Garibaldi in Terra Sabina
La struttura dell’opera è la seguente. Essa si apre con la presentazione dell’avv. Gianfranco Paris, presidente della Federazione Regionale Lazio dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini. Si succedono poi questi capitoli, che qui si riportano con i rispettivi autori: Giancarlo Giulio Martini, I combattimenti a Moricone, Nerola, Montelibretti e dintorni; Enrico Angelani, I fatti d’arme a Monterotondo; Luciano Tribiani, Garibaldi e Victor Hugo; Sergio Leondi, Elegie d’inizio Novecento per gli Eroi garibaldini di Montelibretti: una doppia cronaca di Giornale, una Poesia e il Monumento; Sergio Bellezza, Garibaldini ternani all’inaugurazione del Monumento di Montelibretti. Compare anche un apparato fotografico ed iconografico fornito da Renzo Vetturelli di Montelibretti e Pietro D’Ignazi di Moricone. La monografia concerne una campagna di Garibaldi relativamente poco studiata rispetto ad altre dell’Eroe dei Due Mondi e che spesso è limitata all’infausta battaglia di Mentana, dove un corpo di spedizione dell’impero francese di gran lunga superiore per armamento ed equipaggiamento ebbe la meglio sugli improvvisati volontari in camicia rossa.
Il convegno ed i suoi atti invece si soffermano sui preliminari allo scontro decisivo dunque ai combattimenti di Moricone, Nerola e Montelibretti ed altri scontri minori. La sconfitta strategica nella campagna ebbe molte cause: la mancata sollevazione popolare a Roma, nonostante i diversi tentativi di muoverla (i fratelli Cairoli a Villa Glori, le sommosse nel Lanificio di Trastevere, l’attentato alla Caserma Serristori, le scaramucce e i falò sotto le mura) falliti per la vigile repressione pontificia; l’inferiorità d’equipaggiamento, con garibaldini muniti di calzature rapidamente usurate; l’inferiorità dell’armamento, con l’armata di volontari quasi priva di artiglieria e con vecchi o vecchissimi fucili ormai obsoleti; l’inferiorità numerica contro un nemico molte volte superiore di numero; la mancanza d’esperienza di buona parte dei rivoluzionari, mentre i papalini e gli imperiali erano militari professionisti in gran misura veterani. La battaglia di Mentana, che praticamente concluse la campagna, fu di fatto un’imboscata tesa dai pontifici a Garibaldi, approfittando di una serie di condizioni favorevoli (mancate comunicazioni degli avamposti e ritardo dei rifornimenti) che condusse ad uno scontro disperato, che il generale nizzardo accettò pur convinto dell’impossibilità dell’impresa e cercandovi anche la morte. Alcuni aneddoti sono inaspettati per l’intricata collocazione giuridica e diplomatica della campagna. I mercenari pontifici (i cosiddetti ‘antiboini’, perché in gran parte provenienti dalla Francia del Sud, specie dal circondario di Antibes) fatti prigionieri da Garibaldi a Monterotondo, circa trecento, dopo la loro resa furono avviati alla frontiera dove furono presi in carico dall’esercito regolare italiano, però con la qualifica di disertori anziché di prigionieri, poiché regno d’Italia e Stato pontificio non erano in guerra. A catturarli erano stati i garibaldini, a cui le unità regolari avrebbero dovuto impedire persino l’azione in ottemperanza alla cosiddetta convenzione di settembre, che fu un accordo diplomatico stipulato a Fontainebleau il 15 settembre 1864 tra regno d’Italia ed impero di Francia, che prevedeva il ritiro delle truppe francesi da Roma in cambio dell’impegno italiano a tutelare l’indipendenza e l’integrità dello Stato pontificio. Fu proprio la loro qualifica quali disertori a risolvere formalmente l’incongruenza ed a consentire il trasferimento temporaneo degli ‘antiboini’ al carcere militare di Varignano della Spezia, dove furono raggiunti pochi giorni più tardi da … Garibaldi, ma non come generale loro nemico ma compagno di prigionia perché incarcerato su ordine del governo italiano proprio per aver condotto la guerra al papa. Gli atti riservano attenzione anche alla memoria, locale e nazionale, della campagna stessa. In questo spicca la poesia di Guelfo Civinini dedicata ai caduti di Montelibretti. Il Civinini, oggigiorno obliato, fu un intellettuale d’un certo rilievo nell’Italia liberale e fascista, quale corrispondente del Corriere della Sera, coautore del libretto de La fanciulla del West di Giacomo Puccini. L’opera Garibaldi in Terra Sabina non è imperniata esclusivamente sulla figura di Giuseppe Garibaldi, senz’altro personaggio centrale della campagna, ma è corale e concede la maggior parte dello spazio a figure oggigiorno obliate di rivoluzionari tipici dell’epoca, come Achille Fazzari, Fabio Giovagnoli, Luigi Testori e moltissimi altri, idealisti che coniugavano patriottismo e repubblicanesimo ed in buona misura destinati a cadere in combattimento. Una statistica merita d’essere riportata. Enrico Angelani ha calcolato che circa il 70% dei garibaldini caduti nella campagna avesse un’età compresa fra 15 e 25 anni. Anche se vi erano dei borghesi e persino dei nobili, per i 2/3 provenivano da classi lavoratrici, specialmente artigiani. Quella del 1867 nel Lazio è considerata solitamente l’ultima delle guerre risorgimentali, ovvero come tale è posta nel classico Storia militare del Risorgimento di Piero Pieri, essendo stata la campagna del 1870 conclusasi con Porta Pia quasi inesistente dal punto di vista militare con una resistenza puramente simbolica delle forze pontificie. La composizione dei volontari per lo più giovani o giovanissimi, di origine popolare e partiti allo sbaraglio, senza il sostegno dello stato italiano e contro alle forze riunite del papa-re e dell’imperatore Napoleone III, è un emblema dell’idealismo romantico dell’ultima generazione dei combattenti risorgimentali, alcuni dei quali scesero in battaglia armati soltanto di un coltellaccio o di una roncola. In una vicenda intricata politicamente, Garibaldi rivendicò per sé stesso il grado e la funzione di generale della repubblica romana del 1849, disconoscendo l’autorità del pontefice che egli considerava un usurpatore dell’unica legittima autorità su Roma, quella derivante dal popolo. La mobilitazione di una figura iconica per l’Italia ed il mondo come l’Eroe dei Due Mondi e di molte migliaia di volontari, battuti da un intervento militare straniero e da un esercito di mercenari anche loro stranieri fu decisiva in tempi lunghi. Malgrado la sconfitta militare, la campagna ebbe un significato politico determinante, perché rese inevitabile la fine del potere temporale del papa, con un trono ormai sorretto da baionette straniere (mercenari assoldati fra i reazionari ultramontani di vari paesi d’Europa ed unità imperiali francesi), togliendoli la legittimità residua dinanzi all’opinione pubblica italiana. In questo la componente popolare e repubblicana del movimento risorgimentale svolse un ruolo decisivo nello spezzare lo stallo in cui si era trovata la politica governativa. La presa di Porta Pia nel 1870 fu la conseguenza della ‘vittoriosa disfatta’ del 1867.
Marco Vigna |
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Un interessante e misconosciuto studio sulla campagna dell’agro romano nel 1867 è Garibaldi in Terra Sabina, a cura di Sergio Leondi (Santa Rufina di Cittaducale, Riristampa Edizioni 2017). Sono gli atti della Mostra e convegno sui fatti d’arme della campagna dell’agro romano-sabino per la liberazione di Roma (Montelibretti 13-20 ottobre 2017).