alla morte e che rende la morte stessa accettata e accettabile dai vivi.

Le porte dell’Ade che Virgilio vedeva nell’Averno, la comunicazione con “gli aldilà” delle Sibille o persino nel cimitero delle Fontanelle, con Von Hagens perdono la loro grande forza catartica e forse anche la loro poesia.

La morte, rimossa dalla coscienza contemporanea continuamente, tra divieti di culto che sono calati come una scure su rituali che hanno aiutato a superare grandi tragedie collettive  -come la II Guerra Mondiale nel culto delle “Anime Pezzentelle”- viene staccata brutalmente nelle tre fasi antropologicamente riconosciute e codificate da millenni: separazione-margine-riaggregazione (Van Gennep).

La plastinazione è davvero una alternativa culturale accettabile, e se lo è, come agisce nei confronti della morte?

Com'è una morte che non è riposo, ma eterno attimo fermato artificialmente, spesso non per volere proprio, ma perpetuo non passaggio definitivo, restare simulacro della materia mortale che sta là, davanti ai nostri occhi, cruda e nuda, fredda e inerme; morta alla vita comunque, che è invece calore, presenza, vulnerabilità? E quanta letteratura ha immaginato le stesse domande e dato mostri più innocui ma non meno potenti simbolicamente che certo non aspettavano di essere composti da pezzi anatomici veri, come Frankestein?

Nella città che più di tutte coniuga morti e vivi, che evoca le ombre dei defunti persino per il gioco del lotto, nella città dei Monacelli e degli scolatoi, “dove le presenze sono pari al numero dei vivi” (R. La Capria), dove le strategie funerarie hanno assunto peculiarità culturali collettive che ne segnano la storia intera, sarebbe un degno oggetto di convegno serio chiedersi cosa aggiunge Von Hagens all'arte o alla medicina.

Inoltre che lo si percepisca o meno, nel corso della Storia, come ci ha insegnato la Chiesa più volte, «regolando i rapporti coi morti, si davano in realtà nuove regole alla società dei vivi».

Forse prima di una mostra così contestata e brutale, un convegno serio aiuterebbe a non restare là, inchiodati vivi tra macchine di plastica e carne (morta), per un timore ancestrale della decomposizione, negazione irrazionale del tutto scorre, che sospende solo l’idea della putrefazione che tanto ci disturba, ma non aiuta certo a riflettere sul più naturale e traumatico dei passaggi della vita: la morte. Gesualdo Bufalino scrisse:Dovetti scegliere tra morte e stupidità. Sopravvissi”, e come dice Massimo Troisi  al monito del memento mori, “mò m’o segno”.

 

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