Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Parmenide: l’essere è. E la sua ragion d’essere?

Condividi

C’è un punto della costa cilentana dove il mare sembra trattenere il respiro. Una curva di pietra, vento e luce che non ha bisogno di presentazioni: Elea. Oggi è un sito archeologico, un luogo di quiete.

Nel V secolo a.C., invece, era una fucina di pensiero, un laboratorio di idee così radicali da cambiare il destino dell’Occidente.

E lì, 2500 anni fa circa, camminava Parmenide. Non un filosofo come gli altri. Non era un uomo che osservava il mondo: era un uomo che lo fermava. La Grecia classica era un turbine: Atene costruiva il Partenone, Fidia scolpiva la perfezione, Pericle parlava alla città come un padre.

Tutto scorreva, tutto diventava, tutto cambiava. Parmenide no. Parmenide compiva il gesto più radicale della storia del pensiero: sospendeva il divenire. Diceva che il cambiamento era un inganno, che il nascere e il morire erano illusioni dei sensi, che ciò che appariva non coincideva con ciò che era.

«L’essere è. Il non‑essere non è». Una frase che sembra semplice, ma suonava come un terremoto. Da quel momento, il pensiero occidentale non fu più lo stesso.

 

Parmenide non viveva ad Atene, non frequentava l’Agorà, non ascoltava Pericle. Viveva in una cittadina immersa tra gli ulivi, mare e silenzi.

Elea non aveva templi colossali, ma qualcosa di più raro: la nascita della metafisica. Qui, tra la Porta Rosa e le strade lastricate che salivano verso l’acropoli, Parmenide scriveva un poema che era insieme rivelazione, logica e visione.

Un giovane che viaggiava su un carro, una dea che apriva la porta della verità, un mondo che si divideva in due vie: la Verità e l’Opinione.

La classicità nasceva anche qui, nel Sud, nel nostro Sud.

Parmenide non descriveva il mondo: lo rifondava. L’essere, per lui, era uno, continuo, eterno, immutabile, perfetto. Non poteva nascere, perché prima sarebbe stato non‑essere. Non poteva morire, perché dopo sarebbe stato non‑essere. Non poteva cambiare, perché sarebbe divenuto non‑essere rispetto a ciò che era stato. Il pensiero poteva afferrare solo ciò che era. Il resto era inganno, apparenza, opinione.

In un secolo che celebrava il movimento, Parmenide fondò la filosofia dell’immobilità. È straordinario pensare che mentre Parmenide scriveva il suo poema a Elea, Fidia scolpiva Atena Parthenos, immobile nella perfezione; Pericle costruiva una città che voleva essere eterna; Platone, un secolo dopo, avrebbe fatto dell’immobilità il cuore delle Idee. Non si sono mai incontrati, ma sembrano rispondersi. Parmenide dava la struttura concettuale. Atene ne dava la forma visibile.  È come se la classicità avesse due capitali: una di marmo, una di pensiero. Eppure, di Parmenide si parlava poco. Non aveva statue, non aveva miti, non aveva tragedie, ma solo un poema frammentario, difficile, austero.

Ma chi conosce davvero la filosofia sa che tutto partì da lui. Platone gli dedicò un dialogo. Aristotele costruì la sua ontologia per rispondere a lui. Heidegger lo considerò l’inizio dell’Occidente.

Parmenide fu il fondatore silenzioso: quello che non appariva, ma sosteneva tutto. C’è qualcosa di profondamente mediterraneo nella sua filosofia. Il suo essere immobile non era astratto: era il mare che sembrava fermo, la luce che non cambiava, la pietra che resisteva ai secoli.

Parmenide non fu un filosofo lontano, ma un uomo della sua terra che guardò il mondo dal Cilento e vide l’eternità.

E poi, quando la notte scese su Elea e il mare si ritirò in un silenzio innaturale, accadde qualcosa di inspiegabile: le pietre cambiarono colore, la Porta Rosa sembrò respirare, e l’aria si fece più densa, come se un pensiero antico stesse cercando di attraversarla. Non era suggestione. Non era memoria, ma qualcos’altro. È come se l’essere stesso — quell’essere che Parmenide dichiarò eterno, immobile, indivisibile — si sollevasse per un istante dal suo silenzio millenario e guardasse chi passava, non con occhi, ma con una consapevolezza che non apparteneva agli uomini.

In quei momenti, Elea non fu più un sito archeologico, ma un confine, un punto dove il mondo visibile si incrinava, lasciando filtrare una luce che non illuminava, ma rivelava.

E ancor oggi, se ti fermi, se resti immobile come lui voleva, potresti percepire un’ombra che non appartiene alla notte. Un’ombra che non si muove, non cambia, non svanisce. Un’ombra che sembra aspettare. Forse è il giovane del poema che torna dal suo viaggio. Forse è la dea che apre ancora una volta la porta della verità. O forse è Parmenide stesso, che non ha mai lasciato Elea, che non ha mai smesso di vegliare sul luogo dove l’essere fu pronunciato per la prima volta. E allora capisci che il vero mistero non è ciò che Parmenide ha scritto.

Il vero mistero è ciò che ha taciuto. E quel silenzio non è finito. Continua a scorrere sotto le pietre, sotto il mare, sotto la tua stessa voce quando cerchi ciò che non cambia. E forse quel silenzio sta aspettando proprio te.

 

Mario Grimaldi

 

Statistiche

Utenti registrati
21
Articoli
3681
Web Links
6
Visite agli articoli
21551778

La registrazione degli utenti è riservata esclusivamente ai collaboratori interni.

Abbiamo 295 visitatori e nessun utente online