Eleonora de Fonseca Pimentel - La rivoluzione al femminile

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La bella Eleonora Fonseca,  la quale riunì alle grazie di Saffo la filosofia di Platone,  stimata dal Voltaire e dai letterati del tempo, vive e vivrà eternamente;  morirono per sempre i Borbone di Napoli. (Mariano D'Ayala)

Eleonora, una donna settecentesca su cui tanto si è scritto, tanto da farla apparire nella letteratura giacobina, una martire santificata e sacrificata per la causa rivoluzionaria, mentre in quella borbonica un'esaltata mentale, senza mezzi termini, un esempio negativo di donna che pur di fare storia ha sacrificato se stessa, dissacrando  con un divorzio  i canoni di una donna rispettabile: marito, chiesa e sacra famiglia.

Dopo oltre un ventennio di ricerche, in virtù delle quali per me è divenuta una persona di famiglia, io credo che Eleonora sia stata fondamentalmente una donna vissuta in un tempo che non le apparteneva, come un personaggio venuto dal futuro e costretto a vivere nel passato.

Una donna coraggiosa, fortificata dalle sofferenze di una vita di coppia infernale, un figlio mancato, un qualche amore impossibile serbato nel cuore, una donna a cui quella vita non diede modo di realizzare i desideri più dolci, ma le concesse di morire libera e sola, nella sua individualità di donna fuori da quel tempo.

 

La penna è stato forse questo l’unico dono concessole, la penna, l’unica arma che lei seppe usare alla stregua di una spada per sedare la sofferenza di un figlio morto, a difesa ed esaltazione della causa rivoluzionaria.

Ma non sono solo gli scritti di Eleonora che ora ci restano per ricordarla, è il suo esempio di vita, il coraggio con cui si aggrappò a quello che alla fine fu il suo unico e vero bene: la libertà.

Libertà di pensiero, di azione, libertà di vivere andando controcorrente, precorrendo i tempi. Libertà di amare intensamente un ideale,  un amore impossibile.

La vita di Eleonora è stata da sempre costellata di misteri, basti pensare alla sua data di nascita, rimasta incerta fino agli inizi del Novecento, allorché un'appassionata ricercatrice, Clelia Bertini Attili, riuscì a trovare la fede di nascita  nei registri dei battezzati della chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma.

Anche l’unico ritratto di lei in nostro possesso, come riporta Croce nell’Albo Storico, non sarebbe autentico, bensì  postumo e realizzato attraverso  il ricordo di chi l’aveva conosciuta.

Nata a Roma il 13 gennaio 1752 in via Ripetta 22 dallo spagnolo don Clemente Henriquez de Fonseca Pimentel Chaves de Beja e dalla portoghese Caterina Lopez  de Leon, contrariamente a quanto viene riportato nelle biografie a lei relative, Eleonora si trasferì a Napoli con la sua famiglia nel 1756 all’età di quattro anni e non di otto; è probabile che l’errore cronologico trovi le sue ragioni nella volontà di voler far individuare la causa del trasferimento della famiglia in un problema politico che coinvolse i portoghesi allora residenti nello Stato della Chiesa.

Nel 1760, infatti, a seguito alla cacciata dei Gesuiti dal Portogallo, i rapporti tra Stato e Chiesa si erano inaspriti al punto che, nel luglio dello stesso anno, l’ambasciatore portoghese a Roma emanò tre editti che intimavano ai sudditi portoghesi residenti nello Stato della Chiesa di uscirne entro un mese.

La prova dell’arrivo a Napoli di Eleonora nel 1756, e non nel 1760 (a meno che non si tratti di un ulteriore quanto improbabile errore nell’apposizione della data di nascita), si trova tra le prime righe con cui si apre la sua testimonianza nel corso del processo di separazione coniugale (anno 1785) dove si dichiara che “Eleonora de Fonseca Pimentel abita nelle case del duca di Campagna d’anni ventinove”.

A Napoli, la famiglia di Eleonora abitò nel popolare quartiere di Santa Teresella degli Spagnoli, nella piazzetta del Rosario di Palazzo, nell’edificio sito di fronte all’omonima chiesa. Il nucleo familiare era costituito, oltre che da Eleonora, dai genitori ed i due fratelli Michele e Giuseppe, da Maria Lopez, sorella di Caterina e moglie di Ferdinando Fonseca, e dai due figli di costei, Michele e Giulio. Da Roma era arrivato anche l’abate Antonio Lopez che si sarebbe occupato dell’educazione di Eleonora.

Nel 1768 studiò matematica ed astronomia (con Vito Caravelli), mineralogia (con Melchiorre Delfico), chimica (con Falaguerra) e greco (con Vincenzo Meola); nello stesso anno fu ammessa all’Accademia dei Filateti sotto lo pseudonimo di Epolinfenora Olcesamante, anagramma del suo nome. Dopo pochi mesi venne accolta nell’ Arcadia con il nome di Altidora Esperetusa. La produzione di sonetti ebbe inizio nel 1768 e durò fino al 1798.

Eleonora era solita pubblicarne uno per ogni occasione socialmente rilevante, soprattutto matrimoni; citiamo due titoli: Il Tempio della Gloria, composto in occasione delle nozze di Ferdinando e Carolina, ed i Componimenti per le nozze dell’Eccellentissimo Signore D. Gherardo Carafa, conte di Policastro, Duca di Forlì, con l’Eccellentissima Signora D. Maddalena de’Duchi di Cassano, e dell’Eccellentissimo Signore D.Luigi Serra di Cassano, Marchese di Stremi ec. con l’Eccellentissima Signora D. Giulia Carafa de’Principi della Rocella. Altri componimenti celebravano i nuovi nati della famiglia reale o commemoravano la morte di personalità di rilevo, o altri eventi ancora. Scrisse anche un sonetto in napoletano, in occasione dell’abolizione della Chinea da parte di re Ferdinando. Oltre ai sonetti, ci restano la traduzione dal latino di un’opera del Caravita e quella dal portoghese di un’altra del de Figueredo.

Tuttavia, ciò che l’avrebbe resa celebre per sempre  fu la creazione del Monitore Napoletano, il giornale del governo rivoluzionario redatto durante i 5 mesi di vita della Repubblica Partenopea, gli ultimi della sua esistenza.

Il 4 febbraio 1778 sposò Pasquale Tria de Solis, tenente del reggimento del Sannio e trovarono abitazione in un palazzo sito in Via della Pignasecca. Oltre ad una grande infelicità coniugale, Eleonora patì in quegli anni anche il dolore per la perdita dell’unico figlio Francesco, di soli 8 mesi. Ella tentò di sedare la sofferenza traducendo il proprio dolore in poesia: per il figlioletto morto compose lo struggente Sonetti di Altidora Esperetusa in morte del suo unico figlio.

Nel 1785 un inevitabile quanto liberatorio divorzio concludeva l’esperienza matrimoniale; le ferite, tuttavia, sarebbero rimaste vive per sempre.

In sede processuale, a prova delle presunte infedeltà della moglie, Pasquale Tria aveva presentato uno scambio di lettere e biglietti tra Eleonora ed il geologo veneziano Alberto Fortis. La corrispondenza tra quest’ultimo ed Eleonora consisteva nel tipico carteggio tra intellettuali, tra le righe del quale si evinceva, tuttavia, una grande tenerezza; Fortis era esasperato nel vederla soffrire per le sevizie del Tria.

Forse gli anni  tra il 1785 ed il ‘99 sono stati per Eleonora i più veri. Erano morti entrambi i genitori ed i fratelli Michele e Giuseppe si erano sposati.  Fu  allora che, pur essendo rimasta sola, conquistata la libertà ed una piccola indipendenza economica, poté disporre di una casa propria dove ricevere gli amici, realizzando il suo salotto di patrioti, e da questo lasciare  maturare, poi,  nella sua mente un ideale di libertà estesa a tutto un popolo oppresso.

La conquista della libertà poteva valere anche  per  quella  plebe che lei aveva difeso e cercato di trasformare in popolo, un popolo che, tuttavia, senza pietà,  il 20 agosto avrebbe festeggiato in Piazza Mercato la sua esecuzione:

“La libertà non può amarsi per metà, e non produce i suoi miracoli che presso i popoli tutto affatto liberi”,  scriveva il 14 maggio 1799 sul n. 28 del Monitore.


Come tutti i patrioti, Eleonora era ben consapevole dei rischi e delle conseguenze comportate dalle sue scelte. Di lei  l’amico ed esule Vincenzo Cuoco scrisse che  “Si buttò come Camilla nella guerra”.   Noi aggiungiamo: non per uno stato di esaltazione mentale,  bensì per amore della libertà. Prova ne sono le parole con cui ella esordisce nel primo numero del Monitore: “Siam liberi, infine, ed è giunto anche per noi il giorno in cui possiamo pronunciare i sacri nomi di libertà ed uguaglianza”.


Era il  2 febbraio 1799, mancavano meno di sei mesi alla fine.  Sin dal 1792 le scelte di Eleonora erano tutte dirette alla difesa dei diritti dell’uomo. Ella ribadiva senza posa questa frase sul Monitore, non solo per quanto riguardasse l’operare del Governo Provvisorio, ma perfino per gli annunci riportati nel giornale, redatti per l’informazione della gente: sempre si appellava ai sostenitori dei diritti dell’uomo. Coerentemente ai suoi principi non esitò a schierarsi contro il Disegno di Legge che prevedeva il sequestro dei beni dei nemici della Repubblica (la metà dei quali avrebbe dovuto essere usata come indennizzo dei difensori della patria).

Visse con coraggio  il suo sogno di donna intellettuale; in quei mesi aveva ritrovato al suo fianco gli amici di un tempo ed altri venuti da lontano. Gli alberi della libertà  fiorivano nell’ultima splendida primavera della loro vita. Tuttavia, anche se soffocato nella culla, il sogno espresso dalla Repubblica Napoletana avrebbe gettato il seme per la maturazione del movimento del Risorgimento italiano.

“Forsan et haec olim meminisse juvabit” (E forse un giorno gioverà ricordare tutto questo): furono le parole di congedo alla vita pronunciate da Eleonora prima di avviarsi  al patibolo. Era il 20 agosto 1799  e a Piazza Mercato finiva colei che sarebbe divenuta il simbolo di una rivoluzione; con ella caddero le speranze di una città che, anche al femminile, aveva saputo proporre all’Europa intera un nuovo ed inusitato volto. Non solo feste e balli, sole e mare, maccheroni e lazzaroni, come allora si diceva di Napoli in Europa, ma anche coraggio, cultura e scienza.

Con la rivoluzione napoletana nacque in Italia la figura di un intellettuale nuovo per il quale letteratura e filosofia divennero definitivamente impegno morale ed azione politica sino al sacrificio supremo della vita.  Eleonora ne è stata l’antesignana.

 

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