Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Settembre 1919-2024

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Il 1° settembre 1990, a Reggio Calabria, la ferocia della ‘ndrangheta spezzò la vita di Domenico Catalano, appena 16 anni.

Domenico viveva a Roma ed era tornato in Calabria per trascorrere le vacanze nella terra dei suoi genitori. Quella sera era in giro in motorino insieme all’amico Natale Cozzupoli.

I killer lo scambiarono per un'altra persona, probabilmente anche a causa della maglietta a righe che indossava, e lo uccisero a colpi di fucile.

Domenico non aveva alcun legame con la criminalità. Non era un bersaglio. Non era un uomo di clan. Era un ragazzo di 16 anni.

Le successive indagini, nell’ambito del processo “Bless”, ricostruirono responsabilità e catena di comando. Tra i condannati all’ergastolo anche Pasquale Condello, esponente di vertice della ‘ndrangheta.

Una vita innocente cancellata dalla violenza criminale.

La mafia e la ‘ndrangheta non commettono semplicemente “errori”: dietro ogni vittima ci sono una vita, una famiglia, sogni e futuro che vengono distrutti.

Ricordare Domenico significa restituirgli almeno ciò che la criminalità gli ha tolto: il diritto di non essere dimenticato.

Il 2 settembre 1988 a Lamezia Terme, la ‘ndrangheta uccide Antonio Raffaele Talarico.

 

Antonio Raffaele Talarico aveva 49 anni, era una guardia particolare giurata e padre di quattro figli. Da oltre vent’anni lavorava presso un cantiere edile di Lamezia Terme.

La sera del 2 settembre 1988, mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere, venne raggiunto alle spalle da diversi colpi d’arma da fuoco. A ucciderlo furono uomini legati a un’organizzazione criminale dedita al racket delle estorsioni e delle guardianie.

Le prime indagini non portarono a una condanna e il procedimento venne archiviato. Oltre dodici anni dopo, le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia permisero di riaprire il caso.

Nel 2011 arrivò la condanna a 30 anni di reclusione per uno degli autori dell’omicidio, che aveva confessato le proprie responsabilità.

Antonio Raffaele Talarico era un uomo che faceva semplicemente il proprio lavoro e che aveva una famiglia da proteggere e a cui tornare.

La criminalità organizzata gli tolse la vita.

La memoria non deve permettere che venga cancellato anche il suo nome.

Il 3 settembre del 1982 veniva ammazzato a Palermo il generale Carlo Albero Dalla Chiesa assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro. L’agente della scorta, Domenico Russo, anch’egli colpito dai colpi di Ak-47 che trafissero i coniugi Dalla Chiesa, morì il 15 settembre successivo, a causa delle riferite riportate.

Dopo importanti successi ottenuti in Piemonte nella lotta al terrorismo delle Brigate Rosse, il Generale Dalla Chiesa fu nominato Prefetto e trasferito a Palermo per combattere la mafia. 

Chi è caduto combattendo mafia e camorra va sempre ricordato ed elogiato e mai dimenticato.

Il 4 settembre 1990 a Calanna (RC) veniva assassinato Angelo Versaci, 43 anni, vigile urbano.

Dopo una giornata trascorsa con la moglie, stava rientrando a casa per cena. Aveva appena suonato al citofono quando un killer lo colpì con tre colpi di fucile: uno alla spalla, due alla testa.

Angelo finì nel mirino perché non volle piegarsi a dinamiche oscure nella sua amministrazione, in un periodo in cui Reggio Calabria veniva travolta dai soldi degli appalti pubblici. Un terreno spesso pericoloso, crocevia dove si incontrano politica corrotta, mala imprenditoria e mafie.

Un uomo giusto, eliminato dalla ferocia della criminalità.

Un delitto che, ancora oggi, resta avvolto nel silenzio.

Lo ricordiamo perché il coraggio di chi resiste non vada dimenticato.

Sono passati 16 anni dall’assassinio di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica, ucciso a colpi di pistola la sera del 5 settembre 2010.

Vassallo era un amministratore che aveva fatto della legalità, della tutela dell’ambiente e della difesa del proprio territorio una ragione di vita. Un uomo che non aveva paura di esporsi e di difendere le sue idee. Fu ucciso mentre rientrava a casa. Nove colpi di pistola calibro 9, sette dei quali lo raggiunsero.

Ad oggi il ricordo di Angelo Vassallo porta con sé anche una domanda amara: perché ancora non conosciamo tutta la verità sulla sua morte? Restano ombre, interrogativi, piste investigative e una vicenda che non ha ancora restituito pienamente alla famiglia e alla comunità quella verità che meritano. Non possiamo accettare che il tempo faccia calare il silenzio su un omicidio così grave. Angelo Vassallo non è soltanto una vittima da commemorare. È un simbolo di amministrazione onesta, di coraggio e di amore per il proprio territorio. La sua memoria deve continuare a vivere.

E insieme alla memoria deve vivere anche la richiesta di verità e giustizia.

Il 6 settembre 2015 a Napoli venne ucciso il 17enne Gennaro Cesarano.

Fu raggiunto da un proiettile vagante sparato da una ‘paranza’, ovvero un gruppo composto da camorristi di giovanissima età, durante una ‘stesa’, ovvero un raid armato con cui le paranze cercano di imporre il proprio dominio sul territorio.

L'inchiesta ha confermato che il ragazzo fu la vittima innocente di una sparatoria scatenata nell'ambito di uno scontro fra bande rivali della camorra. Determinante, ai fini della ricostruzione della vicenda, la collaborazione con la giustizia di un uomo, appartenente a un clan dell'Area Nordest di Napoli.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l'incolpevole Genny si ritrovò nel mezzo di una raffica di 24 colpi esplosi da tre pistole. Solo per una fortunata serie di circostanze, almeno altri tre giovani che si trovavano in piazza in quel momento sfuggirono alla morte. L'azione di un commando di otto persone a bordo di quattro moto, sarebbe scattata per vendicare un affronto compiuto solo poche ore prima dal capo clan rivale, poi a sua volta ucciso in un agguato due mesi dopo.

Il 6 dicembre 2017 si è concluso il processo di primo grado nei confronti dei responsabili dell'omicidio di Genny Cesarano: quattro ergastoli e una condanna a sedici anni per l'uomo collaboratore di giustizia. Il verdetto è stato emesso con rito abbreviato dal giudice Antonio Vecchione. 

 

L'11 luglio 2019 la IV Sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli ha confermato gli ergastoli per tre dei condannati in primo grado, 16 anni al quarto. Successivamente la Corte di Cassazione ha sancito il rinvio a una nuova sezione della Corte d'Appello di Napoli. Il 27 novembre 2019 un uomo, già detenuto, è stato identificato come l'ultimo killer del commando che sparò a Gennaro. Il 27 dicembre 2021 la Corte di Assise di Appello di Napoli lo ha condannato all'ergastolo.

L’ 8 settembre 1992 a San Cipriano d’Aversa la camorra spezzò la vita di Flavio Russo, studente universitario di appena 21 anni.

Flavio si trovava nei pressi dell’abitazione di Francesco Mauriello, vero obiettivo di un agguato durante la faida tra clan che insanguinava il territorio. Fu raggiunto da un proiettile vagante e morì poco dopo in ospedale, dove era stato trasportato da un amico.

Flavio non aveva nulla a che fare con quella guerra. Era semplicemente nel posto sbagliato mentre la criminalità organizzata trasformava le strade in un campo di battaglia.

Per la sua famiglia la giustizia è arrivata anche sul piano dei riconoscimenti: nel 2019 il padre Rodolfo Russo si è visto riconoscere il diritto al vitalizio previsto per i familiari delle vittime della criminalità organizzata.

Flavio aveva 21 anni. Aveva una vita davanti. La camorra gliel'ha portata via.

Ricordarlo significa non accettare che le vittime innocenti vengano dimenticate e continuare a chiedere verità e giustizia.

L’8 settembre 2018 a Pianura (NA) morì la guardia giurata Gennaro Schiano, 64 anni.

Lavorava come guardia giurata, servizio portierato presso il palazzo del Consiglio Regionale della Campania. Ogni mattina Gennaro si spostava da Quarto utilizzando il trasporto pubblico. Il giorno 8 maggio 2018 in Circumflegrea ebbe una discussione con un diciannovenne, Giorgio Landolfi, molto probabilmente per il posto che la guardia sta occupando con il suo pesante zaino: qui un normale confronto civile si trasforma in uno scontro violento. Il ragazzo, che fa arti marziali, gli risponde in malo modo e comincia ad agitarsi arrivando alle mani.

Gennaro, preoccupato dalla reazione così imprevedibile del ragazzo, decide di scendere una stazione prima del solito per raggiungere successivamente la sua abitazione in pullman. Il ragazzo però lo seguì e, raggiuntolo, lo aggredì violentemente, sferzando una ginocchiata in testa e colpendolo a calci quando questi cade a terra. Gennaro riuscì in autonomia a chiamare il 118 e venne portato al pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo. I medici lo dimisero con un referto che parlava di “persona lucida e presente” ma intorno alle 22 comincia ad accusare un forte mal di testa e dietro alla nuca compare una grossa ecchimosi: una forte emorragia cerebrale. Venne portato in sala operatoria in piena notte, intubato, sedato e ricoverato in rianimazione. Gennaro morì dopo 4 mesi di agonia.

Nello stesso giorno del pestaggio partirono le indagini della Polizia. Il giovane responsabile del pestaggio venne arrestato il 4 agosto 2018. Per il giovane incensurato di Pianura, i pm avevano chiesto una pena di 4 anni. Il gip ha inflitto al 19enne di Pianura una pena di 2 anni con la sospensione della pena.

La figlia della guardia, Lina, dopo aver appreso la sentenza, ha giudicato inaccettabile la decisione del giudice, basatasi anche sulla relazione di un consulente. Secondo tale relazione la causa del decesso non era riconducibile a quell'evento. Tesi mai accettata dai familiari di Schiano, secondo i quali al ragazzo si sarebbe dovuto contestare l'omicidio preterintenzionale (chiesto dal pm). Il giovane praticava il kick boxing e proprio grazie alla disciplina sportiva i suoi colpi erano più violenti.

Il 9 settembre 1975 a Villa Literno perse la vita il maresciallo dei Carabinieri Luigi Ciaburro, 52 anni.

Mentre interveniva per sventare una rapina a un treno merci, fu travolto da un convoglio ferroviario durante l’inseguimento dei malviventi.

La sua morte resta ancora avvolta dal silenzio e dalle ombre. Dopo oltre quarant’anni, nessuna verità completa. Oggi lo ricordiamo come vittima del Dovere, esempio di coraggio e sacrificio.

Il 10 settembre 1981 a Palermo venne ucciso Vito Jevolella, maresciallo dei carabinieri di 52 anni. Era molto noto negli ambienti investigativi dell’Arma e tra i Magistrati per la sua capacità professionale, per l’impegno investigativo e per la determinazione a fare luce tanto sul delitto comune quanto su quello mafioso. 

Alle 20.30 circa del 10 settembre 1981, Jevolella, in macchina in compagnia della moglie Iolanda, fu colpito da quattro killer mafiosi armati di pistole e fucili. Fu chiaro che l’assassinio del Maresciallo era da inquadrare in un programma mafioso teso all’eliminazione di quanti si opponessero all’espansione degli interessi criminali.

Il 12 settembre 1993 Elisa Claps, studentessa di 16 anni, scompariva a Potenza dopo essere entrata nella chiesa della Santissima Trinità per incontrare Danilo Restivo. Il suo corpo sarebbe stato ritrovato soltanto il 17 marzo 2010, nel sottotetto della stessa chiesa.

Le indagini portarono alla condanna definitiva di Restivo a 30 anni di reclusione per l'omicidio. Ma la vicenda non ha mai smesso di interrogare l'opinione pubblica e la magistratura per le numerose ombre legate alla scomparsa, al ritrovamento del corpo e alle possibili coperture.

«Elisa aveva soltanto 16 anni. La sua famiglia ha dovuto aspettare 17 anni per conoscere la verità sulla sorte della propria figlia e sorella. Una storia che non può essere consegnata all'oblio e sulla quale devono essere chiariti tutti gli aspetti ancora oscuri. Se ci sono state complicità, omissioni o responsabilità rimaste senza nome, è dovere delle istituzioni accertarlo fino in fondo. La memoria di Elisa e il dolore della sua famiglia meritano verità e giustizia. Non possiamo dimenticare».

Oggi, a distanza di 33 anni dalla scomparsa, l'inchiesta è stata riaperta dalla Procura di Potenza per l'ipotesi di concorso in omicidio, al momento contro ignoti. Negli ultimi mesi i RIS hanno effettuato nuovi accertamenti tecnico-scientifici nella chiesa e su alcuni reperti.

Elisa Claps non è solo una pagina di cronaca. È una giovane vita spezzata e una famiglia che da decenni chiede che ogni ombra venga illuminata.

Per non dimenticare Elisa. Per continuare a cercare tutta la verità.

Il 13 settembre 1978 Pasquale Cappuccio, avvocato e consigliere comunale socialista di Ottaviano, veniva assassinato in un agguato mentre rientrava a casa in auto con la moglie, rimasta lievemente ferita. Cappuccio aveva denunciato le collusioni tra criminalità organizzata e politica, opponendosi in particolare agli interessi della camorra negli appalti e nelle speculazioni edilizie.

Fu il primo di una lunga serie di delitti politici che insanguinarono Ottaviano negli anni della Nuova Camorra Organizzata. Due anni dopo venne ucciso anche il consigliere comunale comunista Domenico Beneventano.

Pasquale Cappuccio rappresenta la storia di chi, nelle istituzioni, ha scelto di non piegarsi alla criminalità organizzata. Il suo omicidio fu un attacco alla democrazia e alla libertà di chi denunciava le collusioni tra camorra, politica e affari. A distanza di 48 anni, il suo nome deve continuare a essere ricordato e la sua storia deve essere raccontata alle nuove generazioni.

Perché la memoria delle vittime innocenti non è una semplice commemorazione: è un impegno civile. E davanti alla violenza criminale non possiamo mai accettare il silenzio, l'indifferenza o la rassegnazione.

Il 14 settembre 1990 a Foggia venne ucciso Nicola Ciuffreda per essersi negato al pizzo. Era un imprenditore edile che aveva costruito la sua attività partendo dal lavoro e dal sacrificio, fino ad aprire nuovi cantieri a Foggia.

All’inizio del 1990 arrivarono le richieste estorsive. Gli chiesero denaro per poter lavorare tranquillamente. Nicola scelse di non pagare e di denunciare tutto ai Carabinieri. Nell’agosto del 1990 aprì un nuovo cantiere in via Eugenio Masi, a Foggia.

La mattina del 14 settembre, Nicola arrivò sul cantiere insieme al figlio Giuseppe. Poco dopo sopraggiunse una moto con due uomini incappucciati. Uno di loro sparò otto colpi contro l'imprenditore, colpendolo in diverse parti del corpo. Nicola morì poco dopo in ospedale. Aveva 53 anni.

La sua morte confluì successivamente nella sentenza Panunzio, che riconobbe per la prima volta la natura mafiosa della cosiddetta “Società Foggiana” e il suo radicamento nell'economia della città, in particolare nel settore dell'edilizia.

Nicola Ciuffreda fu il primo imprenditore edile foggiano a pagare con la vita il rifiuto di piegarsi al ricatto mafioso. Non voleva essere un eroe. Voleva soltanto essere un uomo libero.

Il 14 settembre 2015 a Terzigno venne uccisa Enza Avino, 35 anni.

Fu braccata e uccisa dall’uomo che diceva di amarla dopo aver lasciato la caserma dei carabinieri per l’ennesima denuncia.

Venne raggiunta da due colpi di arma da fuoco esplosi da una macchina in corsa. La macchina era guidata da Nunzio Annunziata che, dopo aver esploso i colpi mortali, scese dalla vettura e portò via la borsa di Enza. Con il telefonino della donna chiamò poi il padre e il fratello di Enza annunciando che di lì a poco avrebbe ucciso anche loro. I familiari di Enza parlano di tragedia annunciata perché Enza, dopo la denuncia, era stata lasciata completamente sola.

La vittima aveva sporto la prima denuncia nei confronti dell’uomo già nel 2012, una denuncia ritirata successivamente. I due avevano una relazione tormentata ed Enza lo aveva più volte denunciato ai carabinieri per le minacce e le violenze subite. L'episodio più grave risaliva alla notte del 1° maggio 2015, quando l'uomo, ubriaco, si era arrampicato fino al terzo piano dell'abitazione della donna cercando di trascinarla con lui nel vuoto. Enza ritornò in caserma il 12 giugno per denunciare il suo stalker che, indifferente alle forze dell'ordine, entrò finanche in caserma continuando a lanciare minacce. 

Nel mese di novembre 2016 il Tribunale di Nola ha condannato a trent'anni di carcere Nunzio Annunziata, il killer reo confesso di Enza Avino, spiegando di aver eliso l'aggravante della crudeltà, pur respingendo tutte le attenuanti chieste della difesa. Il 30 marzo 2018 la sentenza di primo grado è stata confermata anche in Appello.

Il 15 settembre 1993, a Palermo, la mafia uccise don Giuseppe “Pino” Puglisi, sacerdote, educatore e insegnante che aveva scelto di stare accanto ai giovani del quartiere Brancaccio.

Attraverso il lavoro educativo e il Centro Padre Nostro, cercava di sottrarre bambini e ragazzi all'influenza della criminalità organizzata, mostrando loro che il rispetto e la dignità potevano essere conquistati attraverso la libertà, l'onestà e il rispetto della legge. Per questo la sua presenza divenne un ostacolo per Cosa Nostra.

La sera del suo compleanno, davanti alla sua abitazione, venne raggiunto dai sicari e ucciso con un colpo di pistola alla nuca. I mandanti e gli esecutori dell'omicidio sono stati condannati all'ergastolo.

Il 25 maggio 2013, a Palermo, don Pino Puglisi è stato proclamato beato e riconosciuto dalla Chiesa come martire, prima vittima di mafia a ricevere questo riconoscimento.

La sua morte non ha cancellato il suo lavoro. Al contrario, il suo esempio continua a ricordare che la lotta alla mafia passa anche dall'educazione, dalla cultura e dalla capacità di dare ai giovani un'alternativa alla criminalità.

Il 16 settembre 1990 a Casoria venereo uccisi, Sergio Esposito e Andrea Esposito (in foto), di 32 e 12 anni. 

Non erano parenti ma semplicemente omonimi. Lavoravano nel bar Franzese, situato all’interno del mercato ortofrutticolo del paese. L’attività veniva gestita da dei pregiudicati, i quali erano un tempo legati al boss Raffaele Cutolo.

Sergio era stato assunto come cameriere, il piccolo Andrea invece come garzone. Ogni mattina si svegliava alle 3.30 solo per portare a casa qualche lira: la sua famiglia si trovava in una situazione di grande povertà. Il 16 settembre i killer decisero di compiere il loro agguato: entrarono nel bar alle 4.30 e individuarono la loro vittima: Antonio Franzese, figlio ventiquattrenne del proprietario. Non ebbero alcuna esitazione: impugnarono le pistole e iniziarono a sparare. Il giovane, colpito, si accasciò a terra. I sicari si avvicinarono e si accorsero di Sergio e Andrea, nascosti dietro al bancone. I malavitosi li uccisero per non lasciare testimoni.

Pochi giorni dopo gli inquirenti arrestarono tre persone sospettate del duplice omicidio: si trattava dei componenti di un'unica famiglia. 

Si pensò che la strage fosse l'ultimo episodio tragico di una serie di scontri avvenuti nei mesi precedenti tra la famiglia in questione e quella del proprietario del bar, un tempo vicine ma poi divisesi. 

Era il 18 settembre del 2008 quando un commando armato, inviato dalla fazione del clan dei casalesi che aveva come referente Giuseppe Setola(detto ’o cecato per  aver utilizzato referti medici fasulli per poter evitare il regime carcerario) e che aveva preso le redimi del comando del gruppo di Francesco Bidognetti (Cicciotto ‘e mezanotte, già in carcere) fece irruzione  tra Baia Verde ed Ischitella (frazioni di Castelvolturno) uccidendo il pregiudicato Antonio Celiento (gestore di una sala giochi, sospettato di essere un informatore delle forze dell'ordine) e sei immigrati africani, vittime innocenti della strage.

Gli immigrati si chiamavano Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwako del Togo e Jeemes Alex della Liberia e si trovavano presso la sartoria Ob Ob Exotic Fashion a Ischitella.

Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, emerse che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più vecchio aveva poco più di trent'anni) era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana", la quale, poco lontano da lì, all'ex hotel Zagarella, gestiva la piazza dello spaccio e il giro di prostituzione di ragazze africane per conto della potente camorra locale.

Tali fatti di sangue sono ricordati come “la strage di Castelvolturno”.

Il 19 settembre 1989 Sandra Ruggiero, 29 anni, perdeva la vita dopo essere stata raggiunta da colpi di pistola. Era nata e cresciuta in Inghilterra, figlia di emigranti, ed era tornata da poco a San Prisco insieme alla madre.

Quella sera Sandra si era recata alla festa patronale di Curti insieme alla cugina sedicenne Matronella Peccerillo. Al termine della serata le due ragazze scomparvero. Furono ritrovate la mattina successiva, a bordo di un'auto, lontano da San Prisco. Sandra morì poco dopo il ricovero; Matronella, colpita alla schiena, riuscì a sopravvivere.

Secondo la ricostruzione delle indagini, le due ragazze furono attirate in auto da un uomo che si finse appartenente alla polizia e che le condusse in una zona di campagna. L'aggressione degenerò nella violenza e negli spari.

Per il delitto venne inizialmente fermato Alessandro Ventriglia. Il procedimento fu archiviato, ma il caso fu successivamente riaperto. Nel 2003 arrivò la condanna in primo grado a 24 anni; in appello la pena fu portata a 28 anni. La condanna divenne definitiva e il 15 marzo 2006 Ventriglia venne arrestato.

Sandra aveva soltanto 29 anni. Una giovane donna. Una vita spezzata. Una storia che non deve essere dimenticata.

La sera del 20 settembre 1973, vennero uccisi Domenico e Salvatore Feudale, di 19 anni e 10, durante la Faida di Crotone. Domenico era insieme al fratello Salvatore Feudale in piazza Mercato a Crotone. Improvvisamente venne aperto il fuoco e una scarica di 16 colpi ammazzò i due ragazzi. Furono vittime di una vendetta nei confronti del padre Umberto, boss di Crotone, che qualche tempo prima aveva ammazzato Ninì Vrenna, figlio del boss rivale.

Il 20 settembre del 1988 venne assassinato dalla camorra Giuseppe Mascolo, titolare di una nota farmacia a Cellole, in provincia di Caserta. Fu ucciso a Baia Domizia nei pressi della sua abitazione perché,si era opposto a un tentativo di estorsione.

 

 Il 20 settembre del 2009 cessò di battere il cuore di Domenico Gabriele, detto Dodò , un bambino vittima della ‘ndrangheta, ucciso per errore durante un agguato in contrada Margherita, a nord di Crotone.

La sera del 25 giugno 2009 il padre Giovanni lo aveva accompagnato in contrada Margherita, in una struttura sportiva composta da quattro campi di calcetto e circondata dalla campagna. Là era stata organizzata una partita di calcetto. In porta si trovava Gabriele Marrazzo, 35 anni, un emergente luogotenente della mala locale, anche lui domiciliato dalle parti di Iannello, ufficialmente disoccupato e da poco tornato dalla Germania. 

A un tratto si udirono dei colpi di un fucile calibro caricato a pallettoni: l'obiettivo dei killer era Gabriele Marrazzo, il quale, colpito al volto, morì all'istante. Per un tragico errore rimasero ferite altre 9 persone, fra cui Giovanni e Dodò che fu portato all'Ospedale di Crotone e poco dopo trasferito d’urgenza presso quello di Catanzaro, nel reparto di Neurochirurgia. Gli altri feriti nell'agguato, per fortuna, non erano gravi. Ma le condizioni di Dodò divennero disperate. I medici lo operarono prima al fegato per arginare le emorragie e poi al cervello per estrarre il piombo, ma continuò a lottare fra la vita e la morte che sopraggiunse il 20 settembre 2009 il suo cuore smise di battere;

Il 20 settembre del 2010 a Napoli fu uccisa Teresa Buonocore, 51 anni. Aveva denunciato e testimoniato contro Enrico Perillo, un uomo che aveva abusato sessualmente di sua figlia, loro vicino di casa e padre di due amiche della ragazzina. In seguito a ciò, aveva già subito intimidazioni: le era stata incendiata la porta di casa. Questo, però, non era bastato a farla tornare sui propri passi, così il pedofilo di cui la figlia di Teresa era caduta vittima aveva ingaggiato due uomini promettendo loro 15mila euro, come esecutori materiali dell’omicidio della donna. Teresa si trovava in macchina, nella zona del porto, quando i due le si avvicinarono a bordo di una moto e le esplosero addosso quattro colpi di pistola, uccidendola.

La Corte suprema di cassazione con la sentenza n° 846 del 12 gennaio 2015 confermò la condanna per i due sicari, Alberto Amendola e Giuseppe Avolio, rispettivamente a 22 e 18 anni di reclusione mentre Perillo fu condannato all'ergastolo.

Il 21 settembre 1990 venne ucciso dalla mafia il giudice Rosario Angelo Livatino aveva 37 anni. Magistrato ad Agrigento, da anni si occupava di indagini sulla criminalità mafiosa, sulla corruzione e sui patrimoni riconducibili agli ambienti criminali.

Quella mattina percorreva senza scorta la SS 640, da Canicattì verso Agrigento, a bordo della sua vecchia Ford Fiesta. Un commando della Stidda speronò la sua automobile. Livatino tentò di fuggire a piedi, ma venne raggiunto e ucciso a colpi di pistola.

A vedere l'agguato fu per caso Piero Nava, che con la sua testimonianza contribuì alle prime indagini e all'identificazione degli esecutori. I processi successivi portarono a condanne all'ergastolo per gli esecutori e per diversi mandanti dell'omicidio.

Livatino era anche un uomo profondamente credente. Nei suoi appunti ricorreva la sigla “STD”, Sub Tutela Dei: sotto la tutela di Dio. Nel 2021 la Chiesa cattolica lo ha proclamato beato, riconoscendone il martirio in odium fidei.

Aveva 37 anni. Un magistrato. Un uomo riservato. Un servitore dello Stato.

Ucciso perché il suo lavoro aveva colpito gli interessi della criminalità organizzata.

Il 22 settembre 1919, a Prizzi, in provincia di Palermo, veniva assassinato Giuseppe Rumore, segretario della Lega dei contadini e della sezione socialista.

Nel primo dopoguerra, Rumore era impegnato nell'organizzazione delle lotte contadine per l'occupazione dei latifondi e per la rivendicazione delle terre incolte e mal coltivate. Insieme a Nicolò Alongi, aveva promosso il 31 agosto 1919 lo sciopero delle campagne prizzesi, seguito da comizi a Palazzo Adriano e nei comuni vicini.

Quella mobilitazione entrava in contrasto con gli interessi dei grandi proprietari terrieri e con gli equilibri di potere che la mafia proteggeva nelle campagne siciliane.

La sera del 22 settembre, Rumore fu ucciso sotto casa con due colpi di fucile. Aveva 25 anni.

La sua morte si inserì nella violenta offensiva contro il movimento contadino siciliano. Giuseppe Rumore fu una delle vittime di quella stagione di violenza e di lotte sociali.

Nicolò Alongi continuò a portare avanti il programma dell'amico e compagno di lotta, ma pochi mesi dopo, il 29 febbraio 1920, anche lui venne assassinato.

La storia delle mafie è anche la storia di uomini che vennero colpiti perché cercavano di organizzare i lavoratori e mettere in discussione un sistema di potere.

Il 22 settembre del 2024, Antonella Lopez, 19 anni, venne uccisa da un proiettile nel corso di una sparatoria avvenuta nella discoteca "Bahia" di Molfetta (BA). Vero bersaglio del killer era Eugenio Palermiti, rampollo del clan criminale del quartiere Japigia di Bari, rimasto ferito nell'agguato assieme ad altre tre persone.

Il 23 settembre del 1943, Salvo Rosario Antonio D'Acquisto, carabiniere di 23 anni nato a Napoli, si offrì in cambio della vita di 22 civili rastrellati dai nazisti per rappresaglia ad un attentato compiuto il giorno prima. Venne fucilato a Roma, in località Torrimpietra. Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Il 23 settembre del 1985 a Napoli, fu ucciso a 26 anni il giornalista de Il Mattino Giancarlo Siani.

Aveva scritto i suoi primi articoli per il mensile “Il Lavoro nel Sud”, testata dell’organizzazione sindacale Cisl e poi iniziò la sua collaborazione come corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano Il Mattino di Napoli. Da Torre Annunziata principalmente si occupò di cronaca nera e dunque di camorra, studiando i rapporti e le gerarchie all’interno delle famiglie camorristiche che controllavano Torre Annunziata e i suoi dintorni. In questo periodo iniziò anche a collaborare con l’Osservatorio sulla Camorra, diretto dal sociologo Amato Lamberti.

Prima di altri ricostruì le dinamiche di camorra nel territorio vesuviano ed indicò Valentino Gionta come capo indiscusso nell’area di Torre. Contemporaneamente portò avanti un’inchiesta sulla manipolazione degli appalti pubblici. Fini così nel mirino della criminalità organizzata.

L’articolo che di fatto sancì la sua morte fu quella in cui Siani ipotizzava che l’arresto di Gionta, avvenuto a Marano, dove si nascondeva, fu compiuto grazie ad una soffiata dei Nuvoletta, alleati dei Valentini. Per il giornalista quella soffiata fu il prezzo che i Nuvoletta dovettero pagare per ripacificarsi con Bardellino con il quale erano nati dei sanguinosi contrasti.

Il clan maranese, succursale napoletana della fazione di Riina di Cosa Nostra, non accettò l’affronto di e essere chiamati “infami” e fu decretato l’assassinio di Siani.

 Il 23 settembre 1985, appena giunto sotto casa sua con la sua macchina, la Citroën Méhari verde, Giancarlo Siani venne ucciso: l’agguato avvenne intorno alle 20.50 circa a pochi metri da casa sua, in Piazza Leonardo. Per chiarire i motivi che hanno determinato il decesso e identificare mandanti ed esecutori furono necessari 12 anni e le rivelazioni di tre pentiti.

Il 24 settembre 2004 a Locri (RC) moriva Massimiliano Carbone, imprenditore di 38 anni.

Venne ucciso da un cecchino con un proiettile calibro 12 mentre tornava da una partita di calcetto con gli amici. Ricoverato in ospedale, morì dopo 7 giorni di agonia. Le indagini partirono molto dopo il delitto e sebbene la famiglia avesse cercato di contribuire in ogni modo possibile, ci vollero ben due anni prima che un nome finisse sul registro degli indagati, ma quell’unico indagato venne poi prosciolto e il caso sull’omicidio archiviato nell’ottobre del 2007.

Il 25 settembre 1979 a Palermo furono uccisi il giudice Cesare Terranova e il maresciallo Lenin Mancuso, di 58 e 57 anni.

Il giudice Cesare Terranova e il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, al quale era stata affidata la protezione del giudice, furono uccisi da alcuni killer che aprirono il fuoco contro l’auto su cui si trovavano. Il magistrato era già stato procuratore dell’accusa al processo contro la mafia corleonese tenutosi nel 1969 a Bari, ove però quasi tutti gli imputati erano stati assolti.

Verso le ore 8.30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del giudice a Palermo per accompagnarlo lavoro. Cesare Terranova si mise alla guida della vettura mentre accanto a lui sedeva il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, l’unico uomo della sua scorta che lo seguiva da vent’anni come un angelo custode. L’auto imboccò una strada secondaria trovandola inaspettatamente chiusa da una transenna di lavori in corso. Il giudice Terranova non fece in tempo a intuire il pericolo: in quell’istante da un angolo sbucarono alcuni killer che aprirono ripetutamente il fuoco. Cesare Terranova istintivamente ingranò la retromarcia nel disperato tentativo di sottrarsi a quella tempesta di piombo, mentre il maresciallo Mancuso, in un estremo tentativo di reazione, impugnò la Beretta d’ordinanza per cercare di sparare contro i sicari, ma entrambi furono raggiunti dai proiettili in varie parti del corpo. Al giudice Terranova, 58 anni, i killer riservarono anche il colpo di grazia, sparandogli a bruciapelo alla nuca. La sua fedele guardia del corpo, Lenin Mancuso, morì dopo alcune ore di agonia in ospedale.

Il 26 settembre del 1988 il sociologo, giornalista e attivista italiano Mauro Rostagno veniva ucciso dalla mafia.

Fu assassinato in un agguato in contrada Lenzi, a poche centinaia di metri dalla sede della Saman, all'interno della sua auto, una Fiat Duna DS bianca, da alcuni uomini nascosti ai margini della strada; mentre rientrava alla comunità con una giovane ospite (che si salvò divenendo l'unica testimone del delitto) i sicari mafiosi gli spararono con un fucile a pompa calibro 12, che scoppiò in mano ad uno degli assassini, e una pistola calibro 38.

Fu uno dei fondatori del movimento politico Lotta Continua e della comunità socio terapeutica, per il recupero di tossicodipendenti, Saman, inizialmente ispirata al movimento di Osho Rajneesh. Venne sepolto al cimitero di Valderice, con un funerale religioso.

Sul luogo dell'agguato è stato posizionato un monumento commemorativo che recita: Mauro Rostagno - "vittima della mafia" - «Io sono più trapanese di voi perché ho scelto di esserlo». 

Dalla metà degli anni Ottanta, Rostagno lavorò come giornalista e conduttore anche per l'emittente televisiva locale Radio Tele Cine (RTC), dove in seguito si avvalse della collaborazione anche di alcuni ragazzi della Saman. Intervistò Paolo Borsellino e Leonardo Sciascia, e indagò su Cosa nostra e il suo potere. Attraverso la TV denenciò le collusioni tra Cosa nostra e politica locale: tra i tanti servizi giornalistici di denuncia del fenomeno, la trasmissione di Rostagno seguì tutte le udienze del processo per l'omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss mafiosi Nitto Santapaola e Mariano Agate, che durante la pausa di un'udienza mandò a dire a Rostagno che «doveva dire meno minchiate» sul suo conto.

Il 27 settembre 1960, a Lucca Sicula, in provincia di Agrigento, veniva assassinato Paolo Bongiorno, bracciante agricolo di 38 anni, segretario della locale Camera del Lavoro e dirigente del Partito Comunista Italiano.

Bongiorno si batteva per i diritti dei lavoratori, per salari più alti e per condizioni e orari di lavoro più dignitosi. Era stato candidato nelle liste del PCI alle elezioni comunali che si sarebbero svolte poche settimane dopo.

La sera del 27 settembre, dopo una riunione politica, stava tornando a casa insieme al giovane nipote Giuseppe Alfano. Erano circa le 22.30 quando, in via Valle, a pochi metri dalla sua abitazione, due colpi di lupara esplosi da uomini nascosti dietro un muro lo colpirono alla schiena.

Paolo Bongiorno riuscì ad arrivare vivo in casa, ma morì poco dopo tra le braccia della moglie Francesca, che era incinta del loro sesto figlio. Lasciò cinque bambini, il più grande di 14 anni e il più piccolo di appena 2.

Anche dopo la sua morte, la sua figura venne colpita da tentativi di delegittimazione. La documentazione ricorda infatti una nota del prefetto di Agrigento che presentava Bongiorno come un uomo con presunti precedenti penali e problemi nervosi, contribuendo a spostare l'attenzione dal suo impegno politico e sindacale.

Gli oggetti ritrovati nelle sue tasche raccontavano invece cosa stesse facendo fino a pochi minuti prima di essere assassinato: materiale della CGIL, documenti del PCI, sottoscrizioni per l'Unità e documentazione relativa allo sciopero generale del 1° ottobre 1960.

Paolo Bongiorno fu ucciso mentre difendeva i diritti dei lavoratori e organizzava le lotte dei braccianti.

La sua storia appartiene alla lunga scia di sindacalisti e dirigenti politici assassinati dalla mafia nella Sicilia del dopoguerra.

Il 28 settembre, dal 1990 al 1992, morirono assassinati dalla mafia Giuseppe Tallarita, Demetrio Quattrone, Nicola Soverino e Paolo Ficalora, quattro uomini con l’alto senso del dovere e con una spiccata moralità.

Giuseppe Tallarita fu ucciso perché aveva cercato di proteggere la sua proprietà dalle incursioni abusive del gregge del futuro boss capo degli stiddari del comprensorio di Gela, che dieci anni dopo, venne ucciso dai killer gregari per vendetta.

Demetrio Quattrone e Nicola Soverino erano due vecchi amici; il primo un funzionario dell’Ispettorato al lavoro, ligio e coscienzioso, mentre il secondo, un medico omeopata. Vennero raggiunti e trucidati da un commando di killer mentre stavano effettuando un giro in auto di sera. Quattrone, ingegnere, stava effettuando alcune perizie per conto della procura di Palmi su alcuni appalti dell’area di Gioia Tauro e sulla centrale Enel. Quasi un mese prima, il 9 agosto, il giudice Antonino Scopelliti era stato ucciso; eppure alle cosche reggine non era sufficiente: occorreva dare un altro segnale.

Paolo Ficalora, soprannominato il Capitano “ribelle”, proprietario di un residence turistico, si oppose violentemente alle prevaricazioni mafiose cercando di ostacolarle e resistere con caparbia alle minacce e alle ritorsioni. Il fatto che decretò la sua morte fu quando diede in locazione una villetta del suo villaggio a una famiglia che ospitò durante la permanenza il super pentito di Cosa nostra Totuccio Contorno. Nonostante Ficalora fosse estraneo alla vicenda fu punito per il suo alto senso della legalità.

Il 29 settembre 1981, a San Giovanni Gemini, in provincia di Agrigento, un agguato di mafia trasformò un bar in una scena di sangue.

I killer erano arrivati per uccidere Calogero “Gigino” Pizzuto, indicato dai collaboratori di giustizia come un esponente di vertice di Cosa Nostra. Nel bar Reina, però, insieme al loro obiettivo colpirono anche due persone completamente estranee alla guerra di mafia: Michele Ciminnisi e Vincenzo Romano.

Michele Ciminnisi era un impiegato comunale e quella sera stava giocando a carte. Vincenzo Romano era accanto a lui. Quando i killer entrarono nel locale, aprirono il fuoco senza preoccuparsi delle numerose persone presenti.

Romano fu raggiunto da un proiettile al cuore. Ciminnisi venne colpito da un proiettile che aveva attraversato il corpo di Pizzuto e morì poco dopo, mentre cercava di raggiungere l'uscita del bar.

Michele lasciò la moglie Nazarena e tre figli, tra cui Giuseppe, che aveva appena 14 anni. Per anni la famiglia cercò la verità e giustizia. Le successive dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia permisero di ricostruire l'agguato e di individuare le responsabilità dei mandanti.

Nel 2010 la Corte d'Assise di Agrigento condannò all'ergastolo Salvatore Riina e Bernardo Provenzano; la condanna per Provenzano divenne definitiva dopo la rinuncia al ricorso.

Quella di San Giovanni Gemini resta la storia di due uomini che non avevano scelto quella guerra e che non avevano nulla a che fare con la mafia.

Erano semplicemente nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Il 30 settembre del 1978 a Napoli venne aggredito mortalmente il 20enne ambientalista Claudio Miccoli.

Morì in seguito all’aggressione avvenuta ad opera di picchiatori fascisti in Piazza Sannazaro a Napoli. La sera del 30 settembre 1978 Claudio Miccoli, consigliere regionale del WWF campano, si ritrovò ad assistere all’aggressione di un giovane. Miccoli cercò da solo di dirigersi verso un gruppo di quattro neofascisti cercando di riportarli alla ragione. Tuttavia egli fu immediatamente raggiunto da un colpo di bastone alla testa scagliato dal militante di estrema destra Ernesto Nonno, il quale poi infierì sul corpo di Miccoli caduto a terra esanime fracassandogli il cranio. La sera stessa Claudio Miccoli, trasportato in ospedale, entrò in coma. Morì il 6 ottobre 1978, dopo aver espresso la volontà di donare i propri organi.

 

Francesco Emilio Borrelli 

 

 

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