Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina

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Il testo, in versione elettronica, che qui si recensisce, parte da una tesi centrale e essenziale, secondo cui la politica occidentale dell’Impero Romano d’Oriente o Bisanzio, è una politica interna e estera allo stesso tempo, assolutamente determinante nella storia non solo europea, suffragata da una enorme mole di fonti storiografiche e cronachistiche dal VI al XIV secolo, tutte raccolte in numerosi e difficili  anni di ricerca, quando la bizantinistica non possedeva tutti gli strumentici critici di cui dispone ora, censite, rivisitate e analizzate con certosina attenzione.

“Per i Romani del principato abbiamo una tale ricchezza di dati archeologici, epigrafici e numismatici che le fonti narrative hanno un ruolo spesso secondario nello studiare i principali passaggi  e problemi.

Quando si arriva al più tardo impero che chiamiamo bizantino per moderna convenzione, la povertà di altri dati ci obbliga a costruire le nostre analisi sulla base di fonti narrative notoriamente mancanti in continuità, completezza e coerenza, per non parlare di affidabilità documentaria.

 

Concentrandosi  sulle fonti narrative e le precedenti analisi storiografiche delle stesse  per l’Italia meridionale, Gennaro  Tedesco è riuscito a recuperare dalle stesse molto di più dei suoi predecessori, per due ragioni:  la delimitazione geografica e non temporale, che gli permette di osservare tutti gli strati cronologici in  un insieme, e la precisione storico-filologica con cui ha trattato fonti narrative che assolutamente non offrono alcuna precisione.

Così facendo, Tedesco ha illuminato un territorio storiografico per il crescente numero di studiosi che si occupano di Bisanzio come tale, oppure della storia tardo-antica e medievale dell’Europa e dell’Italia.”

(Recensione del Professor Edward Luttwak su Spolia , Journal of Medieval Studies )

L’Italia meridionale peninsulare, come Venezia, non solo è il fulcro della politica occidentale mediterranea, ma essa rientra a pieno titolo nella dimensione globale della politica imperiale romano orientale o bizantina.

E l’Impero d’Oriente si sentiva perfettamente a suo agio, più e meglio che a Venezia, quando concretizzava tale politica attraverso i suoi strateghi residenti nella penisola.

Essendo la popolazione della provincia italo - bizantina massicciamente e maggioritariamente  greco - ortodossa, l’Impero ortodosso  si percepiva completamente integrato nel complesso contesto locale.

La presenza di Bisanzio sul suolo italico per tanti secoli ha consentito di consolidare  la presenza bizantina, ma anche la difesa non solo dell’Italia, ma di tutta l’Europa  dall’assalto arabo, lasciando in eredità non solo all’Europa un rilevante accumulo di fonti manoscritte, ma anche di tecniche e tecnologie che spesso, per ignoranza, sono ricondotte ad altri popoli, ma non a Bisanzio.

Nel testo, che si caratterizza anche per il ricorso e il recupero di fonti molto spesso ignote o mal note o comunque sottovalutate in approcci storici e storiografici assolutamente settoriali e non globali, si sottolinea il contributo decisamente negativo dei Normanni nella Penisola.

Essi, con l’appoggio considerevole della Chiesa occidentale, instaurarono e imposero ai contadini del Sud il pesante e in precedenza sconosciuto fardello dei rapporti feudali che sconvolsero una intera società, quella italo - bizantina, avvezza alle millenarie tradizioni della piccola e libera proprietà contadina salvaguardata attentamente e gelosamente da un Impero  storicamente e politicamente  consapevole dell’indissolubile e strategico  intreccio di libera proprietà contadina e mentalità ortodossa.

E fu proprio  da parte dei Normanni la violenta cancellazione della comunità proprietaria contadina, insieme all’elemento religioso greco-ortodosso che, rispetto all’approccio ecclesiastico latino, si caratterizzava per una profonda e convinta partecipazione popolare alla olistica, transazionale e coinvolgente dimensione mistica e estetica del rito liturgico greco-bizantino , a introdurre le prime e più devastanti crepe all’interno del solido mondo economico e religioso bizantino e greco - ortodosso.

Quello dei Normanni fu un piano programmatico di riappropriazione e trasformazione radicale del territorio italo - bizantino a sua volta accompagnato e sostenuto da un lungo e anche violento processo di “vietnamizzazione”  del conflitto e poi di rilatinizzazione, ovvero spodestamento territoriale e assoggettamento economico e politico rapido e doloroso associato a una riconversione  forzata di tutto un popolo, quello italo - meridionale - bizantino, al cattolicesimo latino.

Le particolari caratteristiche partecipative del cristianesimo ortodosso e le tendenze inclusiviste del cosmopolitismo ellenistico greco - romano di origine mediterranea e orientale andarono quasi completamente distrutte grazie alla micidiale combinazione di repressione e propaganda riversata e imposta dal clero cattolico e dal suo braccio armato, gli uomini rivestiti di pelle, provenienti dalle brume e dal freddo del Nord, gli uomini "boreali", i Normanni.

Non fu solo una tragedia collettiva  e una storia dimenticata, ma anche l’inizio di un senso di esclusione materiale e di alienazione psicologica di tutto un popolo, quello italo - meridionale-bizantino, che ancora oggi grava sulla nazione italiana.

Quando si parla, in verità sempre meno, di “problema meridionale“ dell’Italia contemporanea e di un presunto “distacco” meridionale dalle istituzioni, non si fa minimamente  riferimento a questa immane tragedia. La nebbia dell’ignoranza sia dei manuali di storia che degli addetti ai lavori  della Scuola e dell’Università grava minacciosa e irreversibile su un pezzo notevole e importante della Storia italiana, europea e mediterranea.

Essa preclude non solo la sua riallocazione eminentemente globale, ma soprattutto la sua comprensione, negando ad adolescenti e giovani la possibilità non solo di riconoscere nella loro storia una fondamentale dimensione mondiale, ma anche la possibilità di vivere consapevolmente il loro presente e di riprogettare e concretizzare una trasformazione politica alla luce e all’insegna di un passato rivisto e rivisitato con la mente, gli occhi e il cuore del loro tempo.

Da questo momento in poi  si impone e si propone il problema ancora irrisolto del post - colonialismo meridionale.

D’altra parte va sottolineato che, anche per una profonda ignoranza politica e storiografica oltre che per un erroneo approccio  metodologico,  prevalentemente superficiale e di mera comparazione differenziale e non interazionale e transnazionale, alcuni fondamentali periodi e territori dell’Europa, del Mediterraneo e del Mondo, intensamente globalizzati e particolarmente globalizzanti,  come quello italo - meridionale - bizantino, sono stati preclusi alla conoscenza e alla comprensione delle nuove generazioni studentesche.

E pure, come il caso italo - bizantino insegna, essi, decisamente importanti e strategici nell’ottica soprattutto della World and Global History, non sempre coltivata  e praticata nelle Scuole e nell’Università,  sono caratterizzati  dalla loro alta e consistente ponderazione qualitativa e generativa oltre che dal loro elevato tasso di  profondità cognitiva e epistemologica e dai loro alti standard di interattività e interconnettività che ne fanno periodi essenziali per le capacità di comprensione, sperimentazione e aggiornamento da parte di docenti e allievi.

La storia dell’Italia meridionale peninsulare bizantina andrebbe selezionata e posta  all’interno di un curriculum di Storia interdisciplinare sia a Scuola che all’Università che voglia riqualificarsi per pregnanza cognitiva oltre che per essenzialità, problematicità, storicità, cumulatività, generatività, progressività, interculturalità e transculturalità delle competenze nell’ottica di un approccio  mondiale comparativo e intrecciato allo stesso tempo.

“Nel passare meritevolmente in rassegna i numerosi autori (per la precisione, ventitré ) che si sono occupati, poco o tanto, dell’Italia peninsulare dal VI al XIV secolo, Gennaro Tedesco ci offre insieme una visione prospettica dei delicatissimi rapporti con la realtà italica e delle scelte politiche adottate nei suoi confronti dagli Imperatori romani d’Oriente nel corso appunto di otto secoli. Il tutto, naturalmente, filtrato dalla visione  personale degli storiografi esaminati, nonché dal messaggio  e dal tipo di pubblico al quale essi intendevano rivolgersi: il partito filo o anti  imperiale , l’aristocrazia terriera, il ceto burocratico - amministrativo, il mondo monastico ed ecclesiastico, e non ultimo l’ambiente militare .”  

(Recensione del Professor Piero Pastoretto su Arsmilitaris).

L’imperativo di prendersi sollecita e particolare cura della Penisola italica “obbediva  in fondo ad una precisa esigenza psicologica e ad un motivo costante di propaganda ideologica, politica e persino mitografica; poiché la prisca Roma, sempre più estranea culturalmente, politicamente e persino religiosamente alla nova   Roma di Costantinopoli, rimaneva pur sempre il fondamento primo, la ragion d’essere stessa  e il nido atavico da cui aveva spiccato il volo l’aquila dell’Impero su cui i basileis regnavano, e che si fregiava del titolo sublime ed universale di “ Romano “. (Piero Pastoretto, Arsmilitaris )

Gennaro Tedesco è ricercatore presso l’ANSAS-NTL-Milano

L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina ( secc.VI-XIV ) , Spolia , Roma , 2010 , pp.164 , euro 21 .

 

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