Maria. Storia di un'anima nella Napoli dell'Ottocento
Interpretando e parafrasando quanto hanno scritto, si potrebbe affermare che un romanzo ha tanti significati quanti lettori, perché ciascuno può ripensarlo o viverlo in maniera diversa. Una simile visione è consona ad introdurre una recensione di Maria. Storia di un’anima nella Napoli dell’Ottocento (Napoli, Editoriale Scientifica, 2026), scritto da Antonella Orefice. Ella è una saggista che ha imperniato la propria produzione scientifica attorno alle dinamiche storiche del regno di Napoli e delle Due Sicilie, ponendo attenzione privilegiata alla Repubblica Napoletana del 1799, all’assolutismo borbonico, alla giustizia criminale. Le sue ricerche si sono contrassegnate per il ricorso al materiale archivistico e l’attenzione alla microstoria. Anche il suo ultimo studio si pone sulla scia degli anteriori in fatto di tematiche e metodologia, poiché Maria copre il periodo dal Settecento riformatore fino alla ristrutturazione urbanistica di Napoli nota come ‘risanamento’ nell’ultimo ventennio del secolo XIX, è ambientato quasi esclusivamente a Napoli (fatta eccezione per alcune pagine collocate nel contado rurale), si basa in buona misura su fonti archivistiche ed è un tipico testo di microstoria.
La novità sta nella scelta della forma del romanzo-saggio, che è un misto d’ambedue i generi. Mentre il romanzo storico è finzione ambientata in un contesto storico reale, non per necessità esatto, un romanzo-saggio riporta dati storici reali in forma letteraria. Esso è un genere relativamente raro ma che ha una sua tradizione, prescelto quando l’autore voglia pubblicare un’opera capace d’abbinare una sua validità scientifica alla capacità divulgativa. Un celebre esempio è l’opera dello scienziato Aldous Huxley sul più celebre caso di possessione demoniaca, The Devils of Loudun. In Italia, romanzi-saggi abbastanza recenti sono quelli di Marco Scardigli, Le armi del diavolo. Anatomia di una battaglia: Pavia, 24 febbraio 1525, oppure di Andrea Carandini, Io, Nerone, mentre un’opera più datata però contigua allo scritto di Orefice è quella di Enzo Striano, Il resto di niente sulla rivoluzione napoletana del 1799 ed Eleonora de Fonseca Pimentel. Maria. Storia di un’anima nella Napoli dell’Ottocento è il racconto (immaginario) della propria vita che la protagonista, appunto Maria, fa di sé alla famosa giornalista e scrittrice Jessie White Mario. La narratrice fittizia, ormai più che ottuagenaria, in epoca umbertina riferisce della propria esistenza dalle origini letteralmente oscure, essendo una bambina abbandonata ancora in fasce, sino alla vecchiaia, passando per la famiglia adottiva, la permanenza nell’orfanotrofio, il matrimonio, normalità lavorativa ed eventi paranormali o soprannaturali, nascite e lutti, interagendo con una molteplicità di altri personaggi quasi sempre d’estrazione popolare. Gli eventi della storia politica appaiono tutti sullo sfondo ed appena accennati, con l’eccezione significativa della rivoluzione napoletana del 1799 e del suo tragico epilogo nella reazione borbonica, essendo la storia di questo esperimento politico presto stroncato particolarmente cara all’autrice. In realtà, l’autobiografia finzionale di Maria è un mosaico che Orefice ha composto, tessera a tessera, di personaggi, luoghi, accadimenti, pratiche, credenze reali e documentati, cosicché essa diviene per il lettore un percorso nella vita quotidiana delle classi popolari di Napoli. Lo stile narrativo impiegato si potrebbe definire quale caravaggesco, sia per i marcati chiaroscuri tra personaggi positivi e negativi, sia per la consapevole e ricercata concretezza. Il realismo è spesso crudo, talora plebeo nelle frasi in vernacolo e nel turpiloquio, con una sensorialità marcata che coinvolge anche l’udito e l’olfatto. Orefice descrive Napoli con attenzione a due caratteristiche frequentemente sottolineate dai viaggiatori del grand Tour d’Italie, il rumore assordante ed il greve puzzo che riempiono le strade ed i vicoli sovraffollati. Per Francis Scott Fitzgerald il romanzo è azione, per Pirandello è introspezione, mentre qui è fisicità, nei sensi, nel dolore, nella fame. La corposa concretezza della narrazione ha fra i suoi pregi l’esclusione di ogni nostalgia mistificatoria e di qualsivoglia velo di romanticismo per il ‘buon tempo antico’ che non è mai esistito. Al contrario, il romanzo-saggio di Antonella Orefice è, dall’inizio alla fine, un ritratto implacabile del cosmo del popolo di Napoli, segnato da povertà, violenza, ignoranza. Le cause di questo sono accennate più che enunciate apertamente, ma proprio per questo risaltano maggiormente perché il lettore ne coglie costantemente la presenza. L’autrice difatti espone i mali sociali evitando di considerarli quali fossero fenomeni naturali alla pari delle eruzioni vulcaniche o dei terremoti, ma lasciando bene intendere con brevi e sapienti tocchi quale sia la loro radice, posta nella tirannide della minuscola camarilla dei Borboni e della loro cerchia. Questi sovrani mai compaiono in prima persona nel libro, ciò che li rende assieme lontani ed onnipresenti, giacché l’effetto delle loro decisioni si ripercuote nel contesto delle classi popolari partenopee. Si agitano invece nelle pagine i loro seguaci ed imitatori di basso livello, descritti come meschini tirannelli, da finti nobili reazionari a capi della camorra. Il romanzo-saggio però adotta la forma cosiddetta del realismo magico, analogo a quello di una corrente della letteratura specialmente latinoamericana (anzitutto il classico del genere, Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez), con apparizioni di defunti e visioni oniriche di morti che s’inseriscono nella narrazione come elementi normali ovvero non dissonanti, anziché quali irruzioni del soprannaturale. A parte gli echi letterari che si possono cogliere (ad esempio, l’afasia e le capacità medianiche di Maria ricordano le identiche caratteristiche di Clara del Valle in La casa degli spiriti), tali eventi s’intonano alle credenze e pratiche del popolo napoletano, ovvero divengono una descrizione letteraria dell’antropologia religiosa partenopea. Un ulteriore livello di comprensione del testo in questo suo aspetto specifico risiede però nella comunicazione con i morti quale mezzo di memoria storica. Il gatto nero che accompagna Maria è infatti una «figura negromantica che trasmette la memoria dei morti», incarnando l’immagine arcaica ed universale dell’animale psicopompo. In altri termini, l’immagine letteraria delle capacità medianiche diviene una metafora della ricerca storica reale, con cui attraverso i documenti originali è possibile conoscere le parole, i gesti, le vicende di persone trapassate. Questo è il fine profondo del romanzo-saggio, enunciato da un personaggio particolarmente simbolico che è Mariano D’Ayala. Il celebre patriota ed intellettuale assume quale domestica Maria, che lo scorge mentre, scrivendo (con suo pericolo per la polizia borbonica) dei rivoluzionari del Sud, ha «delle presenze luminose che gli volteggiavano intorno, che guidavano la sua scrittura veloce e gli sussurravano pensieri, e lui, come in uno stato di trance, ascoltava i loro racconti, le grida di dolore, quell’immenso desiderio di essere ricordati.» È un tropos letterario con cui Antonella Orefice traspone la concezione, sua e di molti altri studiosi, della storiografia quale ascolto e rievocazione memoriale dei morti. La figura di Maria ossia Maria Maddalena Esposito è reale, anche se l’autrice ha costruito attorno alle scarne documentazioni archivistiche una vicenda organica e complessa, così come sono reali altri personaggi del romanzo-saggio e reali situazioni, accadimenti, condizioni economiche e sociali etc. riferiti. L’obiettivo ed il senso di Maria. Storia di un’anima nella Napoli dell’Ottocento sono riportati proprio da Mariano D’Ayala, quando afferma nel dialogo con la protagonista che «non sono solo le grandi imprese a rendere le persone degne di memoria». L’opera è un recupero del ricordo di persone, o per meglio dire intere fasce sociali, obliate da oltre un secolo e trascurate dalla storiografia, ma che, come altri defunti nel romanzo o nelle leggende universali, idealmente chiedono di essere ricordate. Come per le altre opere di Antonella Orefice, anche qui lo studio del passato acquista una funzione civica, che si sposta dal ricordo degli intellettuali rivoluzionari napoletani o dei giustiziati a quello degli umili, simboleggiati da Maria che è una trovatella priva persino di famiglia, all’ultimo gradino della scala sociale.
Marco Vigna |
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Un grande scrittore quale Jorge Luis Borges ed un grande critico letterario come Umberto Eco osservarono, in tempi e modi differenti, che per ogni opera della letteratura esistono potenziali diverse letture.