Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La politica reazionaria di Francesco IV d'Austria-Este

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Francesco IV d'Austria-Este, duca di Modena-Reggio, è un personaggio minore nella storia dell’Italia della prima metà del secolo XIX, tuttavia è a suo modo interessante, poiché egli fu uno dei sovrani più reazionari, nell’accezione etimologica e storica esatta del termine, della Restaurazione, se non addirittura il più reazionario in assoluto.

Egli elaborò un autentico programma politico che si prefiggeva consapevolmente il ripristino dell’Antico Regime nella sua pienezza.1

Al cosiddetto congresso di Verona del 1822 propose un lungo ed elaborato piano in cui prospettava un ritorno al passato pre-rivoluzionario.2

La società doveva tornare ad essere divisa in ceti, dunque in clero, nobiltà, popolo, con diverse leggi e prerogative a seconda dell’appartenenza.3

Tra queste, vi era l’attribuzione d’incarichi pubblici in rapporto alla condizione cetuale, di fatto l’esclusione per i plebei da quelle importanti. Il binomio trono-altare doveva essere ripristinato nella sua pienezza, rendendo lo stato una teocrazia.4

Il duca appariva inoltre ossessionato dalla cultura e dall’istruzione, considerando l’alfabetizzazione di massa deleteria 5 ed in generale dando un giudizio negativo alla possibilità per chiunque d’istruirsi allo stesso modo.

Anche i corsi di studio dovevano perciò essere divisi per ceto, differenziati a seconda del medesimo e riservati nell’istruzione superiore unicamente ai privilegiati.

I letterati e gli insegnanti suscitavano la particolare diffidenza del duca. Il duca affermava che l'eccessivo rispetto e la considerazione concessi indistintamente a qualsiasi uomo di lettere, senza valutarne il reale merito, uniti alla proliferazione esagerata di professori di ogni genere e al troppo potere a loro attribuito, fossero deleteri.

Sosteneva inoltre che l'aver reso l'istruzione fin troppo accessibile a tutti i giovani non faceva che generare una massa di persone infelici e frustrate, poiché lo Stato non avrebbe mai potuto garantire a ognuno un'occupazione adeguata. Concludeva infine che costringere chiunque a studiare troppe materie portava a una cultura superficiale, che non approfondiva nulla e rendeva i sudditi soltanto presuntuosi e pieni di sé.6

In questo Francesco IV d’Austria-Este si rivelò reazionario quanto Ferdinando I di Borbone, che dopo la rivoluzione del 1820-1821 volle a capo della polizia Antonio Luigi Raffaele Capece Minutolo, principe di Canosa. Costui, grande propugnatore dell’Ancien Régime, già nel 1795 aveva teorizzato che il popolo andava tenuto ignorante.

La proposta era stata enunciata nel suo libro La Trinità orazione dogmatico-filologica (Napoli 1795). Non per caso, il principe di Canosa fu amico e collaboratore di Monaldo Leopardi (padre di Giacomo, di tutt’altre idee: il grande poeta marchigiano fu un patriota!), che era anche lui un sostenitore dell’idea che il popolo andasse tenuto ignorante ed escluso dalla scuola.

In Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831, Monaldo Leopardi cesellò ammonimenti del genere:

«Invece di favorire smisuratamente l'istruzione e la civiltà, dovete con prudenza imporle qualche confine; e considerate che se si trovasse un maestro, il quale con una sola lezione potesse rendere tutti gli uomini dotti come Aristotele, e civili come il maggiordomo del re di Francia, questo maestro bisognerebbe ammazzarlo subito per non vedere distrutta la società. Lasciate i libri e gli studii alle classi distinte, e a qualche ingegno straordinario che si fa strada a traverso dell'oscurità del suo grado, ma procurate che il calzolaro si contenti della lesina, e il rustico del badile, senza andarsi a guastare il cuore e la testa alla scuola dell'alfabeto. Per la mal intesa e sproporzionata diffusione della coltura la società è disturbata da una progenie innumerevole di bifolchi e facchini che, a dispetto della natura, vogliono aggregarsi alle classi elevate. […] L’improvida propagazione delle lettere ha radunata questa massa pericolosa di combustibile, e voi dovete, con la cauta e discreta moderazione della coltura, abbassare le vampe della sedicente filosofia e allontanare la mina da’ vostri troni.»

Il libello di Monaldo Leopardi fu così gradito negli ambienti reazionari napoletani che venne ristampato più volte e utilizzato come strumento di propaganda contro i liberali. La simpatia era ricambiata dal conte marchigiano, che ammirava il regime reazionario delle Due Sicilie e lo esprimeva sul periodico La voce della ragione, pubblicato a Pesaro ed a cui collaborò per anni proprio … il Canosa.

Questa testata era così estremista che finì soppressa … dal governo pontificio! Il Segretario di Stato, cardinale Bernetti, ne ebbe abbastanza di una rivista tanto fanatica da mettere in imbarazzo lo stesso governo papale con il suo estremismo, perciò decise di sopprimerla. I sostenitori della censura furono censurati.7

Decisamente l’avversione per l’istruzione pubblica e paritaria era fra i cardini del più coerente pensiero politico reazionario, che si proponeva di mantenere la società frammentata in ceti diseguali.

L’ostilità ai principi rivoluzionari si accompagnava all’odio per il patriottismo italiano. Il memoriale esposto dal principe a Verona si apriva negando apertamente l’esistenza di una nazione italiana, con argomentazioni pseudo-storiche sulla presunta diversità etnica delle varie parti della penisola, in cui egli sosteneva (fra l’altro) che i veneziani (probabilmente intendeva i veneti) fossero di origine greca (sic).8

Seguivano poi considerazioni triviali ed indimostrate sulle supposte diversità fra i vari ‘popoli’ abitanti l’Italia, una collezione di luoghi comuni in cui i veneziani sono vivaci, arguti, loquaci, i piemontesi silenziosi, cupi, coraggiosi, i lombardi onesti, ottusi e pigri, i napoletani rumorosi, trasandati, spendaccioni e chiacchieroni, i modenesi ubbidienti e parchi, i romani fieri, coraggiosi e rissosi, i genovesi operosi ed intraprendenti.9

 Poiché gli abitanti dell’Italia sarebbero stati così differenti fra di loro, allora era necessario mantenerli divisi in una pluralità di stati.10

Eppure, questo sovrano ultrareazionario per ambizione personale fu disposto a coltivare rapporti con ambienti rivoluzionari e patriottici, nella speranza di poter acquisire territori e divenire re. Lui, un Asburgo-Lorena, di fatto un satellite dell'Austria, brigò sottobanco contro l'Austria stessa. Da malcapitato apprendista stregone, si mostrò incapace di controllare le forze che aveva sconsideratamente evocato e decise di riprendere una politica duramente repressiva, anche in modo proditorio (fu il destino di Ciro Menotti, ingannato e tradito) e di ritornare all'ovile austriaco. Dopo aver congiurato contro Vienna con i carbonari, richiese aiuto proprio a Vienna contro i carbonari.11  

Si adatta a proposito della sua figura l'osservazione di Charles De Gaulle, secondo cui un criminale è un uomo le cui ambizioni sono superiori ai suoi meriti.

Il discredito in cui cadde il principe dopo i moti del 1831 fu, immancabilmente, enorme già dinanzi all'opinione pubblica coeva.

L’immagine pubblica del duca Francesco IV fu rovinata irrimediabilmente dinanzi a tutta Europa. Basti dire che un capolavoro letterario come la Chartreuse de Parme di Stendhal ha fra i suoi protagonisti negativi il duca di Parma Ranuccio Ernesto IV, mai esistito realmente, ma in cui si può riconoscere agevolmente Francesco IV di Modena-Reggio.

L’associazione era tanto trasparente da essere colta già da un altro grande della letteratura come Honoré de Balzac.12

Ranuccio Ernesto IV appare quale un tiranno più che un principe, ossessionato dai ‘liberali’ e propenso ad eliminarli con azioni giudiziarie inique, che però coltiva segretamente l’aspirazione a divenire sovrano costituzionale della Lombardia.13

La Cronaca del conte Francesco Rangone, nobile di Ferrara assai apprezzato nel patriziato della Romagna negli anni della Restaurazione, testimonia il discredito in cui incorse il duca. Si possono riportare alcuni stralci da quest’opera.14

«Dicesi che il Sig. Menotti, uomo di stretta confidenza del Principe, se n'facesse il capo, chiudendo in sua casa i congiurati. Sembra certo che il Duca chiedesse un reggimento tedesco e non gli fosse accordato.

In tale situazione di cose pensò a ben garantire sé stesso; fece chiudere le porte della città ed ordinò che ad ogni tratto si sparasse il cannone a polvere. Diramò viglietti di alloggio in città per seimila uomini, percorse egli stesso a cavallo le pubbliche strade, seguito dalla sua Guardia e dalla truppa. Comandò la fucilata contro la casa Menotti, fuori di città, e quindi, a risparmio di sangue, ordinò si facesse fuoco col cannone. Si arresero 36 congiurati, che, legati, introdusse in città e dai quali mandò dei religiosi per prepararli al supplizio.

Alcuni carnefici erano collocati in vari rioni; il cannone seguiva a tuonare. Il Duca accomodava intanto i suoi equipaggi; per tre volte il Menotti chiese di parlare col Duca. All'ultima fu ricevuto, si palesò traditore, mise la sua testa a disposizione del Principe e disse: “S'io ho mancato, ben altri duemila son pronti a vendicarmi”.

“Ebbene, chi mi garantisce la vita?” riprese il Principe.

“Io”, rispose il Menotti.

“Tu dunque verrai meco.”

Furono resi liberi gli altri; nominò il Duca una Reggenza, fece marciare molte carrozze; in un legno era Menotti, e il Duca a cavallo; due squadroni l'accompagnavano. Giunto a Carpi, il Menotti assicurò la vita del Principe, ma dovette soffrire d'essere esposto alla vista di ognuno. Arrivato al confine, lasciò il Duca la truppa, alla quale fu escluso il passarlo. Diede però il Duca alla stessa degli ordini di accamparsi, non cedere, e rimanere sotto a' suoi ordini, stabilendosi a Novi. Il Duca entrò colla sua famiglia in Mantova, Menotti fu posto agli arresti.»15

«Sembra poi giustificato che il Duca di Modena aveva tentato di farsi Re d'Italia, al cui oggetto aveva esplorata l'intenzione delle Legazioni, Marche ed Umbria. Alla prima si credette che ciò fosse diretto per conoscere lo spirito pubblico ed abusarne a danno dei compromessi. Le risposte ottenute furono quali si convenivano al vero carattere di un Principe universalmente sprezzato. Il maneggio fu eseguito da Menotti, che, vedendolo tramontato, se ne servì poi a miglior uso coi suoi compagni.

Egli promise però di salvare il Duca e mantenne la parola; il Duca promise rilasciarlo al confine e nol fece, e non ha nemmen egli mancato al vero carattere dei Principi di questo secolo. Ognuno conosce l'accaduto prima di sua partenza. Egli aveva richiamata in Modena la sua Guardia; ora si dice che questa, disarmata, ha avuto l'ordine di rientrare a Modena, e che al Duca, giunto a Gorizia, è stato intimato di non proseguire più avanti. Pare da questo che egli sia riguardato come reo di alto, diplomatico e sovrano delitto.».16

«In quanto a Modena, giunse l'avviso che il Gen. Zucchi aveva battuto completamente il Battaglione Estense, e fatti molti prigionieri, passandoli a fil di spada, siccome essi avevano fatto delle Guardie Nazionali, e che era poi entrato in Modena padrone dell'artiglieria, e recando seco una piena vittoria dell'inimico. Ecco come l'umanissimo Duca ha protetti i suoi sudditi, mettendoli insieme a contatto per ammazzarsi l'un l'altro e per servire all'insaziabile orgoglio ed egoismo d'un solo.».17

«il Menotti è dannato a preferenza del Borelli a morire sulla forca, ma con la clausola di morte infame e la confisca di quella porzione di beni che gli appartengono di diritto. E questa sentenza fu così eseguita, aggiungendovisi le circostanze suindicate non solo, ma quella più orribile ancora, che gli si ricusò l’officio del tirapiedi, e certamente perché avesse maggiormente a soffrire nei suoi estremi momenti. Dicesi ancora, che chiese tre ore di tempo per prepararsi alla morte e non gliene fu accordata che una.

Non può ricusarsi da alcuno che in tutto l’esposto. non sia vi anche di troppo per dannare il Menotti all'ultimo supplizio; anzi havvi quanto era sufficiente ancora a risparmiare la vita del Borelli, le cui accuse appariscono superiormente leggere al confronto, né meritavano un egual destino.

Ritrovo ancora mascherato il progetto, che si spacciò· esser stato il Menotti incaricato dal Duca stesso a interpellare gli Italiani se lo avessero voluto Re. Ad ogni modo però senza un'insaziabile sete di sangue, poteva il Duca di Modena, mostrarsi generoso e guadagnare la generale opinione risparmiando quest'individuo, d'altronde stimabile, e strascinato facilmente ad un passo mal riflettuto. […] io osserverò con gli uomini di più moderato carattere, che il sacrificio del Menotti e del Borelli sia da collocarsi tra gli assassini ed i furti politici dei quali noi vediamo ad ogni tratto gli esempi e che si pretendono giustificati dalla imperiosa necessità e sicurezza dei singoli regnanti.»18

Su questi micro-stati, rimpianti talora da alcuni devoti al proprio campanile, si può citare ciò che scrisse Rosario Romeo nella conclusione della gigantesca biografia Cavour e il suo tempo, grandioso affresco del Risorgimento dipinto attorno alla figura del suo maggior protagonista: «Le molte ombre del quadro dell’Italia unita [...] non consentono, neppure come paradosso, di dubitare del salto in avanti che la nuova collettività nazionale aveva compiuto in confronto alla realtà sonnacchiosa degli staterelli preunitari, che dietro la facciata quieta e aggraziata celavano tante miserie e tanta impotenza.»19

 

Marco Vigna

 

Note

1. Marco Cavina, La cultura politico-giuridica della Restaurazione nell’Università di Modena: luoghi, figure, problemi, in «Historia et ius», 29/2006, pp. 1-21.

2. Mémoire du duc François IV sur la nationalité italienne, présenté aux Souverains réunis dans le Congrès de Vérone, in N. Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dal 1814 al 1861, Torino 1865, vol. II, pp. 357-364.

3. Un brano della relazione ducale merita d’essere riportato per la sua significatività: Ibidem, p. 361. «mais par la classe des feudataires ou de la première noblesse, lorsque celle-ci avait une autorité et une considération ; par le clergé, lorsqu'il pouvait agir sur les hommes avec l'autorité établie par Dieu, et respectée par les hommes ; par la classe des artisans, lorsque, formant une classe séparée, ils étaient plus respectés et plus heureux ; par la classe des militaires, lorsque ceux-ci n'étaient pas de simples militaires isolés qui ne tiennent à rien qu'à la paye, mais lorsque le point d'honneur était leur mobile, lorsque des personnes de la noblesse, des personnes par sentiment et par propre intérêt, attachées à leur Souverain et à leur patrie, des personnes qui avaient quelque chose à perdre, et qui étaient susceptibles des plus hauts sentiments, étaient à la tête de leurs sujets, et de soldats qui étaient habitués à les respecter, à leur obéir même avant de devenir soldats. Enfin, on a gâté le cœur des hommes par les mauvaises doctrines, par les livres infâmes; et pour y mieux réussir, on a fait tout au monde pour étendre l'étude à toutes les classes, même à celles pour lesquelles elle n'était pas seulement inutile mais nuisible. On a augmenté les universités, les professeurs, on les a flattés dans l'espoir d'avoir en eux de l'utilité, comme des coopérateurs utiles à l'ouvrage de la perversion du cœur humain. Par là, on a répandu les mauvaises doctrines, qui devaient être la base des révolutions et de la rébellion contre toute autorité divine et humaine légitime, pour subjuguer le monde en apparence sous une prétendue philosophie, mais au fond pour le bouleverser, le dominer, et pouvoir s'en emparer plus aisément lorsque tous les autres liens seraient brisés. Ajoutons encore que ces perfides ont fait la guerre également à toute l'institution de la bonne éducation morale et religieuse de la jeunesse, pour y substituer une éducation à leur façon qui, s'emparant de la pauvre jeunesse, la rendait nulle au milieu d'une apparence de grande instruction, et n'avait pour objet que de lui gâter le cœur.»

4. Ibidem, pp. 362-363: «On peut donc réduire les principaux défauts, selon ce qu'on a dit ci-dessus, aux suivants : 1º Le manque de religion, et l'avilissement dans lequel on l'a voulu jeter, et la guerre constante qu'on a faite à ses principes, à ses exercices et à ses ministres. 2º La diminution du clergé, et l'avilissement dans lequel on l'a voulu jeter, et son indépendance du chef de l'Église, qu'on a voulu introduire. 3º L'anéantissement de la noblesse, la privant de toutes ses prérogatives, voulant l'appauvrir, l'avilir et l'égaliser aux classes inférieures. […] 10. L'abolition des corporations religieuses et des corporations séculières, telles que celles des arts et métiers, qui distinguent les classes des hommes, les tiennent dans une nécessaire et salutaire discipline, et qui servent à les occuper. 11. La dangereuse et vicieuse multiplication des employés. et le mal que chacun puisse aspirer à chaque charge, sans différence d'état et de condition.»

5. Ibidem, p. 363: «8° La corruption de la doctrine et des principes, ce qui s'effectua par la liberté de la presse, par le grand soin de répandre les mauvais livres d'éloigner les bons, et de faire que toutes les classes apprennent à lire et écrire, et ayant quelque idée des études pour avoir le moyen d'influer sur elles.»

6. «Le trop d’égards, de considération, qu’on donnait sans distinction de mérite à tout homme de lettres, et la trop grande multiplication des professeurs de toute espèce, et le trop de pouvoir et de droit qu’on leur donnait, et la trop grande facilité établie partout pour la jeunesse d’étudier, ce qui rend tant de gens malheureux et mécontents, puisqu'ils ne trouvent pas tous à se placer, et le trop d’études qu’on a fait faire à chacun, de façon qu’il n’apprend rien au fond et devient suffisant... ». Ibidem, p. 363.

7. F. Boiardi, Il sanfedismo del conte M. L., in Il Ponte, XVIII (1962), pp. 804-822; R. Del Corona, Antirisorgimento. Un protagonista, M. L., Firenze 1974.

8. Ibidem, p. 357.

9. «Tous ces peuples, on les appelle Italiens sous un nom générique, parce qu'ils sont tous des habitants de la péninsule de l'Italie; mais ils ne se ressemblent pas du tout ni dans leur caractère, ni dans leurs passions, ni dans leurs mœurs. Par exemple: Quelle différence entre la vivacité d'esprit, la gaieté, la légèreté, la finesse, la timidité, le verbiage du Vénitien, en comparaison du Piémontais grave, sombre, brave, peu rusé, silencieux ! Quelle différence entre le Génois souple, leste, entreprenant, intéressé, actif, et les peuples de la Lombardie pesants, paresseux, bon-vivants, de bonne foi! Quelle différence entre le Toscan bon, tranquille, sobre, laborieux, économe, propre, obéissant, avec le Napolitain clamoreux, friand, dépensier, malpropre, bavard, vif et gai! Quelle différence entre le Romain fort, querelleur, fier, brave, hautain, aimant la grandeur, la satire, etc., et les peuples du Parmesan ou du Modénais bons, peu rusés, obéissants, modérés dans la dépense!» Ibidem, pp. 357-358.

10. Ibidem, pp. 358 e sgg.

11. Atto Vannucci, I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, Milano, Bortolotti, 1872; Arrigo Solmi, Ciro Menotti e l'idea unitaria nei moti del 1831, Modena, Società Tipografica Modenese, 1931

12. Honoré de Balzac, Studi su Stendhal e “La Certosa di Parma”. Con la risposta di Stendhal, a cura di P. di Branco, testo francese a fronte, Milano, La Vita Felice, 2019

13. Stendhal, La certosa di Parma, Torino, Giulio Einaudi, 2022.

14. La rivoluzione del 1831 nella cronaca di Francesco Rangone, a cura di Giovanni Natali, Roma, Vittoriano, 1935.

15. Ibidem, pp. 14-15.

16. Ibidem, pp. 47-48.

17. Ibidem, p. 72.

18. Ibidem, p. 246.

19. Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo. 1854-1861, Roma-Bari 2012.

 

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