Dracula di Valacchia, il Gargano e Napoli
Oltre all’immagine del drago presente nel monumento funebre di Matteo Ferrillo, suocero della nobildonna balcanica Maria Balsa, situata in Santa Maria La Nova a Napoli, l’altro forte elemento di suggestione nel senso di una sepoltura di Vlad Tepes Dracula in quel luogo è costituito dalla presenza, nella vicina cappella Turbolo, di un’epigrafe misteriosa, scritta in caratteri non latini, che richiamano gli alfabeti greco, cirillico, copto e altri ancora rimasta per secoli non decifrata.1 Una prima interpretazione di tale iscrizione è stata recentemente proposta da uno studioso rumeno, Cristian Tufan, per il quale l’epigrafe sarebbe un codice, basato su più strati di scrittura, e narrerebbe, in greco bizantino, proprio l’arrivo a Napoli di un Vlad di Valacchia, “vissuto due volte”, e la sua sepoltura in quel luogo dopo la morte, avvenuta nel 1480.2 Non sono ancora state pubblicate le evidenze che hanno portato lo studioso rumeno ad elaborare tale trascrizione, in maniera tale da poterla verificare. Da un’analisi scientifica, non risultano prove di una iscrizione coperta successivamente da lettere diverse, ma solo tracce di una riscrittura delle lettere preesistenti. Una ulteriore analisi scientifica della misteriosa epigrafe è stata svolta dal ricercatore Cosimo Palma, coadiuvato da Louie Helm, usando strumenti informatici e di intelligenza artificiale per decrittare quello che sembra essere un codice. Traslitterando tutte le lettere in caratteri dell’alfabeto latino, eliminando segni non riconducibili a lettere, usando un codice di decrittazione, che trasforma le lettere secondo un criterio prestabilito, si è giunti alla formulazione di due testi, comunque riconducibili a una preghiera penitenziale scritta in una lingua affine al ceco medievale, o allo slavo ecclesiastico.3 Il mistero dell’epigrafe sembra, quindi, svelato, e allontanato ogni legame tra Dracula e Napoli. O forse no. Un primo legame tra il mondo ceco, ovvero boemo, e Santa Maria La Nova è rappresentato da San Giacomo Della Marca, predicatore che operò in quelle terre coadiuvando contro gli hussiti il re d’Ungheria, poi imperatore, Sigismondo di Lussemburgo, il fondatore dell’Ordine del Drago, che aveva in quegli stessi anni come importante alleato il voivoda di Valacchia Vlad II Dracul, il padre di Vlad Tepes Dracula, quest’ultimo scomparso dalle cronache storiche nello stesso anno della morte di San Giacomo Della Marca, il 1476. La cappella Turbolo, però, è stata realizzata intorno al 1576, un secolo dopo la morte di San Giacomo Della Marca e oltre un secolo dopo la campagna contro il movimento hussita. La stessa epigrafe sembra databile in un periodo vicino a quello della realizzazione della cappella, fine XVI secolo. Sul piano delle suggestioni, sorprende che il risultato della nuova decifrazione proposta appaia molto “draculesco”, come si può leggere confrontando alcune frasi della decifrazione Palma-Helm con le parole pronunciate da Renfield, la vittima e succube di Dracula rinchiusa in manicomio: «Il Signore a me il mio di più anche nello spirito nel fondamento (…) tutto ciò che vive (…) Io sono colui che porta con forte il tuo.. . con ricompensa nelle battaglie nella vittoria (…) il mistero e tutto (…) il Signore si china verso di te; in cui giaci, su di te e ne nel buio, si offusca per me, dal macinare” (ricostruzione Palma-Helm); “Sono qui per obbedire ai Tuoi ordini, Signore. Io sono Tuo schiavo, e Tu mi ricompenserai perché io ti sarò fedele. Ti ho adorato per tanto tempo e da lontano. Ora che sei qui, aspetto i Tuoi comandi, e Tu non mi trascurerai, vero, mio Signore, quando avverrà la distribuzione dei Tuoi favori? (…)». [Bram Stoker’s Dracula di Francis Ford Coppola, 1992]. Nel romanzo questa frase non si trova; gli sceneggiatori si sono ispirati probabilmente al Salmo biblico 119, Elogio della legge divina, Alleluia.4 Nel Dracula di Coppola, come in quello di Stoker, i rituali cristiani vengono rovesciati. Alcune parole di Renfield nel romanzo sono riconducibili a quelle del film e alla decifrazione dell’epigrafe: «Pensavo che la vita fosse un'entità positivamente concreta ed eterna, e che ingerendo una gran quantità di cose viventi, anche di infimo rango nella scala della creazione, uno avrebbe potuto prolungare indefinitivamente la propria vita. Questa convinzione era in me tanto forte che ho letteralmente tentato di impadronirmi anche di vita umana.»[Dracula di Bram Stoker]. Le preghiere di penitenza, spesso ispirate a salmi biblici, erano raccolte in libri penitenziali, che rappresentano una fonte di informazione sulla presenza di pratiche precristiane e magiche tra i cristiani, nel Medioevo, e anche dopo.5 Nel testo visibile dell’epigrafe, ad ogni modo, prescindendo da qualsiasi cifratura, si leggono le lettere “BLAD”, che in cirillico sarebbero proprio “VLAD”, preceduto da “OBIAVA”, “annuncio” in bulgaro, come pure le lettere “BAUIL”, BAUL”, che in rumeno indicherebbe il male, e “LANOVA”, che richiama il nome della chiesa, Santa Maria La Nova. Il nome “VLAD” viene reso in latino come “BLADUS”. Altre sembrerebbero “NAP”, “NAPOL”, richiamando il nome di Napoli; “NUCOAE”, forse “Nicola”. Può essere un caso, una coincidenza, oppure il frutto di un abile utilizzo di un codice crittografico, per dare un significato visibile a tutti, “essoterico”, conservandone uno “esoterico”, riservato a pochi conoscitori della chiave di decrittazione. Sempre come suggestione, colpisce il fatto che Bram Stoker, in Italia a causa della morte di suo padre, avvenuta a Cava de’ Tirreni, presso Salerno, dove fu sepolto, nel 1876, oltre a Napoli, visitò Foggia.6 Nella provincia di Foggia, la Capitanata, si trova la penisola del Gargano, dove aveva il suo dominio feudale la famiglia Turbolo, nella cui cappella a Santa Maria La Nova si trova l’epigrafe misteriosa. Una possibile, e suggestiva, spiegazione del perché si trovi in una chiesa di Napoli un’iscrizione in caratteri non latini e in una lingua slava è fornito dalle attività e dai possedimenti della famiglia Turbolo, committente della cappella. Originaria di Massalubrense, era dedita al commercio di vettovaglie e prodotti tessili, anche con terre lontane: «portò le merci sino all’Etipia ed all’Indie».7 Bernardino Turbolo, per il quale la moglie Giovanna Rosa fece realizzare la cappella, associò ai commerci di famiglia, in particolare quello della seta, l’esercizio del credito, fondando un banco a Napoli. Il figlio Giovanni fu economista, saggista e dirigente della zecca. Nel 1572 Bernardino acquistò i feudi di Ischitella, Peschici e Varano, sulla costa del Gargano, da don Ferrante di Sangro, della famiglia in cui nacque poi il leggendario erudito e alchimista (attributi anche del Dracula letterario) principe Raimondo di Sangro; i Turbolo risiedevano nel castello di Peschici, e furono molto attivi nella lotta contro i pirati saraceni.8 Tale zona costiera del Gargano, prospiciente la Dalmazia, già nei secoli precedenti era stata oggetto di insediamenti di popolazioni slave, provenienti dai Balcani. Lo stesso toponimo di Peschici sembra avere un’origine slava. Nei secoli XV e XVII la pressione turca provocò un nuovo fenomeno migratorio dalla sponda orientale a quella occidentale dell’Adriatico, con molte popolazioni cristiane dei Balcani che cercarono rifugio in Italia, dove formarono loro comunità, come tutt’oggi testimoniano i paesi arbereshe, albanesi, in Molise, Puglia, Campania, Basilicata e Sicilia, o quelli croati in Molise. Spesso non si distingueva tra le varie etnie di questa diaspora, slave, greche, albanesi, usando gli etnonimi “Sclavi”, Schiavi”, “Schiavoni”, “Greci” o, molto spesso, “Morlacchi”. 9 I Morlacchi furono citati in vari documenti per essere presenti in buon numero ad Ancona e Osimo nelle Marche, e a Giovinazzo in Puglia.10 La zona di Ischitella, Varano e Peschici, destinata pochi anni dopo a divenire feudo dei Turbolo, presentò una forte concentrazione di profughi di lingua slava, indicati proprio come “Morlacchi”, tanto che nel 1535 l’Ordine Domenicano inviò a Peschici un frate proveniente da Ragusa (Dubrovnik), città di lingua dalmata (neolatina), Italiana e slava (croata), affinché potesse prendersi cura dei Morlacchi lì presenti, come attesta un documento dell’allora Procuratore e Vicario Generale dell’Ordine: «Fratri Basilio de Ragusio concessa est licentia manendi in castro Pischiae ad instantiam domini Ferdinandi de Sangro, Neapolitani, ad erudiendum illos homines, qui vocantur Morlachi nuper a Turcis fugitivi; et hoc per biennium cum dimidio anno. Rome, 6 februaru 1535.». 11[P.Basilio di Ragusa può soggiornare nella Fortezza Pischia su richiesta del barone Ferdinando di Sangro di Napoli per insegnare alla gente chiamata Morlacchi, che era appena fuggita dai turchi. Il permesso viene rilasciato per due anni e mezzo. A Roma, il 6 febbraio 1535]. Nella comunità croata, o morlacca, di Peschici nacque intorno al 1600 Giacomo Micaglia (Jakov Mikalja), gesuita, studioso e linguista, autore di un dizionario croato-latino-italiano (basato sulla variante bosniaca del serbo-croato) e di altre opere grammaticali e religiose. Probabilmente era prozio del noto intellettuale illuminista Pietro Giannone, originario di Ischitella, la cui madre era una Micaglia. Visse a lungo a Presburgo (Bratislava) in Slovacchia, dove pubblicò un libro di preghiere in croato.12 Morlacchi (dal greco Maurovlachoi, il cui nome può significare “Valacchi neri”, in cui il “nero” poteva essere un riferimento al nord o alla montagna, in cui passavano la stagione calda, o “Valacchi di mare”, poiché more significa “mare” in croato, e verso il mare si muovevano nella stagione fredda) sono stati uno dei popoli dei Balcani, nel loro insieme denominati dai loro vicini in genere con gli esonimi “Valacchi”, Vlahi, o Vlasi in serbocroato, o Vlachoi in greco, e simili varianti, derivati dal gotico walhs, antico alto tedesco walah, walh, medio alto tedesco walch, tedesco velsch, termini entrati nelle lingue germaniche e slave per indicare i popoli di lingua latina o celtica (welsh, inglese per gallesi, wlochy, polacco per italiani), a partire dai Volcae che si confrontarono con Giulio Cesare. Dall’esonimo “Valacchi” prese il nome il principato di Valacchia.13 I Morlacchi erano in origine nomadi e dediti alla pastorizia, di lingua latina, passati in gran parte nel corso dei secoli, in particolare tra il XV e il XVI secolo, all’utilizzo di una lingua slava, affine al serbo-croato. Alcuni conservarono l’uso di una lingua neolatina, affine al rumeno, come gli Aromuni, o Aromeni, sparsi tra Grecia, Bulgaria, Macedonia del Nord e Albania, o I Cici, o Cicci, detti anche Istrorumeni, dell’Istria. Oltre ad adottare la lingua slava, buona parte dei Morlacchi passò dalla fede ortodossa a quella cattolica.14 Una parte dei Valacchi, quindi, si insediò nel Gargano, venendo indicata con il nome di Morlacchi, mentre il nucleo più consistente di quel popolo fu governato a lungo dalla famiglia Dracula, nella regione dell’attuale Romania che da loro prende il nome di Valacchia. Niente a che vedere con i vampiri? Se per le popolazioni rumene sono note le leggende e tradizioni concernenti il vampirismo,15 sui Morlacchi l’abate Alberto Fortis, nel suo Viaggio in Dalmazia, nel XVIII secolo, così scriveva: «I Morlacchi credono alle streghe, ai folletti, agli incantesimi, alle apparizioni notturne, a’ sortilegi così pervicacemente, come se avessero veduto l’effetto in pratica le mille volte. Credono anche verissima l’esistenza de’ Vampiri; e loro attribuiscono, come in Transilvania, il succhiamento del sangue de’ fanciulli. Allor che muore un uomo sospetto di poter divenire Vampiro, o Vukodlac, com’essi dicono, usano di tagliargli i garetti, e pungerlo tutto con le spille, pretendendo che dopo queste due operazioni egli non possa più andar girando. Accade talvolta, che prima di morire qualche Morlacco preghi gli eredi suoi, e gli obblighi a trattarlo come Vampiro, prima che sia posto in sepoltura il suo cadavere, prevedendo di aver gran sete di sangue fanciullesco».16 In conclusione, pur non essendoci conferma di una ipotetica sepoltura di Vlad Tepes Dracula in Santa Maria La Nova a Napoli, sembra che anche dopo le ultime ricerche il legame tra questa chiesa e il mondo balcanico resti solido, e addirittura ulteriormente rafforzato. Alle sepolture in quel luogo di San Giacomo Della Marca, a lungo predicatore in Boemia al fianco dell’imperatore e re d’Ungheria Sigismondo, fondatore dell’Ordine del Drago e per cui combatté anche Vlad II Dracul, del figlio dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, di Matteo Ferrillo, come Scanderbeg membro dell’Ordine del Drago e suocero della nobildonna Maria Balsa, di famiglia valacca, probabilmente nipote della moglie di Radu cel Frumos, fratello di Vlad Tepes Dracula,17 con più certezza cugina della moglie di Radu cel Mare, nipote di Vlad Tepes Dracula, tutti voivoda della Valacchia,18 si aggiungono i legami certi della famiglia Turbolo con il mondo valacco, o morlacco, in cui forte era la credenza nei vampiri, attraverso il trait d’union rappresentato dai suoi feudi garganici.
Antonio Trinchese
Note 1. Mitiello L. Sulla presunta tomba di Dracula a Napoli, Napoli, 2021, p.114. 2. Tufan C., Undi este tu, Tepes Doamne?Snagov, Comana sau Napoli?, in REALE G.,Vlad dove sei? Gli indizi del codice La Nova di Napoli, Napoli, 2025, pp. 14-28. 3. Palma C., Helm, L. Una preghiera penitenziale in ceco medievale dietro l’enigma epigrafico di Santa Maria La Nova? (2026); PALMA, Cosimo. A Medieval Czech Penitential Prayer Behind the Cryptographic Enigma of Santa Maria La Nova? HiSto2026, Politecnico di Torino; PASTORE, Francesco, Svelato l’enigma! La misteriosa epigrafe della Cappella Turbolo non nasconde l’epitaffio di Dracula, ma rivela un’antica preghiera penitenziale in ceco medievale, la ricerca è stata presentata da Cosimo Palma, Salvatore Forte e Francesco Afro De Falco in una conferenza presso il Museo Gaetano Filangieri di Napoli il 20 luglio 2026. 4. Segnalazione di Simone Crabargiu 5. Maxwell-Stuart P.G., Storia delle streghe e della stregoneria, Roma, 2003, p. 52. 6. Stoker B., The lost journal of Bram Stoker: the Dublin years, London, 2012, p. 243. 7. Parrino A., Napoli nobilissima, antica, e fedelissima esposta a gli occhi, et alla mente de’ curiosi, Napoli, 1700, p. 109, consultato il 15 luglio 2026. 8. Turbolo Giovanni Donato, in Treccani; Città di Peschici, Storia del Comune, consultati il 27 luglio 2026; Valente A. Notizie di storia feudale di una terra garganica: Ischitella, , consultato il 27 luglio 2026. 9. Sui Morlacchi nel Gargano, segnalazioni di Umberto Zanfrisco e Sergio Domenico Antoniacci 10. Resetar M. Le colonie serbocroate nell’Italia meridionale, (tradotto e curato da Walter Breu e Monica Gardenghi), Amministrazione Provinciale, Campobasso, 1997, , consultato il 14 luglio 2026 11. Pall F., Reinsegnement inédit sur l’activité dominicaine dans l’Europe du Sud-Est, in Revue historique du Sud.Est européen, XXII, Institut d’histoire universelle “N.Iorga”, Bucarest, 1945, pp. 256-263, p. 263. 12. Notarangelo T., Radici croate di Peschici, 17.01.2021, consultato il 14 luglio 2026. 13. Senatore A., Giovanni Lucio e le terre romene, in Atti e memorie della Società Dalmata di Storia Patria, Vol. XII, N.S. I, Roma 1967, pp. 169-181. 14. Besker I., Dell’identità dei Morlacchi, in «Atti e Memorie della Società Dalmata di Storia Patria», n. 8 (Vol. XXVIII, n.s., XVII), Roma, 2006, pp. 63-85; Biasutti R. “Aromuni o Aromeni, consultato il 16 luglio 2026. 15. Petoia E., Vampiri e lupi mannari, Newton & Compton Editori, Roma, 2003, pp. 153-198 16. Fortis A., Viaggio in Dalmazia, Venezia, presso Alvise Milocco, 1774, vol. I, p. 63, citato in PETOIA, cit., pp. 189-190. 17. Gorovei Ș., Maria Despina, doamna lui Radu cel Frumos,Annals of Putna (Analele Putnei), issue: 1-2/2006, pp. 145-152. 18. Musachi G., Breve memoria de li discendenti de nostra casa Musachi. Per Giovanni Musachi, Despoto di Epiro, pubblicato in «Chroniques grèco-romanes inèdites ou peu connues publièes avec notes et tables gènèalogiques», ed. Charles Hopf, Berlino, 1873, pp. 270-340; VERGATTI R. S., Radu le Grand – Un voivode valaque méconnu, in «Revue roumaine d’histoire, Editions de l’Académie de la République socialiste de Roumanie», vol. 47, Bucarest, 2008, pp. 15-29.
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Una nuova decifrazione dell’epigrafe della cappella Turbolo e i legami di questa famiglia con le genti valacche.