Le perplessità che accompagnano la svolta storica di Napoli sulle unioni civili

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Lo scorso 13 febbraio, la giunta de Magistris del Comune di Napoli ha raggiunto un risultato storico, l’approvazione in consiglio del Registro delle Unioni Civili.

Un passo avanti verso un’equanime riconoscimento dei diritti individuali e civili dei cittadini. Questo significherà che tutte le coppie di fatto, iscritte nel registro delle unioni civili, avranno la possibilità di usufruire dei pieni diritti civili ed anche di partecipare ai bandi pubblici pubblicati dal comune di Napoli.

Insomma chi deciderà di iscriversi al registro delle unioni civili avrà gli stessi diritti e doveri di una coppia legata dal vincolo del matrimonio. In particolare l’atto deliberativo prevede il riconoscimento dei diritti civili ‘fino a quando persiste la situazione di convivenza a prescindere dal sesso dei conviventi’.

La delibera ha generato perplessità negli ambienti religiosi e nei politici cattolici (anche qualche consigliere della maggioranza si è astenuto). Di qualche tempo fa, la manifesta insofferenza del cardinale Sepe. Altro problema è quello relativo al facile qualunquismo che ha ritenuto tale provvedimento non rilevante,  soprattutto in relazione alle tante altre priorità che la città necessità di assecondare.

 

E’ questo uno dei veri problemi di Napoli. Ritenere che un passo del genere, audace e coraggioso, sia un’inezia con cui si fa ‘propaganda’ e che non risolve i problemi ‘veri’ della città. Si può ancora oggi, nel 2012, parlare di irrilevanza di un provvedimento che invece provvede a colmare un gravissimo ed ormai insopportabile vuoto legislativo relativo al riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti del cittadino di fronte,  non solo alle leggi, ma anche alle opportunità, peraltro garantito dalla costituzione?

 

Ci siamo forse dimenticati che diritti e libertà civili sono alla base delle moderne società democratiche occidentali? Già perché il termine ‘democrazia’ è abusato ed inflazionato ad uso e consumo di comodo di politici e  cariche pubbliche ma totalmente svuotato di senso relativamente ad alcune questioni.

Una cittadina italiana che lavora mediamente guadagna meno del proprio omologo maschio. Una coppia di ‘fatto’ in uno Stato laico come è l’Italia, secondo il suo ordinamento giuridico, ha meno diritti di una coppia coniugata e ancor meno di una consacrata dal sacramento matrimoniale.

Una coppia omosessuale, poi, pur composta da ‘cittadini’ che pagano le tasse e contribuiscono al funzionamento della macchina pubblica e al pagamento dei compensi (anche degli amministratori) è assolutamente disconosciuta e oggetto di ostracismo,  quando non di persecuzione ‘culturale’.

Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha immediatamente chiesto al suo collega ed amico Luigi de Magistris una copia della delibera per poter procedere ad un analogo passo anche nel capoluogo lombardo, dove è forte l’influenza degli ambienti cattolici vicini a Comunione e Liberazione del governatore Formigoni.

Pisapia ha promesso il Registro ai milanesi entro la fine dell’anno ma, oltre al  leghista Matteo Salvini (che non è sposato, ma convive con la sua compagna) che non ritiene la questione una priorità (“E’ solo propaganda per nascondere i disastri della giunta Pisapia”) e alle ovvie opposizione del Pdl, sono emerse spaccature nel PD, con i consiglieri cattolici contrari, pronti a dar battaglia.

Verrebbe da chiedersi, che sinistra è quella che vuol negare ad alcuni cittadini, e in alcuni casi suoi elettori, dei diritti elementari?

Insomma, ancora una volta quello che dovrebbe essere un semplice passaggio formale volto  a restituire dignità alle ‘persone’ e a ristabilire il diritto per coloro che non si conformano agli usi dei più, ma che restano comunque ‘cittadini’, diventa un tema di scontro ideologico che trasborda in quello religioso, nell’ambito del quale la chiesa cattolica continua a porsi credendo di essere ancora nel medioevo. Un atteggiamento che sembra voler gettar confusione su di una questione che dovrebbe essere già risolta da decenni in un paese occidentale e laico, come ‘dovrebbe’ essere l’Italia.

Il gap che ci separa dall’occidente più avanzato è ancora ampio e difficile da colmare, in un mare di resistenze ideologiche e strumentali.

 

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