Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Luglio 1982 -2017

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Il 1° luglio 1982 a Giugliano, in provincia di Napoli, veniva ucciso Giuliano Pennacchio, 45 anni. Assessore comunale al personale e segretario di una scuola media, era un uomo onesto e impegnato. Lavorava per rendere più efficienti i servizi comunali.

Fu vittima innocente della criminalità organizzata. Venne assassinato sotto casa, in via Quattro Giornate 2 mentre stava parcheggiando l’auto. Due killer a piedi lo raggiunsero e gli spararono tre colpi di pistola calibro 38. Morì sul colpo.

Secondo le indagini, Giuliano avrebbe scoperto affari illeciti. La sua trasparenza, la sua rettitudine, gli costarono la vita. In quel periodo il sindaco di Giugliano era Giuliano Granata, ex segretario di Ciro Cirillo, il politico DC rapito dalle BR nel 1981.

La sua liberazione, avvenuta tramite canali mai del tutto chiariti, avrebbe coinvolto anche il boss Raffaele Cutolo. Una storia che intreccia politica, camorra e silenzi.

Una storia da ricordare. Sempre.

Il 2 luglio del 1982 a Marano (NA) fu ucciso dalla camorra il carabiniere Salvatore Nuvoletta. Arruolatosi nei Carabinieri a soli 17 anni, come primo incarico fu trasferito alla caserma di Casal di Principe. Nel giugno del 1982 i carabinieri della stessa caserma furono coinvolti in un conflitto a fuoco con alcuni criminali legati alla camorra nel corso del quale restò ucciso il pregiudicato Mario Schiavone. Questo avvenimento fu posto in relazione con il destino di Salvatore Nuvoletta, anche se quel giorno era assente per il turno di riposo settimanale.

 

Il 2 luglio 1982 si trovava nel suo paese natale e, mentre giocava con un bambino nei pressi dell'esercizio commerciale di un suo parente, i killer lo avvicinarono e lo chiamarono per nome e cognome per accertarsi che fosse proprio lui e Salvatore ebbe solo il tempo per lanciare il bambino che aveva in braccio distante da lui prima di essere colpito da una pioggia di colpi mortali.

Aveva da poco compiuto venti anni. L’assassinio fu, come detto, la risposta della camorra alla morte di Mario Schiavone. Una ritorsione decisa dal cartello camorristico di Casal di Principe, allora retto da Antonio Bardellino. 

Il 2 luglio del 1983 a Ponticelli vennero uccise le piccole Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, 7 e 10 anni.

Erano due bambine che abitavano nello stesso palazzo nel quartiere di Ponticelli, alla periferia di Napoli. Amiche fin da piccole, uscivano insieme da sole, s’incontravano con altre amichette del quartiere e a volte si organizzavano per andare al mare insieme.

La sera del 2 luglio 1983 alle 19:30, le due bambine uscirono di casa per incontrarsi, come si scoprì dopo, con un uomo da loro chiamato Gino detto anche “Tarzan tutte lentiggini” per fare con lui un giro in macchina. In origine doveva aggiungersi a loro una terza bambina, Silvana Sasso, ma all’ultimo momento la nonna le impedì di partecipare all’incontro. Fu questa bambina a raccontare poi i progetti delle amiche. Le bambine furono viste anche da un’altra loro amica, Antonella Mastrillo, allontanarsi a bordo di una Fiat 500. Alle 20:30 le bambine non avevano ancora fatto ritorno a casa, motivo per cui iniziano le ricerche per tutto il quartiere Rione Incis e anche per la città. Solo alle 12 del successivo 3 luglio una segnalazione proveniente dal Rione Incis condusse i carabinieri a ridosso di un cantiere di una nuova arteria viaria nell’alveo Pollena di Volla dove vennero ritrovati i due corpi semi-carbonizzati.

L’autopsia rivelò che le due bimbe erano state torturate con uno strumento tagliente, assassinate e poi bruciate. Una vicenda per cui furono condannati all’ergastolo Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo, scarcerati per buona condotta dopo 27 anni nel 2010.  Forse un grave errore giudiziario sul quale si sta ancora lavorando per cercare il probabile vero assassino.

Il 4 luglio del 1986 a Torre Annunziata (NA) venne ucciso l’imprenditore edile di 35 anni Luigi Staiano.

Fu il primo ad opporsi alla camorra ed alle estorsioni, sporgendo denuncia alla Questura e per questo fu ucciso.

Luigi Staiano venne ucciso da due persone in sella a una moto mentre andava dal fruttivendolo. L’imprenditore edile ebbe il coraggio di denunciare le estorsioni sporgendo denuncia in Questura. Un gesto che fu visto come un affronto dalla camorra, che rispose spargendo sangue.

Il 5 luglio 1999, a Palermo, veniva assassinato Filippo Basile, funzionario della Regione Siciliana di 38 anni.

Professionista stimato e servitore dello Stato, aveva scelto di svolgere il proprio lavoro con rigore, trasparenza e senso delle istituzioni. Stava seguendo le pratiche per il licenziamento di un dipendente accusato di gravi reati, senza lasciarsi intimidire da pressioni o interessi criminali.

Fu ucciso all'uscita dagli uffici regionali con numerosi colpi di pistola. Le indagini accerteranno che il delitto maturò proprio in relazione alla sua attività amministrativa, svolta nel rispetto della legalità.

Ricordare Filippo Basile significa rendere omaggio a tutti quei funzionari pubblici che, lontano dai riflettori, difendono ogni giorno lo Stato con onestà, competenza e coraggio.

La memoria di chi ha pagato con la vita il proprio dovere è un patrimonio che appartiene a tutti noi. Non può essere dimenticata.

Il 7 luglio del 1986 a Pianura (NA) fu ucciso Vittorio Esposito, agente scelto di polizia di 32 anni.

Si trovava con la famiglia nella propria abitazione di Pianura, quando udì esplodere in strada alcuni colpi di arma da fuoco. Impugnata pertanto l’arma di servizio, dopo aver messo al riparo i propri familiari, uscì sul balcone per capire cosa stesse accadendo ma appena sulla soglia venne raggiunto alla fronte da un proiettile vagante, esploso durante un conflitto a fuoco tra alcuni camorristi, che lo uccise sul colpo.

L’8 luglio del 1985 a Reggio Calabria morì il piccolo Gianluca Canonico, 10 anni, ucciso da una pallottola vagante. La sera del 3 luglio stava giocando con altri bambini in strada nel rione Pescatori approfittando dei giorni di festa. Durante uno scontro tra due bande di ragazzi, uno dei proiettili colpì Gianluca alla testa. Per lui non ci fu niente da fare, morì l’8 luglio con l’unica colpa di essersi fermato a giocare in strada.

Una rissa frivola, superficiale, nata per un parcheggio nel mezzo della carreggiata e forse per un corteggiamento di troppo trasformatasi in sparatoria e conclusasi con un’immane tragedia. Un solo colpo di una calibro 6,35 interruppe i desideri e le attese di Gianluca, che da grande sperava di diventare un pilota dell’Aeronautica Militare.

Il 9 luglio del 2009 a Poggiomarino venne ammazzato per errore Nicola Nappo, 23 anni, mentre era in compagnia di un’amica in piazza. Fu scambiato per l’obiettivo dei killer che sconvolsero per sempre la vita della famiglia Nappo. Avevano barbe finte a camuffare il volto e in mano un calibro 9. Senza dire nulla, con una violenza inaudita, esplosero sei o sette colpi di pistola all’indirizzo di Nicola. I proiettili lo raggiunsero al torace e al volto. Uno, di rimbalzo, colpì la ragazza alla gamba. Fu un inferno di fuoco, che non lasciò scampo a questo ragazzo perbene e innocente, che morì sul colpo. Lei, invece, sotto choc e ancora incredula, fu portata di corsa all’ospedale “Mauro Scarlato” di Scafati, dove le fu estratto dalla gamba il proiettile. Si salvò. La vita di Nicola invece si spense su quella panchina, quella maledetta sera di giovedì 9 luglio 2009.

L’11 luglio del 1990 a Mondragone (CE) venne ucciso Antonio Nugnes di 60 anni perché non era disposto a cedere i suoi poderi. Fu attirato in un tranello mortale: mentre la vittima si trovava nella sua azienda agricola, un uomo lo andò a prendere e lo portò in una masseria nella zona di Falciano. Qui un sicario esplose tre colpi alla tempia ed un ultimo per mano del boss che volle essere certo della morte di Nugnes. Il cadavere venne caricato su un’auto e portato nella zona dove si trovava un pozzo profondo oltre 40 metri nel quale venne gettato. Nel 2005 il boss pentito Augusto La Torre svelò il macabro mistero.

Il 12 luglio del 2001 a Bari, il 16enne Michele Fazio fu ammazzato per errore da un commando che voleva colpire un boss. L’unica colpa del ragazzo era stata quella di essere passato, con delle pizze da portare alla famiglia, nel vicolo dell’agguato. Un proiettile vagante gli perforò il cranio.

“Abbiamo ucciso un bravo ragazzo”, disse uno dei killer, che era stato compagno di scuola del giovane Michele. Un bravo ragazzo, perché Michele così era conosciuto.

L’omicidio sarebbe avvenuto per vendetta. Michele sarebbe stato confuso con uno degli Strisciuglio. Qualche settimana prima, infatti, un altro fatto di sangue aveva segnato il quartiere: proprio per mano del clan Strisciuglio era stato ucciso un rivale dei Capriati, che avrebbero voluto subito dare una risposta.

Una lotta fra clan, per il controllo del territorio, che non conosce limiti, che non si ferma davanti a nulla e strappa la vita a giovani innocenti.

Il 13 luglio 1980, a Palermo, veniva assassinato Pietro Cerulli, agente della Polizia Penitenziaria originario di Miano, Napoli.

Aveva 30 anni e prestava servizio presso la Casa Circondariale dell'Ucciardone. Al termine del turno di lavoro, mentre stava rientrando a casa, fu raggiunto da un agguato: due uomini armati di lupara e pistola lo uccisero in un attentato riconducibile alla mafia.

Pietro Cerulli è stato riconosciuto Vittima del Dovere, simbolo di chi ha servito lo Stato fino all'estremo sacrificio.

Oggi il suo nome vive nella piazza antistante il carcere Pagliarelli di Palermo e nella Casa Circondariale di Trapani, affinché il suo esempio continui a ricordare il valore di chi ha scelto la legalità.

Ricordare Pietro Cerulli significa rendere omaggio a tutti gli uomini e le donne che hanno perso la vita difendendo le istituzioni e riaffermare, ogni giorno, che la memoria è uno strumento essenziale nella lotta contro le mafie.

Il 13 luglio del 2017 a Dragoni (CE) venne uccisa Maria Tino, disegnatrice di abiti di 49 anni.

Fu assassinata a pochi metri da casa sua dal compagno, Massimo Bianchi, 61 anni, operaio. L’uomo non aveva accettato che Maria volesse mettere fine alla loro storia e la uccise con due colpi di pistola al cuore e uno alla tempia. Una storia tormentata quella tra Massimo e Maria, conclusa con un epilogo tragico. Una storia iniziata nel 2016, quando l’assassino, salvò la vita di Maria. Era il 17 giugno del 2016 quando la donna venne colpita dal marito, Angelo Gabriele Ruggiero, con ventotto coltellate. Il marito non sopportava la fine del loro matrimonio e l’idea che la donna potesse avere una nuova relazione. L’uomo entrò in casa dal balcone e raggiunse Maria alle spalle. Maria in quel momento era al telefono con Massimo Bianchi, il quale divenne così testimone involontario del tentato omicidio e chiamò subito i soccorsi e i figli della donna. Così Bianchi salvò la vita a Maria per poi togliergliela con tre colpi di pistola il 13 luglio 2017 per la stessa assurda brama di possesso.

Il 15 luglio del 1982 a Napoli vennero uccisi gli agenti di polizia Antonio Ammaturo e Pasquale Paola, 57 e 32 anni.

Avevano scoperto molte cose della trattativa tra lo Stato e le Br per la liberazione dell’assessore regionale della Dc, Ciro Cirillo, avvenuta il 27 aprile del 1981

Con l'agente Pasquale Paola, Antonio Ammaturo venne ucciso dalle Brigate Rosse, sotto casa sua in Piazza Nicola Amore a Napoli.

A massacrare Ammaturo funun commando di 4 persone appartenenti alla Colonna Napoletana delle Br composto da Vincenzo Stoccoro, Emilio Manna, Stefano Scarabello e Vittorio Bolognesi che, una volta arrestati, furono poi condannati in via definitiva dalla Cassazione. Insieme a loro fu poi condannata all'ergastolo Marina Sarnelli, attualmente libera.

I mandanti veri dell'omicidio non sono mai stati identificati con chiarezza.

Il 16 luglio del 2000 a Marano venne ucciso Gaetano De Rosa, 36 anni, perché aveva cercato di difendere la propria auto.

Era da poco passata la mezzanotte di sabato 16 luglio 2000 e Gaetano De Rosa, maître dell’Holiday Inn di Pineta Mare sul litorale casertano, aveva appena finito il suo turno di lavoro. Lungo la strada di casa, l’auto di Gaetano De Rosa venne affiancata da due criminali in sella ad uno scooter. I rapinatori volevano con tutta probabilità impossessarsi dell’auto, ma Gaetano trovò il coraggio di ribellarsi, di opporsi a quel sopruso. Fu a questo punto che diversi colpi vennero esplosi, alcuni raggiunsero Gaetano al torace e all’addome. La sorte decise che a soccorrere, inutilmente, Gaetano De Rosa fosse il fratello, Antonio. I due vivevano nello stesso stabile e quella sera Antonio seguiva il fratello con la macchina. Ai carabinieri l’uomo disse di essersi fermato lungo il tragitto per parlare con un conoscente, di aver poi sentito gli spari e visto una persona riversa sull’asfalto: «Sono corso ad aiutarla, mi sono avvicinato e solo allora mi sono accorto che era lui, era mio fratello». Via, verso l’ospedale, ma neppure un intervento chirurgico poté impedire il peggio. (Fonte: Fondazione Polis).

Il 19 luglio del 1992 avvenne la strage di via D’Amelio..

Quella domenica rappresentava per il giudice Paolo Borsellino la prima giornata di pausa dopo settimane di lavoro frenetico. Lavorava giorno e notte Borsellino, aveva fretta, tanta fretta.

Aveva ripreso in mano il fascicolo sulla morte di Giovanni Falcone, avvenuta il precedente 23 maggio, ed indagava su degli appalti a Palermo, dove aveva deciso di tornare.

Aveva fretta e lo diceva a tutti, "Ho fretta, devo fare presto, sempre se mi lasciano arrivare". Oramai era consapevole, non diceva "se mi ammazzeranno" ma "quando mi ammazzeranno".

Nonostante l'urgenza di portare a termine il lavoro, però, Borsellino decise che quel pomeriggio di una domenica del 1992 doveva andare a far visita alla madre e così il corteo delle auto della sua scorta si infilò in via D'Amelio, dove si trovava l'abitazione dei familiari del giudice.

Gli agenti della scorta erano preoccupati perché via D'Amelio era stretta e le auto dovevano proseguire in fila indiana, e se qualcosa fosse andato storto non ci sarebbe lo spazio ed il tempo per effettuare un'inversione di marcia.

Ma tutto appariva tranquillo, non vi era nessuna presenza sospetta e così il giudice, accompagnato da 2 uomini, scese dall'auto e si avvicinò al portone. Suonò il citofono... e poi più nulla.

Quella FIAT 126 imbottita di tritolo segnò la fine di un'epoca e delle speranze. Oppure no, forse quell'autobomba risvegliò le coscienze. Forse nessuna delle due cose, forse entrambe.

È certo però che quella 126, così come la Fiat Croma sull'A29 nei pressi di Capaci, continua ad esplodere e a fare a brandelli carne ed anima ogni qualvolta che la mano dello Stato stringe quella di un boss facendo affari, esplode ogni volta voltiamo la testa dall’altra parte, continua ad uccidere tutte quelle volte che mafia e camorra vincono, nelle strade e nelle nostre menti.

Sembra che da quel 19 luglio 1992 il tempo si sia fermato, forse, è arrivato il momento di far correre le lancette in avanti.

Il 20 luglio del 1996 a San Giorgio a Cremano venne ucciso Davide Sannino, 19 anni. Era il giorno del suo diploma. Il ventitreenne Giorgio Reggio gli intimò con la pistola di cedere il proprio scooter: Davide rimase calmo, consegnò le chiavi al delinquente ed ebbe il coraggio di guardarlo negli occhi. Venne ucciso soltanto perché osò guardare con senso di sfida il rapinatore. Lo confessò proprio l’assassino: “Mi ha chiesto che diritto avessimo di comportarci così e in quel suo sguardo fiero, di un uomo che in quel momento non aveva paura di me nonostante fossi armato, mi ha fatto perdere la testa, così ho sparato.”

Giorgio Reggio è stato condannato a 30 anni di reclusione per l'omicidio del giovane Davide Sannino. I suoi complici a 14 anni.

Il 20 luglio del 1998 la camorra uccise tre ragazzi innocenti: Rosario Flaminio, Alberto Vallefuoco e Salvatore De Falco.

Avevano 24, 24 e 21 anni. Erano operai del Pastificio Russo, amici prima ancora che colleghi. Quel pomeriggio si erano fermati per un caffè durante la pausa pranzo, come facevano sempre.

Poi arrivò un commando armato di kalashnikov e revolver. Oltre quaranta colpi di arma da fuoco trasformarono un momento di normalità in una strage.

Non erano camorristi. Non avevano nulla a che fare con la criminalità organizzata. Furono assassinati perché scambiati per appartenenti a un clan rivale, in una sanguinosa faida tra gruppi camorristici.

Ma definirlo un "errore" rischia di essere fuorviante.

L'errore non fu dei killer che mancarono il bersaglio. L'errore è stato permettere alla camorra di trasformare le nostre strade in campi di guerra, dove chiunque può morire semplicemente andando al lavoro.

Per quel triplice omicidio sono arrivate condanne all'ergastolo per mandanti ed esecutori.

La memoria di Rosario, Alberto e Salvatore oggi continua a vivere anche attraverso la cooperativa A.R.S., nata su beni confiscati alla camorra e dedicata ai loro nomi.

Perché il modo migliore per onorarli è continuare a costruire legalità dove la criminalità voleva imporre paura.

Il 23 luglio del 2009 venne uccisa a Napoli Fiorinda Di Marino, 35 anni.

Dopo una violenta lite con il compagno, Renato Valboa di 43 anni, venne attinta a colpi mortali d’ascia e coltello. Già nel novembre 2008 la donna aveva denunciato l’uomo per aver subito lesioni gravissime in seguito ad una aggressione fuori la scuola elementare di Marano, dove lei insegnava. Valboa venne condannato in primo grado ad una pena di 16 anni, tuttavia nell’ottobre 2012 fu emanata sentenza di non perseguibilità dell’imputato per incapacità di intendere e volere. Valboa sconta attualmente una detenzione di 10 anni in una struttura psichiatrica.

Il 24 luglio del 1991 a Sessa Aurunca (CE) venne ucciso Alberto Varone, commerciante di 49 anni.

Alberto era un commerciante onesto che non si piegò mai alle minacce e ai ricatti dei camorristi del clan Esposito, che dominavano la zona dalla fine degli anni ottanta. Varone manifestò apertamente la sua opposizione ai malavitosi e ciò gli costò la vita.

Mentre guidava lungo la Via Appia, fu raggiunto da un commando di malviventi che gli sbarrò la strada e aprì il fuoco: l’uomo venne colpito al volto ma non morì subito ed ebbe il tempo di arrivare all’ospedale e comunicare alla moglie il nome dei suoi carnefici. Giancarlo, il figlio della vittima, decise di riprendere il lavoro, alzarsi di notte e distribuire i giornali. Ricominciarono le minacce e le ritorsioni del clan Esposito. La madre, grazie anche al conforto e all’aiuto del vescovo Nogaro, superò i suoi timori e denunciò gli assassini di suo marito. Le minacce diventarono più pressanti.

La famiglia Varone, quindi, fu inserita all’interno del programma di protezione. Da allora non si ebbero più notizie sui suoi membri.

Il 26 luglio 1992, a soli 17 anni, Rita Atria si tolse la vita lanciandosi dal settimo piano di un palazzo di Roma. Era passata appena una settimana dalla strage di via D’Amelio, nella quale era stato assassinato Paolo Borsellino.

Rita aveva scelto di parlare. Dopo l’uccisione del padre e del fratello, entrambi legati a Cosa Nostra, aveva deciso di rompere il silenzio e di raccontare ciò che sapeva alla magistratura. A raccogliere le sue rivelazioni era stato proprio Borsellino.

Per Rita, il magistrato era diventato un punto di riferimento, una figura di fiducia. Una persona che aveva scelto di stare dalla parte della verità e della giustizia. Quando Borsellino venne assassinato, Rita si sentì completamente sola.

«Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta».

Aveva appena 17 anni. La sua è una storia che ancora oggi scuote la coscienza del Paese. Rita aveva avuto il coraggio di sfidare la mafia, di rompere il muro dell’omertà, di affidarsi allo Stato. Ma quando quello Stato non riuscì a proteggerla dalla solitudine, dal dolore e dalla disperazione, Rita si sentì perduta.

Ricordare Rita Atria significa ricordare una ragazza che, a soli 17 anni, ebbe più coraggio di tanti adulti.

La mafia non uccide soltanto con le pallottole. Uccide anche attraverso la paura, l’isolamento, l’omertà e l’abbandono. Ecco perché la memoria non può essere una semplice celebrazione.

Deve diventare responsabilità. Per Rita. Per Paolo Borsellino. Per tutte le persone che hanno scelto la verità e hanno pagato un prezzo altissimo per farlo. Il 27 luglio del 1993 avvenne a Milano la Strage di via Palestro, un attentato terroristico compiuto da “cosa nostra”.

L'esplosione di una autobomba in via Palestro, presso la Galleria d'arte Moderna e il Padiglione di arte contemporanea provocò l'uccisione di cinque persone: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l'agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. L’attentato venne inquadrato nella scia degli altri attentati del '92-'93 che provocarono la morte di 21 persone (tra cui i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e gravi danni al patrimonio artistico.

Nel 2014 la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano emise un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Marcello Tutino per il reato di strage perché accusato da Gaspare Spatuzza di essere stato il "basista". L'anno successivo, la Corte d'assise di Milano assolse Tutino perché le sole dichiarazioni di Spatuzza furono considerate insufficienti per una condanna, l'assoluzione venne confermata in appello e in Cassazione.

28 luglio 1985. Porticello – Santa Flavia (Palermo)

A 34 anni, il commissario Giuseppe “Beppe” Montana era uno degli investigatori più brillanti della Squadra Mobile di Palermo.

I colleghi lo chiamavano “Serpico”.

Era il capo della sezione Catturandi, la squadra impegnata nella ricerca dei latitanti di Cosa Nostra. Un investigatore capace di intuizioni straordinarie, di appostamenti interminabili e di operazioni che avevano portato all’arresto di numerosi boss e affiliati.

Il 28 luglio 1985, Montana aveva trascorso una giornata al mare con la fidanzata. Aveva appena ormeggiato la sua barca a Porticello.

Stava camminando sul molo. I killer di Cosa Nostra lo aspettavano. Una raffica di proiettili lo colpì a morte.

Beppe Montana fu assassinato perché aveva scelto di fare il proprio lavoro.

Perché aveva scelto di cercare i latitanti. Perché aveva scelto di non voltarsi dall’altra parte. Perché aveva scelto di stare dalla parte dello Stato.

La sua morte aprì una delle estati più terribili della storia della lotta alla mafia. Pochi giorni dopo, il 6 agosto 1985, sarebbero stati uccisi anche il vicequestore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia, suoi amici e colleghi.

Beppe Montana non è stato soltanto un poliziotto, ma un uomo che aveva capito che combattere la mafia significava anche conoscere il territorio, rompere il silenzio e costruire una nuova cultura della legalità. Ricordare Beppe Montana significa ricordare tutti coloro che hanno scelto di non arrendersi.

Il 29 luglio del 1983 avvenne a Palermo la Strage di via Pipitone in cui perse la vita il magistrato Rocco Chinnici.

Fu ucciso nell’esplosione di una Fiat 126 verde imbottita con 75 kg di tritolo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all’età di 58 anni. Ad azionare il detonatore fu il sicario della mafia Antonino Madonia. Accanto al corpo del magistrato giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall’esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi. L’unico superstite fu Giovanni Paparcuri, l’autista.

In seguito alla strage fu istituito il "pool antimafia", che diede una svolta decisiva nella lotta contro Cosa nostra, si pensi ad esempio all’operazione che portò all’arresto di Michele Greco, detto “il Papa”, all’epoca al capo della Commissione (La Cupola) di Palermo. Per i colleghi e amici Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Rocco Chinnici rappresentò, oltre che una guida, una sorta di padre putativo che nutriva i suoi discepoli / figliocci con consigli, esperienze e rigatoni alla Chinnici.

 

Francesco Emilio Borrelli

 

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