Vittime innocenti. Agosto 1944-2017
Fabio era un ragazzo incensurato e impegnato nel volontariato con l’Azione Cattolica, dove prestava servizio a favore degli anziani del paese. Quella sera si trovava nella sala giochi Papillon per una partita a biliardo. Poco prima, nel locale, era entrato un uomo con il volto coperto e aveva sparato contro Mirko Sidoti, 16 anni, figlio del proprietario. Fabio si trovò davanti al killer mentre questo tentava di fuggire. Un solo colpo, sparato a bruciapelo, gli tolse la vita. Fabio non era il bersaglio, ma semplicemente un testimone di una sparatoria legata a una resa dei conti. Aveva 18 anni. Una vita davanti. Fu ucciso perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il 2 agosto 1980, alle ore 10.25, una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna. Fu una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica: 85 persone furono uccise e oltre 200 rimasero ferite. A Bologna quel mattino c’erano lavoratori, famiglie, studenti, turisti e persone in attesa di un treno. C’erano vite normali, progetti, vacanze, appuntamenti e sogni che si interruppero in pochi secondi. La strage di Bologna è stata riconosciuta dalla magistratura come un attentato di matrice neofascista, inserito nella stagione della strategia della tensione che ha insanguinato il nostro Paese.
A 46 anni di distanza, ricordare le vittime non è una semplice commemorazione. È un dovere civile e democratico. Perché la memoria serve a comprendere ciò che è accaduto, a difendere la verità storica e giudiziaria e a impedire che l’odio, il terrorismo e la violenza politica possano trovare nuovamente spazio nella nostra società. 85 vittime. Centinaia di feriti. Migliaia di famiglie segnate per sempre. Il 2 agosto 2017 furono uccisi Luigi e Aurelio, due fratelli che lavoravano insieme come contadini. Una mattina come le altre, si svegliarono all'alba per raggiungere i campi. Non sapevano che fossero state le loro ultime ore. Di lì a poco vennero uccisi perché testimoni di un agguato mafioso in piena regola. Un commando di 4 o 5 uomini raggiunse l'auto su cui viaggiava il boss Mario Romito insieme a suo cognato. I fratelli Luciani compresero il pericolo, forse riconobbero anche qualcuno e tentarono la fuga, ma vennero inseguiti e uccisi senza nessuna pietà. Il 4 agosto del 2009 a Napoli fu uccisa la guardia giurata di 45 anni Gaetano Montanino. Era in auto di servizio con il suo collega, fermi davanti ad un negozio di giocattoli a Piazza Mercato, quando un gruppo di ragazzi del quartiere decise di rapinare le armi ai due vigilanti. Su uno scooter si avvicinarono all’auto due di loro, armati e con i volti coperti dai caschi. Le guardie reagirono e i due rapinatori spararono. Gaetano Montanino venne raggiunto da otto colpi di pistola, morì sul colpo. La sera stessa dell'omicidio venne fermato uno dei due assassini, rimasto ferito durante la sparatoria. La testimonianza del collega di Montanino, Fabio De Rosa, permise ai poliziotti della Squadra Mobile di ricostruire la dinamica dei fatti. Nell'aprile del 2012 la sentenza di secondo grado ha condannato i due maggiorenni a venti anni di reclusione. Il 5 agosto del 1989 a Palermo furono uccisi Antonino Agostino, poliziotto di 28 anni, e Ida Castelluccio, sua moglie di 19 anni. Si erano sposati appena un mese prima. Ida era incinta di cinque mesi di quello che sarebbe stato il loro primo figlio. Mentre entravano nella villa di famiglia per festeggiare il compleanno della sorella di lui, un gruppo di sicari in motocicletta arrivarono all’improvviso e cominciarono a sparare. Ai funerali di Antonino e Ida furono presenti i giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo stesso Falcone disse ad un amico commissario: «Io a quel ragazzo devo la vita». Antonino Agostino stava indagando sul fallito attentato dell’Addaura: il 21 giugno 1989 alcuni agenti di scorta trovarono su una spiaggia dell’Addaura un borsone contenente cinquantotto candelotti di tritolo. In quella stessa spiaggia si trovava la villa di Giovanni Falcone, obiettivo del fallito attentato. Il 7 agosto 1996 la camorra uccideva Giuseppe Quadrano, 43 anni, portalettere. Fu assassinato con dodici colpi di pistola nei pressi del Bar Orientale di San Cipriano d'Aversa per essersi rifiutato alle richieste del clan dei Casalesi. I camorristi volevano che convincesse un suo familiare, collaboratore di giustizia, a ritrattare le proprie dichiarazioni. Giuseppe disse no. Scelse di non diventare uno strumento della criminalità organizzata. Quel rifiuto gli costò la vita. Per oltre vent'anni la sua famiglia ha denunciato il silenzio e l'assenza di risposte. Ancora oggi, Giuseppe Quadrano non è stato riconosciuto dallo Stato come vittima innocente della criminalità organizzata, perché parente di una persona appartenente a un clan. Una circostanza che continua a far discutere e che lascia aperti interrogativi sul riconoscimento di chi ha pagato con la vita la scelta di non collaborare con la camorra. Ricordare Giuseppe Quadrano significa ricordare il coraggio di chi, pur sapendo i rischi, scelse la legalità invece dell'omertà. La memoria è un dovere. La lotta alla camorra passa anche dal riconoscimento di chi ha avuto il coraggio di dire no. Il 9 agosto del 1991 a Campo Calabro (RC) venne ucciso il giudice Antonino Scopelliti, 56 anni. Si era occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo. Aveva rappresentato, infatti, la pubblica accusa nel caso Moro durante il primo processo, nel sequestro dell'Achille Lauro, nella Strage di Piazza Fontana e in quella del Rapido 904. Era tornato nella sua regione per trascorrere le vacanze. Mentre rientrava in paese a bordo della sua automobile, venne intercettato dai suoi assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada. L'agguato avvenne all'altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell'abitato di Campo Calabro. Gli spararono con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito con due colpi alla testa esplosi in rapida successione, fu istantanea. L'automobile, priva di controllo, finì in un terrapieno, per questo in un primo momento si pensò ad un incidente stradale. Quando fu ucciso stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla Ndrangheta di uccidere Scopelliti, e, in cambio del ''favore'' ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la ''guerra di mafia'' che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1995. Il 10 agosto del 2000 nel quartiere napoletano di Pianura vennero uccisi Paolo Castaldi e Luigi Sequino. Quella sera i due ragazzi si erano fermati a parlare nei pressi dell'abitazione di Gigi che era anche il luogo di residenza di Rosario Marra, genero del capo clan Pietro Lago. A bordo di due ciclomotori, i killer, le cui intenzioni sarebbero state quelle di vendicare la morte di un loro affiliato, Vincenzo Giovenco (ucciso dai Lago il 31 luglio precedente), quella sera erano in perlustrazione a caccia di appartenenti al clan avverso da eliminare. I ragazzi, inconsapevoli del pericolo e parcheggiati sotto casa a bordo di una Lancia Y, vennero così scambiati per due guardaspalle di Marra (genero del capo clan della famiglia Lago). Raggiunti da una grandinata di colpi sparati dai sicari, morirono sul colpo. Nel novembre 2007 arrivò una prima sentenza di condanna all'ergastolo per Pasquale ed Eugenio Pesce, individuati come esecutori materiali del delitto. Nel 2008 la terza sezione della Corte di Assise d'Appello di Napoli confermò la condanna all'ergastolo per i cugini Pasquale ed Eugenio Pesce. Gigi e Paolo quella sera stavano programmando le vacanze, non sapevano che non avrebbero più potuto fare alcun progetto. Sparati per errore? Non esistono sbagli della camorra, lo è essa stessa così come chi la appoggia, la giustifica o la tollera. L'11 agosto 1991 Salvatora Tieni e Nicola Guerriero scomparvero nel nulla mentre si recavano in un podere in contrada Monticelli per portare da mangiare ai loro cani. Erano marito e moglie e avevano deciso di non arrendersi alla scomparsa del figlio Romolo, vittima della lupara bianca nel corso della faida tra i clan Bruno e Persano. Salvatora e Nicola avevano scelto di testimoniare, indicando nei fratelli Bruno i responsabili della morte del figlio. Per questo pagarono con la vita. La loro scomparsa avvenne insieme al loro motoape. Solo successivamente, grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, venne ritrovato anche il corpo di Romolo, ucciso e sepolto proprio nelle vicinanze del podere. Dopo l'assassinio dei genitori, la figlia Cosima scelse di continuare quella battaglia. Entrò nel programma di protezione e divenne testimone di giustizia. Le sue dichiarazioni contribuirono a portare alla condanna degli assassini dei suoi genitori. La storia di Salvatora e Nicola è quella di due genitori che non si rassegnarono al silenzio e che cercarono la verità sulla sorte del proprio figlio. La mafia può uccidere le persone. Non dovrebbe mai riuscire a uccidere la verità. Ricordare le vittime innocenti della criminalità organizzata significa anche dare valore al coraggio di chi sceglie di testimoniare e di non piegarsi all'omertà. Non dimentichiamo Salvatora, Nicola e Romolo. Il 12 agosto 1944, all’alba, reparti delle SS tedesche, con la collaborazione di fascisti italiani, circondarono Sant’Anna di Stazzema, piccolo paese toscano che ospitava soprattutto civili. In poche ore venne compiuto uno dei più atroci massacri della Seconda guerra mondiale. Furono uccise circa 560 persone: donne, anziani, uomini e soprattutto bambini. Tra le vittime c’erano intere famiglie, persone che non avevano alcuna responsabilità e che furono massacrate nella propria casa, nelle strade e nei luoghi in cui avevano cercato rifugio. Non fu una semplice operazione militare né una rappresaglia improvvisata: fu un massacro deliberato contro la popolazione civile, con l'obiettivo di terrorizzare e distruggere una comunità. Sant’Anna di Stazzema è oggi un luogo della memoria. Ricordare quelle vittime significa ricordare dove possono portare l'odio, la disumanizzazione e la violenza quando vengono trasformati in ideologia e in azione. A 82 anni da quella strage, il ricordo non è soltanto memoria del passato. È un monito per il presente. Perché nessuna ideologia, nessuna guerra e nessun potere possono mai giustificare l'uccisione di innocenti. Il 13 agosto del 1982 a Napoli moriva Vincenzo Truocchio, appuntato dei carabinieri di 36 anni. Il 4 agosto a Capodichino tre rapinatori presero d’assalto un’agenzia di pratiche automobilistiche. Il titolare dell’esercizio riuscì ad attirare l’attenzione di una volante della polizia: a bordo della vettura si trovavano l’appuntato Vincenzo Truocchio e due colleghi, che cercarono di intervenire per bloccare il gruppo di rapinatori: dal conflitto a fuoco Truocchio rimase ferito. Trasportato in ospedale, venne operato d’urgenza all’addome e al torace, ma nei giorni successivi all’intervento le sue condizioni peggiorarono e il 13 agosto morì. Nel 2012 la squadra mobile di Napoli, dopo 30 anni, con la collaborazione dell’Interpol e di Scotland Yard, arrestò l’assassino: Gianfranco Techegne’, di Napoli, cognato di Maria Licciardi che aveva sposato un suo fratello, Antonio, anche lui ricercato e affiliato all’omonimo clan camorristico di Secondigliano. Gianfranco Techegne’, venne bloccato a Londra, dove viveva sotto falso nome. Il 14 agosto del 1992 a Casalabate (LE) venne ucciso il 18enne Mauro Maniglio, vittima innocente di mafia e della guerra tra cosche che in quegli anni imperversava. Si trovava sul sellino posteriore di una Honda 1000 guidata dal cugino Giorgio Renna, di 19 anni. D’improvviso una Ford Fiesta rossa affiancò la moto per poi fermarsi di traverso sulla strada. Il guidatore, un ragazzo sui 25 anni, tirò fuori una pistola. D’istinto Giorgio abbassò la testa e il colpo uccise Mauro. il suo killer lo aveva scambiato per un criminale che qualche ora prima aveva freddato un altro giovane a Leverano, per questioni legate alla malavita locale, prepotentemente gestita in quegli anni dalla Sacra Corona Unita. Una vita e dei sogni infranti per “errore” … Il 18 agosto del 2004 a Bacoli (Na) fu ucciso il 20enne Fabio Nunneri. Venne accoltellato al petto per aver cercato di fare da paciere in una lite iniziata per futili motivi. Nella zona della Marina Grande di Bacoli nei pressi di un ristorante, due automobili si incrociarono lungo una strada stretta senza riuscire a passare. A bordo di una delle due macchine c'era un amico di Fabio, nell'altra Ciro Paparcone, un ragazzo con numerosi precedenti penali. Nacque tra i due un acceso diverbio che presto degenerò in una violenta lite. Fabio allora intervenne per fare da paciere, ma durante la mischia venne raggiunto al petto da una coltellata e morì. Le indagini successive portarono all'arresto di Ciro Paparcone, individuato come il responsabile della ferita mortale. Venne condannato a 15 anni di reclusione. Il 19 agosto del 2015 a Napoli moriva Arianna Flagiello, 32 anni. Morta dopo aver deciso di suicidarsi dopo tutte le violenze subite, le minacce e i maltrattamenti continui. Si è lanciata nel vuoto dalla propria abitazione all’Arenella. Le indagini successive portarono all'arresto di Ciro Paparcone, individuato come il responsabile della ferita mortale. Venne condannato a 15 anni di reclusione. Il 20 agosto del 1991 a Soverato (CZ) vene ucciso il carabiniere di 35 anni Renato Lio. Si trovava ad un posto di blocco situato sulla statale 106 (una zona molto frequentata dai turisti). Mentre compiva i soliti controlli di routine l’agente fece fermare una Lancia Delta Bianca targata Milano. All’interno dell’auto c’erano tre persone: Massimiliano Sestito, 20 anni, ragazzo residente in provincia di Milano, Vito, 22 anni, e Nicola Grattò, 19 anni, entrambi cugini di Gagliano. Renato li fece scendere dalla vettura e chiese loro i documenti. Il collega, ottenuta la patente del guidatore, lasciò momentaneamente Lio da solo con i giovani per avvicinarsi alla macchina e controllare via radio che Sestino non avesse precedenti. Contemporaneamente fece segno al carabiniere di iniziare la perquisizione del mezzo. Massimiliano, avendo all’interno del bagagliaio un carico compromettente, si avvicinò al cassettino dell’auto, lo aprì, estrasse una pistola calibro 7.65 e sparò contro Renato che rimase ucciso sul colpo. L’assassino venne catturato mentre gli altri, due cugini incensurati, si costituirono dimostrando la loro estraneità. Il 21 agosto del 1976 a Palermo vene ucciso l’imprenditore 29enne Francesco Paolo Chiaramonte. Era un piccolo imprenditore. Gestiva una macelleria in via San Filippo a Palermo, nel quartiere di Borgo Ulivia. Fu ucciso perché non si piegò alle richieste estorsive subite da alcuni mafiosi della zona. Quel giorno quattro uomini entrarono nella macelleria, armati di pistole e fucili, forse per spaventarlo e indurlo a cedere ai loro ricatti. Chiaramonte stava lavorando al banco e impugnava un coltello. Quando vide entrare i malviventi chiese loro cosa volessero. Ma i quattro lo crivellarono di colpi. Aveva 29 anni. Lasciò moglie e due figli. Mandanti ed esecutori materiali sono stati assicurati alla giustizia. Il 22 agosto del 1993 a Cianciana (AG) venne ucciso Diego Passafiume, imprenditore di 41 anni. Lui e la moglie avevano deciso di festeggiare trascorrendo la giornata nella casa di campagna del cognato a Cianciana, dove l’imprenditore aveva da poco acquistato un terreno da adibire al deposito dei mezzi. Mentre era a bordo della sua vettura insieme alla famiglia, Passafiume decise di fermarsi un attimo per far vedere il terreno alla suocera, quando fu affiancato da una macchina con a bordo quattro uomini: uno di questi imbracciò un fucile da caccia per sparargli prima al petto e finirlo con una fucilata al volto. Tutto questo perché l’uomo non si voleva piegare al racket. Il 22 agosto del 2006, a Palermo venne ucciso il pensionato Giuseppe D’Angelo. Venne raggiunto da due colpi di rivoltella e morì’ sul colpo. Non un regolamento di conti né un avvertimento: la colpa di Giuseppe è stata l’impressionante somiglianza col boss Bartolomeo Spatola, reale destinatario di quei colpi. Vittima dunque di uno scambio di persona, Giuseppe D’Angelo ha ottenuto giustizia con la condanna all’ergastolo del suo assassino, Gaspare di Maggio. Il 29 agosto 2015 Anatolij Korol, muratore Ucraino di 38 anni, fu ucciso da eroe nel tentativo di sventare una rapina all'interno del supermercato Piccolo a Castello di Cisterna. Pochi giorni dopo i carabinieri del gruppo Castello di Cisterna arrestarono i suoi assassini. Il presidente della Repubblica Mattarella conferì’ alla vedova di Anatolij una medaglia d’oro: «E' stato un eroe, ha combattuto ed è morto per la libertà di tutti».
Francesco Emilio Borrelli |
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Il 1° agosto 1993 a Santa Maria di Licodia, nel Catanese, veniva ucciso Fabio Garofalo, appena 18 anni.