Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Aurelio Padovani: uno squadrista presso il recinto degli uomini illustri

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Presso il recinto degli uomini illustri del Cimitero di Poggioreale di Napoli, tra la Cappella di Benedetto Croce e Famiglia e i primi monumenti delle Personalità, che hanno onorato Napoli e il Mezzogiorno  per opere di civiltà, per fedeltà e promozione degli ideali di libertà, di democrazia, di progresso civile, stona il monumento ad uno dei più duri squadristi fascisti di Napoli degli anni Venti, promotore e complice quindi di uno dei peggiori e più inquietanti totalitarismi illiberali, antidemocratici, assassino (da Matteotti ai Fratelli Rosselli, ai partigiani impiccati, alla collaborazione con i nazisti per la persecuzione e la deportazione degli ebrei) del Novecento, alleato fino alla fine tragica del nazismo di Hitler e di Auschwitz: quello per Aurelio Padovani.

L’assurdo è che la tomba monumentale dello squadrista si trova a pochi metri da quella del martire antifascista liberaldemocratico Giovanni Amendola (Napoli 1882-Cannes, 1926), morto per gli effetti di due aggressioni squadriste subite.

Così questa Napoli nera e disumana onora in modo anche provocatorio assassini borbonici e fascisti con statue a Piazza Plebiscito, tombe monumentali a Santa Chiara, a S.Domenico Maggiore, presso lo stesso recinto degli uomini illustri, mentre tiene nel fango del Carmine i nostri cari Martiri del 1799.

Così tutto è sinistramente chiaro: Napoli e dintorni e gran parte del Mezzogiorno sono ancora oggi nelle grinfie, sotto il tallone di egemoni poteri clericali – borbonici – postborbonici – reazionari – opportunisti – fascisti – postfascisti – qualunquisti - familisti, organicamente collegati con la criminalità organizzata, da essa prodotta, foraggiata, protetta, mantenendo una funzionale condizione economico-sociale sempre precaria, al limite della sopravvivenza, con la complicità attiva e spartitoria in mille forme volpine di altre forze dalle maschere variopinte.

Aurelio Padovani nacque a Portici nel 1889. Perito industriale, partecipò alla campagna coloniale di Libia. Fu capitano dei bersaglieri durante la I Guerra mondiale, meritandosi 4 medaglie d’argento. Dopo varie esperienze politiche (dalla ‘Democrazia sociale’ ai movimenti combattentistici), si iscrisse nel 1920 al Partito Nazionale Fascista, affermandosi subito in modo duro, deciso, intransigente, fino a divenire comandante dello squadrismo campano e segretario del fascio di Napoli (dal 1921 al 1923).

Il 20 febbraio 1920 diresse una spedizione contro Torre Annunziata, roccaforte socialista. Il 1 maggio 1921 guidò l’assalto squadrista al comizio comunista in piazza Mercato, nel corso del quale fu ucciso un ferroviere. Nei primi mesi del 1922, pose lo squadrismo napoletano e campano al servizio degli armatori, aggredendo i lavoratori portuali in sciopero.

L’11 settembre 1922 mobilitò gli squadristi napoletani contro il commissariato di Pubblica Sicurezza di  Piedigrotta, esigendo la liberazione dei fascisti arrestati; negli scontri fu ferito il commissario capo. Due giorni dopo compì la stessa azione contro il commissariato di Torre del Greco.

Aurelio Padovani fu uno dei cinque comandanti di zona che vollero la Marcia su Roma ed organizzò le squadre di azione della Campania, condotte a Roma dal 27 al 31 ottobre 1922.

Essendo un fascista duro e puro, contrastò i nazionalisti dell’onorevole Greco, che erano confluiti nel Partito Nazionale Fascista, giudicati espressione di notabili, di ambienti clientelari e camorristi. Perciò Mussolini nell’ottobre 1923 lo trasferì a Bologna, assegnandogli il comando della Milizia, ma egli rifiutò e così fu espulso dal Partito (poi fu riammesso).

Si dimise dal partito, si estraniò dalla vita politica, restando tuttavia sempre come un mito presso l’ala fascista napoletana intransigente, come mostrò la manifestazione nei suoi confronti del 28 ottobre 1925 di 4000 persone in occasione dell’anniversario della Marcia fascista su Roma del 1922.

Il 16 giugno 1926, quindi a 37 anni,  morì a Napoli con altre otto persone per il crollo del balcone, dal quale si era affacciato per salutare la folla plaudente verso di lui, in occasione dell’onomastico, destando il sospetto, mai documentato, di un delitto interno al fascismo, per eliminare un fascista convinto e intransigente.

Fonte: Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922, Mondadori, 2003, pp. 245-246

 

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