Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La strategia del Grand’ammiraglio Anton Haus

Condividi

Le navi da battaglia della k.u.k. Kriegsmarine (la imperial-regia marina da guerra dell’Austria-Ungheria, rimasero inattive durante il 1916, soddisfacendo le linee essenziali della strategia del Grand’ammiraglio Anton Haus volta a mantenere una “flotta in potenza” (fleet-in-being), che ha avuto il suo massimo teorico (critico) nell’ammiraglio Alfred Mahan e che, semplificando al massimo, consiste nel serbare il grosso di una marina militare al sicuro in porti fortificati per costringere quella avversaria a conservare in attesa ed in sorveglianza il grosso della sua, distogliendolo da altri compiti.

Tale strategia viene tipicamente adottata da una flotta più debole contro una più forte, per cercare di immobilizzare quest’ultima evitando il rischio di uno scontro diretto. Haus, comandante della flotta imperiale asburgica dall’inizio della prima guerra mondiale alla sua morte nel febbraio del 1917, non si scostò da questa strategia fondamentale, sebbene essa abbia provocato duri contrasti con l'AOK, il comando supremo delle forze terrestri.

Ad esempio, il 22 febbraio l'AOK trasmise una direttiva a Haus recante la firma dell'arciduca Federico d'Asburgo-Teschen, capo nominale delle forze armate, ma palesemente proveniente dal comandante effettivo, quel Franz Conrad von Hötzendorf, descritto con esattezza da Lawrence Sondhaus nella sua biografia intitolata emblematicamente Architect of the Apocalypse quale un italofobo.

L'AOK annunciò in pompa magna l'intenzione di iniziare un'ampia offensiva alla fine di marzo contro gli italiani nel Trentino.

 

Era in preparazione ciò che nella storiografia italiana è conosciuta quale Strafexpedition (Spedizione punitiva), mentre in quella tedesca viene chiamata Südtiroloffensive, anche se la formula ormai più comune è battaglia degli Altipiani. Pertanto, l'AOK si aspettava che la Kriegsmarine intraprendesse nella seconda metà di marzo una offensiva strategica diretta a provocare gravi danni al nemico. Per prima cosa, l'AOK ordinò a tutti gli aerei navali disponibili di partecipare a una incursione generale sui ponti ferroviari del Piave, pianificato dal comandante del fronte sud-occidentale per il 10 marzo.

Per seconda cosa, ancora più importante, le corazzate dovevano entrare in azione contro le coste italiane.

Haus però rispose negativamente, spiegando che si sapeva sin dall’estate del 1915 che non vi era alcun modo efficace con cui i grandi calibri delle corazzate austriache potessero assistere il fianco meridionale dell'esercito, ovvero che non vi era alcuna prospettiva di danneggiare seriamente gli italiani attraverso l'artiglieria navale tra il fronte e il settore costiero a sud della foce del fiume Po.

L’unica eccezione erano le fortificazioni costiere attorno a Venezia, che era comunque fortemente presidiata. Un attacco alla città lagunare avrebbe potuto essere giustificato se avesse avuto un effetto decisivo sull'offensiva ma, secondo Haus, la distruzione delle opere costiere non avrebbe avuto il minimo effetto sulla battaglia terrestre posta assai più a nord ed in piena terraferma, anzi precisamente in mezzo alle Alpi.

In questo l’ammiraglio ebbe maggiore comprensione della situazione bellica di von Hötzendorf, che per tutta la guerra dall’inizio alla fine commise gravi errori di valutazione strategica.

La marina, continuava Haus nel suo memorandum, avrebbe fornito velivoli per un attacco aereo, ma anche in questo caso il Grand'ammiraglio avvertì che le probabilità di un'azione simultanea tra aerei navali e aerei dell'esercito operanti dal Tirolo sarebbero state problematiche. Le navi da guerra nemiche si avvistavano solo nell'Adriatico meridionale, dove erano concentrate per mantenere il blocco che rinserrava la marina militare e mercantile austriaca nell’Adriatico.

Conrad rispose che l'AOK non si aspettava una cooperazione diretta con l'esercito, quanto piuttosto un'azione simile a quella che la flotta aveva effettuato sulla costa orientale italiana all'inizio della guerra, dove avevano bombardato la città di Ancona, definita da Conrad, noto italofobo, come «azione spietata».

In effetti, si era intenzionalmente colpita una città e la popolazione civile, usando come punto di aggiustamento per i grossi calibri il campanile del duomo di San Ciriaco, inaugurando la pratica bellica austriaca di bombardare intenzionalmente chiese ed altri edifici di alto valore architettonico ed artistico.

Durante il bombardamento la cattedrale era stata gravemente danneggiata ed erano stati colpiti anche altri edifici che secondo le leggi di guerra avrebbero dovuto essere intoccabili, fra cui un ospedale ed un orfanotrofio.

Haus rispose puntigliosamente, sia chiedendo che cosa intendesse il capo di stato maggiore dell’esercito come ‘azione spietata’, sia spiegando che il contesto tattico e strategico era molto diverso rispetto alla primavera del 1915, poiché la Regia marina aveva creato forti difese costiere: campi minati, batterie navali, treni blindati, pattugliamenti aerei.

Far uscire dai porti il grosso, ovvero le navi da battaglia e specialmente le preziose corazzate monocalibro, sarebbe stato troppo rischioso per il pericolo del naviglio minore nemico. Non vi fu invece alcuna considerazione sul progetto terroristico, alla lettera, dell'AOK.

Anche Haus d'altronde era un italofobo, come il suo omologo Conrad, tanto che nella sua relazione espresse palese disprezzo per la Regia marina italiana, a cui imputava inerzia e codardia. Lo scambio fra i comandanti dell’esercito e della marina k.k. è una testimonianza ulteriore dell'italofobia che impregnava le alte sfere dell'Austria-Ungheria.

Curiosamente, Haus accusava il comando navale italiano per seguire una strategia che era la sua medesima e che era imposta dal contesto dell’Adriatico, una sorta di lago interno irto da ambo le parti di cannoni costieri, campi minati e con il pericolo onnipresente delle piccole unità armate di siluri, poco costose, numerose e potenzialmente letali per le corazzate. Anzi, la costa austriaca, così ricca di isolotti e tanto frastagliata, si prestava assai meglio a questo tipo di conflitto che quella italiana, quasi tutta lineare e bassa, per cui sarebbe stato più difficile per la Regia marina attaccare che non per la Kriegsmarine.

La replica del Grand’ammiraglio, il Flottenkommandant Haus, irritò profondamente l’AOK, dove circolarono pesanti critiche verso la marina, che aveva richiesto somme gigantesche durante gli anni di pace per costruire le sue corazzate, per poi tenerle chiuse nei porti.

Un giudizio analogo fu quello dell’ammiraglio tedesco Alfred von Tirpitz, che considerò una strategia sbagliata da parte austriaca tenere la flotta immobile. Il mantenimento della situazione strategica, con il blocco marittimo, favoriva infatti soltanto l’Intesa.

Alla fine, la strategia della fleet-in-being per gli Imperi centrali fu dannosa, come spiegò Tirpitz. La distruzione delle flotte austro-germaniche non avrebbe modificato in modo radicale la situazione strategica per l'Intesa, perché il blocco navale già esisteva, per cui per gli stati maggiori italiano e britannico giustamente posero come loro primo obiettivo il mantenimento del blocco stesso e la sicurezza delle loro flotte.

Erano invece gli Imperi centrali a dover cercare di forzare, pena lo strangolamento economico progressivo, mentre invece rimasero sostanzialmente inerti nelle flotte di superficie. Sarebbe stato per loro preferibile esporsi al rischio, grave, di affrontare avversari superiori piuttosto che tenere le costosissime navi inutilizzate ed inutili.

 

Marco Vigna

 

Bibliografia

 

P. Halpern, The naval war in the mediterranean 1914-1918, Oxford,1987.

P. Halpern, A naval history of world war I, Annapolis, 1994.

L. Sondhaus, The Great War at Sea. A Naval History of the First World War, Cambridge, 2014.

 

Statistiche

Utenti registrati
21
Articoli
3681
Web Links
6
Visite agli articoli
21550268

La registrazione degli utenti è riservata esclusivamente ai collaboratori interni.

Abbiamo 697 visitatori e nessun utente online