Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Orlando: il Paladino che sapeva solo amare

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C’è un momento, nel Furioso, in cui la letteratura smette di essere racconto e diventa cronaca. Un punto esatto in cui l’Ariosto, con la precisione di un inviato sul campo, registra la caduta di un uomo, la frattura di un codice morale, la dissoluzione di un mondo. È il momento in cui Orlando, dopo giorni di ricerca, arriva alla grotta dove Angelica e Medoro hanno consumato il loro amore. E lì, davanti a una lapide incisa con orgoglio, perde il senno.

Questa è la storia di quella lapide e della follia che ne è seguita.

Per capire la portata del crollo, bisogna partire dal cammino.

Orlando non vaga senza scopo: sta cercando Angelica, convinto che la donna sia sola, vulnerabile, in pericolo. Il suo è un viaggio di protezione, non di gelosia. Un viaggio che nasce da un’idea cavalleresca dell’amore: un voto, una responsabilità, una promessa.

Il bosco che attraversa è un luogo sospeso, quasi un teatro naturale che sembra prepararsi a un evento. Ogni traccia, ogni ramo spezzato, ogni impronta è un indizio. E Orlando li legge tutti, come un investigatore che ricostruisce una storia che non vuole conoscere.

 

La prima frattura arriva al fiume. Sulle cortecce degli alberi, Orlando trova i nomi: Angelica e Medoro, intrecciati con la leggerezza degli amanti e la crudeltà involontaria di chi non immagina di essere osservato.

Il paladino si ferma. Sfiora le incisioni. Si inventa spiegazioni. Si aggrappa all’illusione. Non impazzisce. Non ancora. La ragione resiste, come una diga che tiene sotto pressione un mare in tempesta. Riprende il cammino. Vuole capire. Vuole trovare Angelica. Vuole salvarla.

La grotta appare come un rifugio segreto, un luogo intimo, quasi sacro. Orlando si avvicina con cautela, come se temesse di disturbare un respiro.

E lì la vede: una lapide. Una pietra incisa con cura, con orgoglio, con vanità.

Medoro, mentre Angelica dormiva, ha inciso un epitaffio celebrativo della loro unione. Un racconto della notte d’amore, della felicità condivisa, della “vittoria” ottenuta. Un gesto che, agli occhi di Orlando, è una profanazione.

Qui entra in gioco l’osservazione del lettore, che è centrale e giornalisticamente potentissima: I favori ricevuti da una donna non si proclamano. Mai. Sono un segreto da portare nella tomba. Nella cultura cavalleresca, ma anche sempre, l’amore è un sacramento laico. Si custodisce. Si protegge. Si tace. Medoro, invece, lo incide. Lo celebra. Lo trasforma in un trofeo.

È un ragazzo, non sarà mai un cavaliere. Non conosce il codice. Non ha la misura. Non ha la discrezione. Non ha la gravità che un amore così grande richiederebbe.

Se Medoro avesse amato Angelica quanto Orlando, non avrebbe mai scritto quella lapide: «Io, tra tanti, ci sono riuscito.» Una vittoria da coppa del mondo, proclamata all’ingresso della grotta. Medoro ha la decenza di scrivere in arabo, la sua lingua. Ma Orlando conosce l’arabo. Legge. Comprende. E crolla.

La lapide non è solo un testo. È un detonatore. Orlando capisce che Angelica non appartiene più al suo mondo. Non alla sua etica. Non al suo codice. Non alla sua idea di amore. La lapide è la negazione di tutto ciò che lui è. È la prova che il suo universo cavalleresco è finito.

E allora la ragione abdica. La furia esplode come un incendio. Orlando strappa alberi, spezza rami, distrugge tutto ciò che incontra. Si spoglia delle armi, delle vesti, della sua identità. Corre nudo nel bosco, urlando come un animale ferito. Non è più un paladino. Non è più un cavaliere. Non è più Orlando. È un uomo disintegrato, tradito non dall’amore, ma dalla sua profanazione.

La follia di Orlando non è un capriccio della passione. È una reazione etica. È la risposta alla leggerezza di Medoro, alla sua vanità, alla sua incapacità di comprendere la gravità del dono ricevuto.

Ariosto costruisce la caduta del paladino come la conseguenza inevitabile di un mondo che si spezza. E in quella lapide, così piccola, così ingenua, così fuori luogo, c’è tutto il peso della tragedia.

Perché l’amore, quando è vero, non si incide. Si custodisce. Si protegge. Si porta nella tomba. E Orlando, che questo lo sapeva, non poteva sopravvivere alla sua profanazione.  Eppure, mentre la follia di Orlando si disperde nel bosco come un vento che non trova ostacoli, resta un dettaglio che nessuna lapide, nessuna incisione, nessuna vanità può cancellare.

Resta la qualità del suo amore. Perché Orlando, anche nel momento più oscuro, non smette di essere ciò che è sempre stato: un uomo capace di amare senza proclami, senza trofei, senza incisioni. Un uomo che non ha mai scritto il nome di Angelica su un albero, né su una pietra, né su una grotta. Un uomo che ha custodito il sentimento come si custodisce un segreto sacro.

E mentre corre nudo tra gli alberi, non è un folle che fugge: è un innamorato che non trova più un luogo dove posare il cuore. La sua corsa è disperazione, sì, ma è anche fedeltà.

È la forma estrema di un amore che non ha mai chiesto nulla in cambio, che non ha mai cercato gloria, che non ha mai avuto bisogno di essere inciso. In quella notte, nel silenzio del bosco, Orlando non è solo un paladino caduto: è l’ultimo romantico. L’ultimo a credere che l’amore si protegge, non si proclama. Che il dono di una donna si custodisce, non si espone. Che la felicità non si scrive su una pietra, ma si porta nella tomba.

E forse è proprio questo il paradosso più dolce del Furioso: che Orlando, pur perdendo il senno, conserva la parte più nobile di sé. Che la sua follia non è la fine dell’amore, ma la sua forma più pura. Che nella rovina del cavaliere, Ariosto ci lascia un’immagine che non si spezza: quella di un uomo che, anche quando tutto crolla, continua ad amare con dignità. Un’immagine che, a distanza di secoli, resta la più romantica di tutte. E quando la notte si richiude sul bosco, Orlando compie il gesto più definitivo: raggiunge un lago silenzioso e scaglia via la Turlindana, la spada che era stata la sua storia, la sua voce, la sua identità. L’acqua la accoglie senza rumore, come se sapesse che quel gesto non è furia, ma un addio. In quel momento Orlando non perde solo un’arma: perde il mondo che aveva servito, ma conserva la nobiltà del suo amore, che nessuna follia può cancellare. Turlindana, addio per sempre.

 

Mario Grimaldi

 

 

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