Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Luisa Sanfelice, l’incolpevole.

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“La memoria del passato deve essere per ogni uomo che non odia la patria e se stesso, il più forte stimolo per amare il presente”.

Così Vincenzo Cuoco conclude il suo “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli” in cui tratta il pensiero dei protagonisti della rivoluzione e della Repubblica Partenopea, raccontandone lucidamente idee, fatti ed errori.

Ferdinando e CaroIina erano talmente inferociti contro gli intellettuali napoletani, rei di aver sognato e attuato una repubblica della filosofia “sorella” di quella francese, che pensarono bene di decapitare, e non solo metaforicamente, il loro regno di tutti i suoi più grandi figli, reagendo con spietata ottusità al terrore che li aveva attanagliati durante quei cinque memorabili mesi.

Fra i tanti ingegni un’ incolpevole ed inconsapevole “eroina”: Luisa Fortunata de Molinas Sanfelice nata a Napoli il 28 febbraio 1764 da Pietro e da Camilla Salinero e giustiziata l’11 settembre 1800. Di lei hanno già parlato Pietro Colletta, Alexandre Dumas, Benedetto Croce e tanti altri, splendide attrici ne hanno incarnato il personaggio e il suo nome, al pari di quello di Eleonora Pimenthel Fonseca, ha rappresentato l’universo femminile della Repubblica napoletana.

A diciassette anni aveva sposato un cugino in seconda, Andrea Sanfelice. Matrimonio d’amore allietato dalla nascita di tre figli: Gennaro, Giuseppa ed Emmanuela. Ben presto però, la sconsideratezza dei due giovani che conducevano una vita più dispendiosa di quanto potessero permettersi, fece sì che i loro familiari, con l’assenso della Corona, li allontanassero l’uno dall’altra e gli togliessero i figli reputandoli due giovani immorali ed incoscienti.

Rapimenti, debiti, fughe, innamoramenti, scelte azzardate, caratterizzarono la vita della giovane donna fino al momento in cui si trovò invischiata in un complotto. La storia è nota. Luisa ricevette da Gerardo Baccher un lasciapassare che avrebbe dovuto salvarle la vita quando, l’indomani, Napoli sarebbe stata cannoneggiata dalle navi inglesi.

Il giovane banchiere, innamorato della donna e preoccupato per la sua vita, le aveva confidato i dettagli di una congiura mirante a ripristinare il governo borbonico. Luisa quella stessa notte si recò a casa della duchessa Fusco a Porta Medina e raccontò a lei e a Ferdinando Ferri ciò di cui era venuta a conoscenza senza mai menzionare Baccher né altri. Fece vedere “la carta di sicurezza” e il segnale che doveva servire come riconoscimento fra i realisti.

Quella stessa notte il complotto fu denunciato da Ferri al Comitato di Salute Pubblica e l’indomani Luisa venne interrogata ma continuò a mantenere il segreto sui nomi delle persone coinvolte. Grazie al portiere di palazzo Mastelloni risalirono all’unica persona che la sera prima era andata in visita a casa Sanfelice: Gerardo Baccher di cui fu perquisita l’abitazione dove furono trovati altri salvacondotti simili a quello in possesso di Luisa. I fratelli Baccher  furono arrestati e la Controrivoluzione fallì.

Sul Monitore del 13 aprile  un articolo di Eleonora Pimentel Fonseca esaltava la donna trasfigurandola in un’eroina, la “salvatrice della Repubblica” di cui si deve “eternare il nome”. I realisti vennero condannati a morte e fucilati a Castel Nuovo il 13 giugno, quando già il Cardinale Ruffo e i Sanfedisti erano rientrati in possesso della città.

Di lì a poco il crollo della Repubblica che trascinò con sé tutti i suoi protagonisti. Liste di proscrizione, terrore, vendette, episodi di cannibalismo. Una città in preda ai sentimenti più biechi dell’animo umano. Luisa, terrorizzata, si nascose in un soppalco della sua casa al piano matto di palazzo Mastelloni ma venne scovata dai lazzari e portata in catene al carcere della Vicaria. Processata da un tribunale presieduto dal giudice Damiani fu condannata a morte secondo le direttive regali. Il 15 settembre 1799 entrò per la prima volta nella cappella dove con altri condannati ricevette i conforti religiosi dai Bianchi.

Per cavilli legali la sua esecuzione fu rinviata e lo fu ancora per altre volte. Luisa, infatti, disse di essere incinta, cosa che fu attestata dal dottor Bruno Amandea, capo della commissione medica voluta da quel crudele magistrato che fu Vincenzo Speciale. Re Ferdinando, però, la fece trasferire nelle carceri di Palermo dove fu sottoposta ad altra visita medica, questa volta da parte del chirurgo personale del re, Antonio Villani perché per il monarca “I medici napoletani erano tutti giacobini”. A dispetto di molti, la sua diagnosi fu analoga a quella dell’Amandea. Intanto il 26 agosto 1800 la principessa Maria Clementina partorì “nu’ vero guappone” come il Re definisce suo nipote, figlio di Francesco ed erede al trono, in una lettera al Cardinale Ruffo.

La puerpera, avvalendosi di un’antica consuetudine della corte di Napoli, chiese al re la grazia per la Sanfelice ma questi strappò la supplica e uscì infuriato dalla camera. Nei giorni successivi fece visitare la prigioniera da alcune levatrici che attestarono non esserci alcuna gravidanza. Luisa era perduta. Un bastimento la ricondusse a Napoli insieme ad un dispaccio del re indirizzato al Duca di Cassero Statella suo Vicerè, nel quale ordinava che “entro dodici ore, dopo il suo arrivo a Napoli, la Sanfelice fosse giustiziata.” Il Vicerè ricevette il messaggio alle 22 mentre al teatro Fiorentini, assisteva ad uno spettacolo e passò subito l’incarico al Marchese Malaspina. Questi si affannò inutilmente alla ricerca di un boia che non trovò, perché i tre abitualmente in servizio nella capitale, si erano spostati in provincia dopo che a Napoli, dal 18 marzo, erano state sospese le esecuzioni.

Al posto della forca si sarebbe ricorso alla decapitazione per cui si cercò un macellaio. Ne furono contattati tre ai quali furono offerti 50 ducati, ma nessuno accettò. Infine il Malaspina si rivolse ad un beccaio, uno scanna montoni, che al prezzo di 20 ducati accettò l’incarico. Luisa uscì per l’ultima volta dal Confortatorio insieme ai Bianchi che la circondavano e la sorreggevano. Per strada il “boia improvvisato fu fischiato e dileggiato dal popolo che l’aveva riconosciuto. Arrivati a Piazza Mercato, Luisa salì sul patibolo dove era stato sistemato un ceppo sul quale la donna fu costretta a poggiare il capo. Il beccaio aveva un’enorme ascia ed un coltello.

Il primo colpo finì sulla spalla di Luisa e gliela squarciò. La donna in preda al dolore più cieco si alzò ma fu risospinta sul ceppo dove ricevette il secondo colpo sulla testa. Neanche questo però fu il colpo mortale, perché ancora una volta Luisa ebbe la forza di risollevarsi. Lo scanna montoni allora la riagguantò e la finì con il coltello recidendole la carotide.

Così morì donna Luisa Sanfelice, un tempo idolatrata per la sua bellezza, la cui colpa più grande fu quella di aver risparmiato alla sua città  un bagno di sangue. Mantenne fino in fondo la parola data e non tradì colui che le aveva confidato i suoi segreti, ma fu ugualmente accusata di tradimento per aver informato il governo legale e legittimo del suo paese, riconosciuto da un trattato, di una cospirazione che avrebbe causato morte e distruzione. Fu l’agnello sacrificale voluto dal Borbone per placare inutilmente il dolore di un uomo ricco e potente al quale avevano strappato i figli e come tale, fu immolata sull’altare dell’ottusità e dell’odio.

Oggi vorrei ricordarla perché di lei resti almeno la memoria!

 

Citazioni da “Storia de’ Borboni di Napoli” di Alexandre Dumas

e “ Storia del Reame di Napoli” di Pietro Colletta.

 

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