Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Rivolte e rivoluzioni nei Comuni a Nord di Napoli

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Se per avventura uno straniero si recasse a visitare i comuni compresi tra le città di Napoli e di Caserta non potrebbe non essere colpito dallo stato di degrado in cui essi si trovano. Dalla speculazione edilizia selvaggia  al decadimento sociale, culturale, economico e morale, tutto sarebbe immediatamente percepito dall’eventuale visitatore, che non potrebbe certo confondere quest’area geografica con quella che circonda Milano, o Parma o Bologna, o Firenze. Le nostre periferie sono altra cosa, spesso gestite da una borghesia in gran parte parassitaria e molte volte collusa con la camorra, che gestisce gran parte delle attività imprenditoriali della zona. E sembra che nulla stia cambiando.

Ovviamente noi speriamo che non sia così, anche perché questi comuni hanno alle spalle, frequentemente, una storia importante e la sua borghesia, almeno nella sua parte migliore, nei secoli passati, ha dato dei contributi importantissimi nei momenti decisivi della storia del Mezzogiorno. Abbiamo detto nella sua parte migliore, perché una porzione della borghesia del Sud è stata sempre abbarbicata intorno ai comuni e alle altre istituzioni economiche, “per mangiarsi, come scrisse Gaetano Salvemini, i denari del municipio e delle istituzioni di beneficenza e per tosare i contadini”. Lo scioglimento dei comuni per infiltrazione camorristica ha i suoi precedenti eccellenti nei secoli passati, quando i comuni erano messi in amministrazione coatta perché malamente gestiti.

 

Accenneremo brevemente ad alcuni  momenti della storia durante i quali questi comuni, come tanti altri dell’entroterra, dalla Calabria, alla Puglia, dalla Basilicata al Molise, hanno contribuito a modificare o a tentare di  modificare le sorti della nostra terra.

Ancora prima della rivolta di Masaniello, un comune della zona, che era stato fino ad allora terra regia e quindi non soggetto ad alcun feudatario, quando fu venduto, il 25 ottobre 1630, dal viceré  spagnolo, il duca D’Alcalà, all’arcivescovo di Benevento Alessandro Di Sangro, dopo aver verificato velocemente i danni che la nuova condizione, di comune infeudato, comportava per tutta la popolazione, trovò la forza di riscattarsi.  Furono convocati tutti i capifamiglia e l’8 dicembre del 1630 circa duemila cittadini insieme agli Eletti decisero le modalità di ripartizione del debito del riscatto con un aumento dei dazi su molti generi alimentari, sulla canapa, sul lino ecc. Furono depositati i soldi del riscatto e il due maggio del 1631 il Di Sangro fu invitato a stipulare il contratto di vendita. Fu pagato l’importo di circa 24.000 ducati per ricomprare la libertà. I tempi necessari per condurre a termine un’operazione, che all’epoca era gigantesca, richiese meno di sei mesi. Ancora oggi chi si reca a Frattamaggiore trova una strada chiamata via del Riscatto che ricorda quell’evento, non unico nella storia del Mezzogiorno, ma certamente raro.

Successivamente, nei momenti della cosiddetta Rivolta di Masaniello e nel corso della Repubblica del 1799 questi comuni non furono assenti.

Durante la Rivolta di Masaniello, che fu il primo grande evento che sconvolse la vita del Mezzogiorno, dando voce alle masse cittadine e contadine, i comuni a Nord di Napoli furono presenti e participarono alle lotte, anche con una funzione di stimolo per la stessa classe dirigente nazionale, che aveva la direzione della rivolta. Basti ricordare che appena scoppiati i primi tumulti, il 7 luglio del 1647, tra i primi a giungere a Napoli furono i rivoltosi di Marano, di Giugliano e di Sant’Antimo guidati, questi ultimi, dal parroco Pietro Iavarone.  Erano circa duemila persone fornite di armi e degli strumenti necessari per costruire barricate.

Ma la rivolta, nella conduzione di Masaniello, aveva una fisionomia essenzialmente urbana, limitata alla capitale, nei programmi e nelle prospettive di mutamento politico e sociale. La provincia tentò di allargare il programma della rivolta sin dai primi giorni. Il martedì 9 luglio nella chiesa del Carmine, nel corso di una assemblea, alla presenza di Masaniello, per la lettura dei capitoli, cioè delle concessioni che il viceré era disposto a fare per porre fine alla rivolta, Pietro Iavarone, “dottore di legge” e parroco di S. Antimo, “gran amico della patria e fiero inimico delle tirannie spagnole”, scrisse Marino Verde, un cronista dell’epoca, interruppe il relatore rivendicando parità di trattamento fiscale tra la capitale e la provincia e un allargamento degli obiettivi della lotta, cioè l’insurrezione armata di tutto il Regno contro gli Spagnoli. Anche perché, fece notare Iavarone, alla sola notizia della sollevazione di Napoli molte città e terre del reame erano insorte cacciando i feudatari. Il giorno successivo, ancora nella chiesa del Carmine, Iavarone fece presente all’assemblea che non era opportuno fare alcun accordo con gli spagnoli, perché questi non rispettavano i patti, come  avevano dimostrato nelle Fiandre, in Catalogna e in Portogallo. E proseguì dicendo che poiché “s’era sfoderata la spada contro del padrone non si dovea cercare accomodamento, ma si dovea buttare lo fodero e quella rimanere ignuda”.

Ma il suo intervento non ebbe seguito.

La rivolta si protrasse, com’è noto, fino all’anno successivo, coinvolgendo i comuni a Nord di Napoli in una lotta aspra, Giugliano, infatti, divenne la piazza d’armi dei rivoltosi ed Aversa quella dei realisti.

Ad aprile del 1648 la rivolta ebbe termine con l’occupazione della città di Napoli da parte degli spagnoli e dei nobili a loro fedeli. Alla fine dei moti rivoluzionari i capi della sommossa furono condannati a morte, tra loro anche don Pietro Iavarone, che si salvò scappando in Francia.

Il secondo momento di cui vogliamo velocemente parlare è la Repubblica Napoletana del 1799

Pur mancando una grossa partecipazione di massa agli avvenimenti rivoluzionari e alla vita della Repubblica, l’area aversano-frattese partecipò attivamente agli eventi rivoluzionari attraverso una folta schiera di suoi cittadini.

In una ricerca da noi condotta su quest’area geografica, pubblicata, per l’area atellana dall’Istituto di Studi Atellani nel 1999 e per l’area di Terra di Lavoro dall’Istituto italiano per gli Studi Filosofici nel 2000, ne abbiamo censito 83; di essi 81 erano uomini e due donne.

Per 69 di questi patrioti, abbiamo molte notizie che ci mettono in condizione di ricostruirne la professione, la condizione economica e familiare e le pene a cui furono condannati dalla feroce reazione borbonica.

17 erano sacerdoti o monaci, 27 appartenevano alla borghesia delle professioni (avvocati, medici, ufficiali dell’esercito, impiegati ed esercenti le arti liberali), 16 appartenevano alla borghesia imprenditoriale: commercianti e possidenti.

I ceti popolari, anche se non furono presenti con percentuali simili, di certo non furono assenti, per 9 di loro furono emesse condanne dalla corte borbonica.

Se guardiamo alle pene alle quali furono condannati i patrioti di quest’area, vediamo che:

4 subirono la pena di morte:

Domenico Perla di Lusciano fu il primo civile ad essere giustiziato al ponte di Casanova, essendo considerato uno dei più accesi ribelli, il cognato Giuseppe Cotitta, Francesco Bagno di Cesa e Domenico Cirillo di Grumo. Cirillo e Bagno sono troppo noti per parlarne in questa sede.

Ricorderemo solo che gli allievi di Bagno del Collegio medico degli Incurabili furono considerati il BATTAGLIONE SACRO DELLA REPUBBLICA NAPOLETANA.

26 furono esiliati

Tra essi il più celebre fu Domenico di Fiore di Cesa. In Francia si inserì nei salotti buoni e negli ambienti letterari e teatrali di Parigi, divenne amico del grande scrittore Stendhal, che fece di lui, nel romanzo Il rosso e il nero, sotto le spoglie del conte di Altamira, il modello letterario del giacobino meridionale italiano, oggetto di ammirazione e di curiosità.

Luca Biancardi di Frattamaggiore, un giovane di 32 anni, fu esiliato in Francia. Nel 1820 durante i Moti rivoluzionari lo troviamo ancora impegnato tra i patrioti.

Carlo Cicatelli di Sant’Antimo, di circa trent’anni, secondo tenente di uno squadrone di cavalleria si trovava in uno dei castelli napoletani al momento della caduta della Repubblica. Fu esiliato in Francia.

Ancora tra gli esiliati ricordiamo Pasquale Mozzetti, avvocato di S. Antimo di 27 anni, municipalista a Napoli del Cantone Masaniello; fu esiliato in Francia dove fece parte come ufficiale dell’esercito napoleonico. Rientrato a S.Antimo “conservò, come scrisse uno storico locale, in ogni tempo i più puri sentimenti di libertà, finché non morì in S.Antimo a tarda età, cieco, ma sempre presente a se stesso, e sempre animato dai medesimi liberi sentimenti, che furono la regola di tutto il vivere suo”.

32 subirono il carcere tra questi  ricordiamo:

Michelangelo De Novi di Grumo, che ricopriva il posto di segretario del Tribunale di Campagna. Schieratosi con la Repubblica ebbe un ruolo rilevante nella gestione dell’ordine pubblico e nella lotta contro i realisti e le insorgenze in Terra di Lavoro. Arrestato il 6 giugno e rinchiuso nel carcere della Favignana fu liberato nel luglio del 1801. Durante il Decennio francese riebbe prima l’incarico di segretario del Tribunale di Campagna, poi quello di segretario del tribunale di Principato Citra, per poi intraprendere la carriera di magistrato, conclusasi, nel 1826, con la nomina a giudice istruttore nel tribunale civile di Napoli.

Michele Niglio di Frattamaggiore, che fu tenente della Milizia repubblicana. Arrestato il 24 agosto del 1799 fu rinchiuso prima nel carcere dei Granili e poi in quello di Castelnuovo.

2 non subirono condanne e 6 forse ebbero solo il sequestro dei beni.

Tra questi ultimi ricordiamo Vincenzo De Muro di Sant’Arpino, professore nel collegio militare della Nunziatella, che fu il primo a tradurre in Italia gli scritti del Condillac ed elaborò, durante la Repubblica un Piano di amministrazione e distribuzione di Beni ecclesiastici diretto al Governo Provvisorio, nel quale, sulla scia dei grandi riformatori italiani, come Ludovico Muratori, proponeva l’abolizione di tutti i luoghi pii e l’assorbimento dei loro beni da parte dello Stato. Una parte dei quali doveva essere utilizzata per il sostentamento del clero, un’altra per “animare i talenti e sviluppare le virtù patriottiche” e un’altra parte per creare strutture di assistenza pubblica, che andavano dalla fondazione di ospedali distribuiti sul territorio, ai collegi per accogliere i bambini abbandonati ed i vecchi senza risorse. Proposte, come abbiamo già detto, in linea con gli orientamenti degli illuministi e fatti propri da molti principi italiani. Napoli, invece, dovette attendere i francesi, durante il Decennio, per iniziare una politica di utilizzo più razionale dei beni dei Luoghi pii laicali.

Sul De Muro voglio ricordare un bel racconto di Gerardo Pedicini, I puri di cuore di S. Maria della Stella, pubblicato col patrocinio del comune di S.Arpino, nel quale l’autore descrive in maniera commovente l’atmosfera che si respirava nei comuni a Nord di Napoli, dove vivevano, i patrioti scarcerati, quelli confinati nei luoghi d’origine e quelli  rientrati in patria  dopo la pace di Firenze.

Di 13 non sappiamo se furono perseguitati e condannati. Tra questi vi furono due donne di Sant’Antimo: Antonia De Biase, vedova con quattro figli, che fu rinchiusa nel carcere dei Granili al Ponte della Maddalena a Napoli e Vittoria Coscia anch’essa vedova, che era nel carcere dei Granili a giugno del 1799. Non pare che abbiano avuto un ruolo significativo nella vita della Repubblica, ma testimoniano con la loro presenza che anche le donne del popolo furono coinvolte in questo grande evento che segnò la storia d’Italia.

La Repubblica, nei pochi mesi di vita, ebbe il merito di mettere a contatto i contadini con le idee rivoluzionarie di cui era portatore l’esercito francese e di fare ascoltare ad essi, dai patrioti locali, discorsi nuovi sulla libertà, sull’eguaglianza e sulla giustizia. Tracce di queste nuove idee, che incominciarono a circolare, si possono riscontrare subito dopo la caduta della Repubblica.

I contadini di Aprano (oggi rientrante nel comune di Casaluce), ad esempio, dopo la caduta della Repubblica, assalirono l’incaricato alla riscossione delle tasse feudali, sostenendo che non erano più tenuti al pagamento di esse, perché il governo repubblicano aveva abolito la feudalità.

Furono numerosissime anche le suppliche collettive dei contadini di Lusciano, di Parete e di altri comuni che chiedevano al re di fittare a loro direttamente le terre degli ex monasteri soppressi, per evitare che sulle loro spalle vivesse una schiera enorme di gente che svolgeva solo un ruolo parassitario nell’economia agricola.

Purtroppo la monarchia non prese in considerazione le giuste richieste dei contadini, scontentando una categoria sociale che all’epoca era la più numerosa.

Nella sostanza Ferdinando tenne con i contadini lo stesso atteggiamento di rottura che aveva avuto con gli intellettuali napoletani, dopo la rivoluzione francese, quando aveva emarginato tutta la classe colta, rappresentata da Gaetano Filangieri, Mario Pagano, Giuseppe Palmieri, Melchiorre Delficoecc., che offriva la sua collaborazione per rinnovare le strutture economiche, istituzionali e burocratiche della nazione, che, come abbiamo accennato, erano alla base anche delle lagnanze dei contadini.

Ed anche se non si può sostenere che i contadini prendessero coscienza, in quell’ occasione, che la monarchia non voleva salvaguardare i loro interessi, si può senz’altro affermare che il loro attaccamento alla corona non ne uscì rinsaldato.

Da quanto abbiamo velocemente detto credo risulti chiaro che i comuni a Nord di Napoli sono stati presenti sulla scena nazionale nei momenti cruciali della storia.

Ora vivono un momento di crisi dovuto ad una serie di motivi che non staremo ad analizzare anche per mancanza di tempo. Ma crediamo che anche le crisi passino.

Certo ad oggi non possiamo dire che vi siano in queste zone molte iniziative tese a cambiare la situazione. Ma qualcosa si muove.

Va segnalato, ad esempio, che Eugenia Carfora, preside della scuola media Raffaele Viviani di Caivano, ha trasformato una scuola di periferia urbana e di emarginati in un istituto di eccellenza; varie associazioni, impegnate nella difesa della legalità e del territorio, stanno operando con impegno in molti comuni; un piccolo nucleo di associazioni di volontariato si va affermando ed anche i centri di cultura, dopo anni di silenzioso e costante lavoro, stanno vivendo momenti di espansione con una più intensa partecipazione dei giovani alle loro iniziative.

Tra questi certamente sta recitando un ruolo importante l’Istituto di Studi Atellani, che, oltre a garantire un impegno culturale e civile,  pubblica da 33 anni una rivista di storia locale che una qualche influenza sul territorio la sta avendo.

 

 

[Intervento del prof. Nello Ronga fatto in rappresentanza dell’Istituto di Studi Atellani al Convegno Rivoluzioni dal 1799 ad oggi, 213° anniversario della rivoluzione napoletana, organizzato dal Nuovo Monitore Napoletano il 23 gennaio 2012 a Napoli nella sala La Bulla del Polo Orafo, col patrocinio di: Comune di Napoli, Società Napoletana di Storia Patria, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Istituto di Studi Atellani, Storico borgo di Sant’Eligio, Antiche Botteghe, Antico borgo degli orefici]

 

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