Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Medea e le altre

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Il figlicidio ( la madre che uccide il figlio ) è uno tra i delitti di sangue che più suscita incredibilità, incomprensione, ansia ed orrore. Ma in molte civiltà, uccidere il proprio figlio non solo era ed è tollerato, ma in alcuni casi era ed è addirittura promosso e incentivato da valori sociali e culturali. Il codice penale italiano non contempla il figlicidio, ma l’infanticidio e l’ omicidio.

L’infanticidio è, secondo l’articolo 578 del codice penale, “ la procurata morte del neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto da parte della propria madre, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale o morale connessi la parto, ed è punito con la reclusione da quattro a dodici anni”.

Nel concetto di infanticidio, quindi, la parte attiva che procura la morte è la madre. I padri e le madri che uccidono il figlio al di fuori della precisa condizione dell’infanticidio saranno imputati, secondo il C.P. italiano, di omicidio. In Italia, secondo un’indagine ISTAT relativa a tutti gli omicidi volontari compiuti sul territorio nazionale nel 2008, per un totale di 670 casi, 128 risultano essere omicidi compiuti in famiglia; di questi, il 17% è rappresentato da casi di figlicidio.

 

Il sesso dei figli uccisi è equamente distribuito. L’analisi del livello sociale mostra, considerando gli omicidi in famiglia da un punto di vista generale che questi, provengono dai livelli sociali bassi ( 48% dei casi); nella maggior parte si tratta di donne non coniugate, aventi un’età compresa tra i 18 e i 28 anni. E’ verosimile che questi dati statistici ufficiali siano nettamente inferiori alla quantità reale di figlicidi commessi.

Ad esempio, molti decessi di bambini catalogati come “incidenti”, “ disgrazie”, possono in realtà nascondere dei progetti omicida di madri che hanno compiuto un omicidio per omissione con gravi e volontarie carenze di cure e attenzioni.


GEOGRAFIA E STORIA DEL FIGLICIDIO:

Nella civiltà della Roma antica, il Pater Familias aveva il diritto di vita e di morte non solo sugli schiavi, ma anche sui propri figli. A livello giuridico, il bimbo appena nato si trovava immediatamente sottoposto all’insindacabile volontà della figura paterna; l’unica a decidere della sua

sorte. La madre rimaneva passiva ad assistere; non poteva intervenire, in quanto vigeva la patria potestà. In certi casi tratti dai costumi dell’Africa e dell’ India, l’infanticidio non è considerato un delitto e cioè l’uccisione di un essere umano, in quanto il neonato appena venuto al mondo non è ancora ritenuto un “essere umano completo” provvisto di diritti e di doveri.

 

Numerosi sono poi gli esempi storici in cui gli invasori, si sono abbandonati a genocidi delle popolazioni, in particolare di bimbi e donne incinte. Talvolta, l’uccisione dei neonati e dei ragazzi era voluto in modo deliberato, sistematico, per impedire in un futuro, le ribellioni e le rivoluzioni allorquando bimbi e ragazzi sarebbero divenuti adulti, ed in grado di combattere. A volte il figlicidio, l’uccisione di neonati, è stata sancita a livello politico, per ridurre in qualche modo, il numero delle nascite, e delle persone cui lo stato deve provvedere. Introdotta in Cina nel 1970, la politica del figlio unico “ è ancora oggi imposta con severe sanzioni per arrestare la
crescita demografica e si è creata una vittimologia nei confronti delle figlie femmine.

In ambienti rurali, nelle famiglie numerose, i non pochi casi i bimbi, venivano lasciati morire o lentamente uccisi allorquando il cibo scarseggiava. Inoltre, in alcune tribù dell’Africa e dell’Amazzonia, se nascono due gemelli, se ne uccide uno, poiché il parto gemellare è considerato un’anomalia sociale, e si praticano rituali di infanticidio, in particolare rivolto sempre alle femmine, per una sorta di controllo delle nascite della popolazione.

Altro motivo che giustifica il figlicidio è la presenza di un padre illegittimo; la madre in questo caso, non avrà fatto altro che ubbidire alla legge “non scritta” della tradizione. Numerose culture accettavano, praticavano e talora valorizzavano il figlicidio esclusivamente in ossequio a valori edonistici sulla vita; anche in epoca medioevale, in certe regioni, i figli non desiderati potevano essere abbandonati o spesso uccisi in apparenti incidenti o disgrazie. Numerosi gli esempi nell’ambito delle sette religiose e sataniche, all’interno delle quali, sono molteplici e diversi i riti effettuati con il sacrificio di bimbi.


IL MONDO PSICOLOGICO PERSONALE DELLA MADRE INFANTICIDA:


Innanzitutto è importante sottolineare che la maggior parte delle madri che compiono il delitto di figlicidio, non presentano malattie mentali riconosciute come psicosi o alterazioni mentali di gravità tale da avere rilievo penale. Vi è una tipologia di madre (bettering mothers) che è solita abusare dei figli ed in particolare, usare la violenza fisica in modo inadeguato, sadico e crudele. Si tratta di madri che non hanno, nel caso specifico, messo in atto un progetto omicidario preordinato, ma che tuttavia, avevano intenzione di usare violenza fisica nei confronti del figlio come precedentemente fatto in

passato.

Spesso queste madri presentano disturbi di personalità, scarsa intelligenza, aspetti depressivi, facilità ad agire impulsivamente, irritabilità di base ecc. queste donna spesso provengono a loro volta poliproblematiche, ove loro stesse sono state vittime di maltrattamenti ed abusi in giovane età. In alcuni casi, la morte del figlio può essere dovuta ad atti omissivi della madre che non lo accudisce e/o tutela in modo attento ed adeguato. Si tratta di madri che non sono in grado di affrontare la loro funzione materna nel provvedere alle necessità fondamentali e vitali del bimbo.

Questa madri per ignoranza, incapacità personale e insicurezza, cominciano a vivere le esigenze del figlio come qualcosa di strano, minacciante, di estraneo che complica e “rovina” in modo drammatico la loro vita. Alcune di queste madri passive e negligenti, possono essere assalite anche da problemi di natura psicotica che le rendono del tutto inadeguate ad avere cura, delle necessità primarie del figlio. In questi casi l’omicidio avviene spesso in modo passivo e con omissioni.  In alcuni casi, la madre può uccidere il figlio per vendicarsi dei torti reali, o previsti, subiti dal marito; con l’uccisione del figlio la madre cerca di arrecare così, un dispiacere al proprio compagno.

Questa dinamica è nota con il nome di “sindrome di Medea”. Queste madri vendicative, presentano in genere disturbi di personalità con aspetti aggressivi, comportamenti impulsivi, tendenze suicide e frequenti ricoveri in ospedali psichiatrici. Le loro relazioni con i compagni sono spesso ostili e caotiche. Infine, tendono ad utilizzare il figlio come un oggetto inanimato, una sorta di anima/oggetto vendicativo contro il proprio compagno.

Alcune madri uccidono il loro figlio in modo attivo, deliberato e cosciente “ cioè in piena lucidità mentale”, perché non era desiderato. Sono madri che non hanno desiderato la gravidanza e spesso, il figlio “non voluto”, ricorda loro momenti molto tristi e penosi della loro vita. Si tratta di madri che presentano personalità impulsive ed antisociali, e spesso hanno una storia personale di comportamenti devianti e di abuso di droghe. Vi sono delle madri che ritengono, nella loro percezione; che i figli abbiano rovinato completamente, drammaticamente ed inesorabilmente la loro esistenza.

Queste donne somatizzano tutte le loro frustrazioni di vita sul bimbo che ritengono la causa unica e drammatica del loro percorso esistenziale. Può trattarsi di madri insane, con tratti borderline di personalità; madri conflittuali che presentano anche tratti impulsivi ed aggressivi. Alcune di queste possono soffrire di malattie mentali con elementi persecutori deliranti e paranoici; perciò percepiscono il bambino come un vero e proprio persecutore.

Possono essere forme deliranti presenti anche in madri con diagnosi di schizofrenia ma anche di depressione maggiore. Vi sono madri che uccidono e lasciano morire il neonato nell’immediatezza del parto. Queste madri hanno spesso una forte dipendenza dei legami famigliari, presentano caratteristiche personali di immaturità, tratti regressivi, infantili, narcisistici. Tali madri, presentano spesso la caratteristica di negare in modo isterico la loro gravidanza; si comportano come se non fossero incinta.

Molte gettano il figlio partorito nelle discariche o nei luoghi dove si raccoglie la spazzatura, come se si trattasse di un prodotto fecale, come se fosse un oggetto privo di vita e di umanità. Altre madri invece, abbandonano il figlio in luoghi pubblici, con la speranza che possa essere notato e salvato da altre persone. Numerose madri figlicide hanno avuto a loro volta, una madre che non si comportava nei loro confronti in modo adeguato e corretto. Sono madri che pur desiderando a livello conscio, di non essere come la loro “ madre cattiva “, in realtà con i loro figli non riusciranno ad essere una “ madre buona “ e ripeteranno gli stessi errori compiuti in passato dalla loro madre.

Quindi, queste madri, ripeteranno in un’identificazione non conscia all’ aggressione, gli stessi atti con i propri figli, usando loro violenza sino a compiere gesti omicida in un drammatico declinarsi di una violenza plurigenerazionale.

Tra i problemi fondamentali che spingono una madre al figlicidio, risiedono l’ odio e l’astio che questa ultima ha, nei confronti della propria “madre cattiva” che vorrebbe distruggere ed annientare. La madre figlicida può diventare depressa, manifestare tendenze autodistruttive, ed inglobare in questo desiderio di morte del figlio, divenuto a sua volta “cattivo”. Si tratta di processi psichici complessi, legati alla psicologia del profondo. Il denominatore comune, è il desiderio della madre figlicida di uccidere la propria “ madre cattiva “, e solo secondariamente, di spostare la propria aggressività omicida verso il figlio. Vi sono madri affette da depressione che non scorgono più alcuna possibilità di vivere su questa terra e decidono così, di togliersi la vita.

Queste madri vivono in una situazione depressiva senza speranze, senza possibilità di ricevere aiuto da alcuno, afflitte dalla loro percepita pochezza e indegnità e si convincono sempre più che il loro figlio, non potrà vivere in un mondo così ostile, cattivo e crudele senza di loro. Per questo motivo, spesso, uccidono il bimbo e subito dopo si uccidono anche loro. Si tratta di madri che si muovono in un progetto di “ suicidio allegato “ , nell’ambito spesso di patologie sul registro depressivo ed anche paranoideo.

Vi sono madri che si muovono in un contesto mentale di tipo paranoideo persecutorio; ritengono che l’unico modo per poter sfuggire ad un mondo crudele e maligno che le perseguitano, sia la morte propria e quella del proprio figlio. Queste madri, oltre a presentare aspetti depressivi, deliranti e persecutori, possono essere anche vittime di allucinazioni uditive, “voci” che chiedono ed esigono in modo continuo e minaccioso, la morte del bimbo come unica possibilità di salvezza, come sacrificio per una vita migliore ecc.

Può trattarsi in questi casi di un figlicidio di tipo altruistico, ove la motivazione all’omicidio è legata, a livello manifesto, al fato che l’unico mezzo per poter salvare il proprio figlio da un mondo minaccioso e senza scampoli, è quello di ucciderlo; evento non sempre accompagnato da verbalizzazioni, di fantasie e visione di madre e figlio in un mondo migliore.

Vi sono anche casi in cui la madre che decide di uccidere il figlio, lo fa esclusivamente per non farlo più soffrire da malattie reali. E’ da rilevare la necessità di distinguere questi omicidi compassionevoli, in cui la madre privilegia il bene del figlio, dagli omicidi pseudocompassionevoli, ove in realtà, la madre uccide un figlio solo per ottenere un guadagno personale e di conseguenza, liberarsi di un così penoso e grave fardello di preoccupazioni.

La sindrome di Munchausen per procura, è propria di quelle madri che provocano nel figlio, lesioni spesso gravi che simulano delle malattie, al fine di ottenere, in modo particolare, l’attenzione da parte del medico. In alcuni casi, se queste madri non sono riconosciute dai medici come affette da una sindrome di Munchausen per procura, il figlio può andare incontro alla morte, a causa delle gravi lesioni provocate dalla madre.


MEDEA E LE ALTRE


“ Ahimè; che faccio?

Solo ch’io veda di queste creature il luminoso occhio scemo, il cuore mi
manca.
Non posso. Via da me questo pensiero. Perché devo io, per punire il piede
loro, fare male ai miei figli e procurare a me stessa un male tre volte più
grande?
Non posso. Via da me questo pensiero.
Ma poi?
Che faccio?
Che dico?
Vorrò io diventare oggetto di risa e di schema, lasciando impuniti i miei
amici?
Debbo avere coraggio. E vergogna di questa viltà; e di piegare l’animo a
questa mollezza di parole. […] Se poi alcuno crede di non poter assistere al
mio sacrificio, provveda come vuole. La mia mano non tremerà.
Ahi ahi, mio cuore, non più!
Non fare questo!
Lasciali, sventurata, lasciali andare, risparmia i tuoi figli!
Anche lontani da me, perché vivi, mi daranno conforto.
Ma no, per gli Dei dell’Ade, no, per gli Dei della Vendetta, non sarà mai che
i miei figli io li abbandoni all’oltraggio dei nemici.
Tutto è deciso perché tutto è inevitabile ormai […]
Vedere, guardare i miei figli, non posso più. Il male mi vince. Conosco il
misfatto che sto per compiere”.

( Euripide, “Medea”, 413 A.C.)



LA ECO DI UN FIGLIO "MADRE"


In ogni tempo,

nei giorni,
negli anni e nelle ere più lontane,
più vicine,
odierne
e in quelle a venire...

Madre!


Questo è il tuo nome che ora grido

e che trapassa ogni cielo
ed ogni strato della terra roccioso,
sino al cuore,
sino al centro di questo vulcano...

Madre eri,

sei
e sarai per sempre,
ventre ed oceano,
vivaio d'ogni seme che ha scelto di amarti.

Madre!


In ogni mia musica o canto sei,

il soffio eterno di un'anima che dona respiri,
il grembo ed il passaggio mai sopito e stanco,
sei!

Negli occhi e nello sguardo,

l'amore;

di ogni tuo figlio.

"Alessio Carlini 10/09/2011"


[La relazione "MEDEA E LE ALTRE "è a cura della dottoressa Francesca Cellini, esperta e studiosa delle terapie di riabilitazione psichiatrica". L'articolo in questione è sorto per sensibilizzare un tema molto delicato e al tempo stesso importante da ampliare e da consultare per lo specifico e/o per la collettività.
la foto  è un'opera dell'artista proveniente da Vinci (FI) Giulia Rubenni dal titolo " Essenza " e rasenta una riflessione sul tema esposto]

 

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