Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

1799, una delle pagine più nere nella storia dell'Inghilterra

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La storia dei Popoli, delle Nazioni, degli Stati è  di una complessità inimmaginabile e quindi occorre avere sempre giudizi corrispondenti, cioè mai schematici.

La prima immagine alta e nobile e che ci commuove dell’Inghilterra è che essa è stata con l’Olanda una delle prime società  della storia moderna caratterizzate dal parlamentarismo, dall’attivazione e dalla difesa di alcuni principi elementari di libertà e di dignità delle persone, dal diritto ad es. di non essere arrestati in modo arbitrario alla libertà di stampa, di impresa, di commercio.

Nella tragica notte buia secolare delle monarchie assolute, feudali, integraliste, fanatiche, clericali, sostanzialmente totalitarie nella pervasività del loro funzionamento quotidiano, fondate sull’arbitrio, nelle quali non esisteva alcun diritto individuale veramente riconosciuto,  l’Olanda e l’Inghiterra a partire dal Seicento ad oggi hanno brillato per luci di civiltà umana, liberale.

E ci sono cari ad es. i nomi di Locke e di Newton, del grande teorico della tolleranza e del regime liberale, del più esemplare testimone della ricerca scientifica aperta.

L’Inghilterra è stata nell’Ottocento, specialmente con la sua possente opinione pubblica,  resa possibile dalla libertà di stampa e dalla vita parlamentare, dalla parte delle rivoluzioni nazionali e liberali contro gli imperi assoluti.

Nel Novecento l’Inghilterra ha continuato a stare in prima linea, durante la I guerra mondiale, con costi inimmaginabili, nel contrasto contro il Reich tedesco, l’impero austro-ungarico, l’impero turco, che avrebbero imposto all’Europa il duro ordine reazionario, illiberale, clericale, implicito nella loro natura storica.

 

Senza il contrasto incrollabile e la difesa memorabile dell’Inghiterra tra il 1939 e il 1945 il nazismo tedesco e il fascismo italiano avrebbero imposto i loro disumani, demoniaci totalitarismi su tutta l’Europa, rendendola atroce spazio di sistematici campi di sterminio e di deportazione, molto al di là di quanto hanno potuto tragicamente compiere, e le nostre generazioni e i nostri figli sarebbero stati inquadrati e allevati in modo fanatico, duro, disumano in un ordine ferreo, senza un barlume di dignità e di vera democrazia.

L’Inghilterra ha saputo nel secondo dopoguerra porre fine storica ai suoi domini planetari senza opposizioni irrazionali (si veda l’India), a differenza ad es. della Francia (si pensi alla guerra in Algeria), contribuendo a far nascere l’attuale geografia mondiale di stati liberi e democratici.

Pur con momenti di disimpegno, legati alla sua storia insulare e di grande potenza mondiale, ha comunque contribuito a far nascere e contribuisce a far vivere l’Unione Europea.

Perciò il sentimento fondamentale verso l’Inghiterra e la sua storia è quello del rispetto e anzi della gratitudine.

Ma nella storia di quel grande Popolo vi sono anche pagine nere, che ne offuscano il volto, specialmente quando non sono state e non sono pubblicamente assunte nella consapevolezza collettiva.

Dalla prepotente volontà egemonica sulla Francia nel Basso Medioevo al processo e al rogo di Giovanna d’Arco, alla guerra civile devastante, all’oppressione di nazionalità interne come l’Irlanda, la Scozia, allo scatenamento senza freni di una società mercantile, che si è lanciata nella nuova vocazione marinara planetaria seguita alle scoperte geografiche aperte da Colombo nel 1492.

Vascelli e navi inglesi hanno sconvolto il pianeta, facendo nascere il commercio internazionale, colonizzando territori scarsamente o per nulla abitati (dal Nordamerica all’Australia, a parti dell’Africa, all’Asia), facendo lì nascere prime società e stati, offrendo spazi immensi all’emigrazione anglosassone e di tanti altri paesi. Si pensi ad es. all’Inghiterra di Elisabetta I (e  anche di Shakspeare),  nella seconda metà del Cinquecento, figlia di quell’Enrico VIII, famoso nella storia profonda non per le mogli fatte brutalmente assassinare, ma per aver staccato l’Inghiterra dal Vaticano (nella scia della rottura di Lutero per il mondo germanico e nordico), facendo nascere una chiesa nazionale (l’anglicanesimo), che ha prodotto comunque effetti positivi e salutari per l’avvento del pluralismo religioso nell’Europa e nel mondo e per il rafforzamento, il consolidamento della coscienza nazionale inglese.

Ma questo gigantesco sommovimento planetario, salutare e fecondo per tanti aspetti, alla lunga, negli esiti che si sono avuti nei secoli e che si colgono ancora oggi, ha avuto aspetti tragici, che restano come macchie nere sull’immagine e sulla coscienza degli Inglesi: dallo schiavismo al colonialismo duro, alla segregazione razziale, ai miti tragici della superiorità della razza bianca e del cristianesimo, alla complicità con la pirateria e alla disponibilità spregiudicata per qualsiasi alleanza capace di garantire e rafforzare il dominio dei mari, all’opposizione dura al processo di indipendenza delle sue colonie americane, come nel caso degli Stati Uniti nella seconda metà del Settecento, all’accanita oppressione degli Irlandesi quasi fino ad oggi, rimasti tenacemente cattolici forse anche per questo.

Una delle pagine più nere della storia inglese, per la quale quel Popolo non ha avuto e non ha molta consapevolezza (e dovrebbe averne anche per il suo bene, per guardarsi meglio e con un doveroso senso di colpa nello specchio della sua storia) è il ruolo decisivo che ha avuto l’Inghiterra nella fine e nel martirio della Repubblica Liberaldemocratica Napoletana del 1799.

Senza la potente flotta inglese, che era la maggiore potenza navale del mondo di allora, guidata poi dal più grande ammiraglio della storia militare navale della storia, Orazio Nelson, che aveva la sua centrale a Palermo, e il totale, fanatico appoggio dell’austriaca Maria Carolina, la Repubblica Liberaldemocratica Napoletana del 1799 non sarebbe caduta.

Questa è la dura verità, che non è mai posta al centro (e si diranno poi i motivi) da storici e ricerche minute, provinciali, ideologiche, che non vanno mai al cuore, alla sostanza vera, delle questioni.

Non sono stati soldati borbonici sbandati, non sono stati i sanfedisti sopratutto calabresi e briganteschi del cardinale Ruffo, non sono stati le guardie, i governatori, gli addetti feudali degli aristocratici  reazionari timorosi tutti delle riforme antifeudali della Repubblica, tutti assecondati da preti e frati fanatici,  ad aver abbattuto la Repubblica Liberaldemocratica Napoletana del 1799.

Da soli erano polvere militare che sarebbe stata  facilmente dispersa sia dai francesi rimasti che dalle nascenti forze militari repubblicane e vi furono diversi episodi (legati alla grande figura di Ettore Carafa)  in tal senso a dimostrarlo.

E’ stato il dominio inglese dei mari napoletani, con vascelli possenti con i loro cannoni, capaci di bombardare  impunemente (non essendovi possibilità di contrasto) ogni cittadina costiera o appena lontana dalla costa, supportati anche dalla presenza di fanti inglesi di marina, capaci di scendere sulla costa per compiere opere di disturbo, di danneggiamenti, di collusione con reazionari locali, ad essere stato decisivo.

La Repubblica non aveva una flotta capace di competere con la più grande flotta militare del mondo, anche perché, sempre su strategia machiavellica di Nelson, fu da lui sostanzialmente ordinata nei giorni della fuga della tremebonda monarchia borbonica in Sicilia la distruzione (azione infame, trattandosi di un bene del Sud, che era costato lacrime e sangue) della flotta napoletana.

I Borboni sono stati e restano nella storia come pupazzi in mano a Nelson, alla strategia militare mediterranea inglese, agli interessi dell’Inghiterra di allora: scappati sulla nave inglese di Nelson, riportati sulla nave inglese di Nelson.

Il grande, commovente ammiraglio repubblicano Francesco Caracciolo cercò di ricostituire quasi dal nulla una piccola flotta repubblicana e riuscì a fare qualcosa, ma non poteva assolutamente contrapporsi alla più potente flotta militare del mondo di allora.

L’odio dell’inglese monarchico conservatore anglicano Nelson contro i repubblicani liberaldemocratici napoletani (che erano tutti cattolici) fu accentuato all’estremo, fino alla cecità e alla durezza più disumane, anche da un’altra coppia inglese, che ha giocato un ruolo importante nei destini della Repubblica Liberaldemocratica napoletana del 1799: l’ambasciatore dell’Inghilterra presso il Regno di Napoli William Hamilton e la sua più giovane moglie Emma, una delle più grandi avventuriere, una delle più grandi arrampicatrici della storia umana, che era divenuta la più grande amica e confidente (alcuni dicono anche amante) dell’austriaca Maria Carolina e insieme la più appassionata amante di Nelson, sotto gli occhi del marito e di tutti.

Ella fu l’alimento costante, quotidiano, dell’odio quasi fanatico di Nelson contro la Repubblica, nel triangolo Maria Carolina-Lady Hamilton-Nelson.

Re Ferdinando, colpevolmente responsabile e complice di assassini di fronte alla storia, non contava quasi nulla, mazzo di scopa, si dice a Napoli, dedito alla caccia e alle donne, assecondato dalla piccola, provinciale frivola corte siciliana in un’isola colpevole storicamente, che non seppe avere uno slancio ed una solidarietà rivoluzionari come a Napoli, con Napoli.

Il povero Sud era stato concesso dagli indegni e colpevoli Borboni quasi totalmente  in balìa (e lo è stato fino alla sua fine storica) degli interessi e degli odi ciechi ora di Austria e Inghilterra, ora della sola Austria.

L’Inghiterra si è poi resa responsabile, attraverso il comportamento indegno di Nelson (ancora oggi eroe nazionale, senza la doverosa autocritica collettiva), di fonte all’umanità e alla storia, di uno dei più grandi crimini di onore e di assassini che si ricordi.

Anche con l’assoluto dominio inglese anglicano dei mari, anche con la venuta di un corpo di spedizione russa con quattrocento militari ortodossi, anche con la venuta di un corpo militare più ridotto di turchi islamici, la conquista militare completa di Napoli e del Continente non  era facile. Erano in mano ai repubblicani e a truppe francesi rimaste dopo il ritiro del grosso delle truppe, che dovettero accorrere al Nord (altra congiuntura sfavorevole alla sorti storiche della Repubblica) fortezze fondamentali a Napoli, principale chiave di volta del Mezzogiorno, come Castelnuovo, Castel dell’Ovo, ma soprattutto Castel S.Elmo, che troneggiava sulla città e poteva colpire qualsiasi obiettivo e nel Continente, come Pescara, tenuta da Ettore Carafa.

I Repubblicano avevano dato e davano prove di valore, come nella difesa del Forte di Vigliena.

Perciò l’accorto e più politico Cardinale Ruffo, fermo (quindi bloccato) al Ponte della Maddalena coi suoi calabresi e le sue truppe brigantesche, che si erano scatenate, coi lazzari, nel saccheggio sistematico della città, dando sfogo agli istinti di rapina e criminali estremi, fino ad episodi di cannibalismo, che fecero inorridire l’Europa, propose realisticamente ai resistenti repubblicani e alle truppe francesi una onorevole capitolazione, che prevedeva l’onore delle armi, le possibilità dell’esilio in Francia con trasferimento a Tolone via mare o di  rimanere a Napoli, senza essere giuridicamente perseguitati.

Essa fu firmata solennemente, impegnando l’onore dei loro Paesi, dai rappresentanti russo, turco, dal Ruffo anche a nome dei sovrani in virtù dell’investitura ricevuta da essi, quando iniziò l’esperienza dell’Armata sanfedista, e per l’Inghiterra dal comandate inglese Foote.

Con buona fede i repubblicani cedettero fortezza ed armi, ma vi fu l’improvvisa venuta di Nelson e degli Hamilton, custodi anche dell’odio feroce dell’austriaca Maria Carolina, che sostanzialmente stracciò il patto, sconfessando il patto e l’onore dell’Inghilterra, della stessa dinastia borbonica, offendendo Russia, Turchia.

Data anche la potenza terribile di fuoco e militare di Nelson, nessuno osò ed ebbe l’interesse di contrapporsi, nemmeno il cardinale Ruffo, che ne veniva così offeso (e questo resta a condanna ulteriore del personaggio, che cedette di fronte ad un anglicano).

Così, con Nelson libero di dare sfogo al suo odio antrepubblicano e ai desideri della tigre assetata di sangue, l’austriaca Maria Carolina, così funzionali agli interessi dell’Inghilterra di allora, con Emma Hamilton che lo seguiva in ogni momento giorno e notte (nel suo letto), fu avviato il martirio dei grandi Repubblicani di Napoli, nostri padri, a partire da Francesco Caracciolo, fatto impiccare da Nelson in modo atroce, senza un minimo di ‘pietas umana’, giacchè il suo cadavere fu buttato in mare.

Il ruolo decisivo della flotta inglese, la più grande flotta militare del mondo di allora e del più grande ammiraglio della storia Nelson nei destini della caduta della Repubblica Liberaldemocratica Napoletana del 1799 è stato e rimane rimosso dalla storiografia e dalla memoria collettiva, perché verrebbero a indebolirsi all’estremo, a mancare le ragioni enfatizzate dai tanti eunuchi universitari e provinciali e municipali della ricerca storica, che assolutizzano, in modo deformante e schematico, se non tragicamente ridicolo, la pretesa scarsa presa popolare della repubblica (durata storicamente cinque mesi, non cinque anni ad es., la sua pretesa astrattezza, la sua pretesa dipendenza dalla Francia, la pretesa difesa della religione cattolica dei sanfedisti, la pretesa difesa borbonica del Sud dallo straniero.

Tutto per mascherare, offendere, rimuovere, deformare (soprattutto con la categoria infame e falsa di ‘repubblica giacobina’) le loro viltà personali e sociali nei confronti di esempi che ci sono stati (e stanno lì) di dignità, di alta intelligenza, di forza di affrontare sacrifici e anche la morte, giorno dopo giorno, per incarnare, con un amore appassionato che ancora oggi tocca e commuove profondamente,  un nuovo Mezzogiorno moderno, repubblicano, libero, democratico, cattolico e laico nello stesso tempo, che è ancora da costruire.

 

Convegni

Eleonora Pimentel Fonseca ad Altamura

 

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Eleonora Pimentel Fonseca, la nuova biografia di Antonella Orefice

A dieci anni dalla pubblicazione de “La Penna e la Spada” la cui monografia “Eleonora de Fonseca Pimentel. Il mistero della tomba scomparsa” ha avuto nel tempo ben cinque diverse edizioni, la Casa Editrice Salerno pubblica una nuova biografia sulla protagonista femminile della Repubblica Napoletana del 1799 nel 220 anniversario della sua morte.

L’opera “Eleonora Pimentel Fonseca” è stata curata da Antonella Orefice che da anni si occupa e pubblica lavori di ricerca relativi a quel periodo.

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