Lo stato miserando del dibattito pubblico italiano
Lo schema funziona più o meno così. Vengono invitati un giornalista di destra e uno di sinistra, con il contorno di qualche storico o docente universitario nominalmente neutrale. Poi si procede con la discussione che parte, quasi sempre, da eventi del passato (anche lontano). Le dicotomie destra/sinistra e fascismo/antifascismo non mancano mai poiché formano la base di tutto. E a volte si ha l’impressione che nel passato gli interlocutori vogliano restare ben piantati, forse perché sul presente nulla hanno da dire. Impressionante anche il fatto che gli interlocutori ricorrano quasi sempre all’insulto dell’avversario, scorciatoia per evitare un confronto più serio e impegnativo. Qualcuno ha detto a tale proposito che l’intera cultura del nostro Paese è diventata binaria, e non si vede come dargli torto. Esistono solo il bianco e il nero, con le innumerevoli sfumature che stanno nel mezzo del tutto sparite. Non esistono più, insomma, partiti poliedrici come la vecchia Democrazia Cristiana, essa stessa una federazione di partiti, dove si raggiungevano sintesi dopo lunghe discussioni.
Consapevoli, per l’appunto, che oltre al bianco e al nero esiste pure il grigio, che svolge tra l’altro una funzione essenziale. Per questo dibattito semplificato bianco e nero sono più che sufficienti, il resto è inutile orpello. In caso di scontri e incidenti ciascun interlocutore sa già di chi è la colpa. Inutile quindi indagare giacché i due protagonisti del dibattito sanno già che la colpa può essere di una parte soltanto. Diciamoci però la verità. A chi può mai interessare un dibattito pubblico di questo tipo?
Michele Marsonet
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Giornali e programmi televisivi ci hanno abituato a un dibattito pubblico standard, in cui lettore e telespettatore sanno già cosa attendersi in partenza dopo aver visto i personaggi coinvolti e invitati. Si tratta per lo più di giornalisti, ormai diventati padroni di tutti gli argomenti possibili.