Confutazione dell’Uomo delinquente
Una disciplina a cui il prof. Pirillo ha prestato molta attenzione è la criminologia, di cui la sua ultima opera è Confutazione dell'uomo delinquente. Osservazioni psicocliniche-sociologiche e riflessioni psicoterapeutiche (Cotronei, Publigrafic, 2025). Il senso dell’opera viene enunciato nel ‘cappello’ introduttivo, dove Claudio Pirillo nell’incipit scrive: «Il criminologo è l’archeologo dell’abisso oscuro del soggetto criminale, del suo inconscio, poiché come quello riporta alla luce il racconto perduto delle antiche civiltà, il criminologo fa emergere alla coscienza il vissuto causale del comportamento deviante». Si tratta di uno studio sulle cause che conducono a ciò che si definisce ‘crimine’, nella loro molteplicità e stratificazione di fattori biologici, psicologici, sociologici, nella consapevolezza dell’autore dell’integrazione di natura e cultura.
L’opera è divisa in quattro capitoli principali: Il crimine come risposta alla disattenzione sociale; Reato e alienazione urbanistica: il biopotere; Nel cervello del criminale; Diritto alla salute e psicoterapia del soggetto criminale. L’opera di Claudio Pirillo si presenta come un vasto itinerario interdisciplinare che, muovendo dalla critica radicale alla tradizione lombrosiana e positivistica, tenta di restituire al fenomeno criminale la sua dimensione eminentemente umana, culturale e sociale. Fin dalle pagine introduttive, l’autore assume un tono volutamente polemico e insieme visionario: il criminale non è, nella sua prospettiva, un “diverso biologico”, né il prodotto meccanicistico di una degenerazione atavica, ma il precipitato tragico di fratture affettive, traumi, esclusioni e disfunzioni collettive. L’intera trattazione è attraversata dall’idea che il reato costituisca anzitutto una rottura del legame sociale, una forma patologica di comunicazione che nasce dal disordine della società stessa. Il primo capitolo sviluppa questa impostazione su un piano teorico e sociologico. Pirillo interpreta il crimine come risposta alla “disattenzione sociale”, vale a dire come manifestazione estrema di una collettività incapace di ascolto, di integrazione e di educazione emotiva. La criminologia viene così ridefinita quale scienza necessariamente multidisciplinare, sospesa fra psicologia, sociologia, pedagogia, diritto e neuroscienze, e chiamata non tanto a classificare il deviante quanto a comprenderne la genesi esistenziale. Il tono del discorso è spesso civile e accusatorio: la società contemporanea appare dominata dall’ipocrisia istituzionale, dall’indifferenza e dalla costruzione di stereotipi funzionali al controllo. Ne deriva una critica severa alle concezioni punitive tradizionali, considerate incapaci di cogliere la complessità del comportamento criminale. In questa prospettiva, il reato diviene il sintomo di una più vasta malattia collettiva, di un deterioramento delle relazioni e dell’educazione affettiva, che l’autore interpreta quasi in termini entropici: la società, privata di coesione e solidarietà, tende alla dissoluzione dei propri equilibri interni. Il secondo capitolo introduce con maggiore decisione il tema del biopotere e del controllo sociale, avvicinando la riflessione criminologica a motivi di derivazione foucaultiana. L’urbanizzazione, la comunicazione mediatica e l’organizzazione tecnocratica dello Stato vengono descritte come forme pervasive di disciplinamento dei corpi e delle coscienze. Pirillo insiste a lungo sul carattere manipolatorio della comunicazione contemporanea: il linguaggio, deformato dal “rumore” mediatico e dall’etichetta sociale, produce esclusione, paura e costruzione artificiale del nemico. La società moderna appare così come una gigantesca macchina di categorizzazione, nella quale il deviante diventa il capro espiatorio necessario al mantenimento dell’ordine simbolico. In queste pagine il saggio assume tratti quasi filosofico-politici: il potere è rappresentato come una struttura che genera alienazione e marginalità, alimentando proprio quelle condotte devianti che dichiara di voler combattere. La riflessione sulla “comunicazione patologica” diventa allora centrale: il crimine emerge come esito di relazioni deformate, di doppî legami, di esclusioni reiterate e di fallimenti educativi. Il terzo capitolo costituisce il nucleo più ampio e ambizioso dell’opera, dedicato al rapporto fra cervello, mente e comportamento criminale. Qui Pirillo affronta direttamente la questione neuroscientifica e psicopatologica, opponendosi alle interpretazioni rigidamente genetiche del delitto. P ur riconoscendo l’esistenza di correlazioni fra disturbi neurologici, psicopatologie e probabilità criminogene, l’autore rifiuta ogni determinismo biologico. Il criminale viene descritto come un soggetto segnato da traumi evolutivi, da attaccamenti disfunzionali, da violenze subite o assistite, da processi di disadattamento progressivo. Grande spazio è riservato ai disturbi di personalità, ai comportamenti sessuali devianti, alle neurodegenerazioni e alle dinamiche inconsce che presiedono all’azione criminosa. L’immagine ricorrente è quella dell’inconscio come archivio profondo dell’esperienza traumatica: il comportamento deviante non sarebbe che l’emersione deformata di conflitti interiori mai elaborati. In queste pagine la scrittura di Pirillo alterna lessico clinico, suggestioni psicoanalitiche e riflessioni antropologiche, tentando una sintesi personale fra neuroscienze, psicologia dinamica e sociologia della devianza. Il bersaglio polemico resta sempre la teoria neo-lombrosiana contemporaneo, che è respinta ad ogni livello, anche filosofico, quale riduzione dell’essere umano alla mera dimensione zoologica incapace di comprendere la condizione psicologica ed ontologica dell’uomo. Nel quarto e ultimo capitolo, l’autore sposta l’attenzione dal problema dell’origine del crimine a quello della prevenzione e della cura del crimine inteso quale male psicologico e sociale. La questione penale viene reinterpretata in chiave terapeutica e riparativa: la pena, secondo Pirillo, dovrebbe mirare alla ricostruzione del soggetto e del legame sociale, non alla mera neutralizzazione del colpevole. Da qui la critica alla giustizia retributiva, alla spettacolarizzazione della punizione e naturalmente della pena di morte, considerata manifestazione estrema del controllo statale sui corpi. L’autore insiste sulla necessità di un approccio integrato fra psicoterapia, criminologia, pedagogia, capace di intervenire sulle radici emotive della devianza. Particolare rilievo assumono i temi dell’ipnoterapia, della narrazione terapeutica e della “terapizzazione” del soggetto criminale: il reo non è mai ridotto a pura colpa, ma interpretato come persona ferita, inserita in un contesto patologico più ampio. In filigrana emerge una concezione umanistica, nell’accezione di ars rinascimentale, della criminologia, intesa come disciplina della comprensione e della ricomposizione. L’apertura del saggio rinvia implicitamente al celebre L'Archéologie du savoir di Michel Foucault. I contenuti di quest’opera dello strutturalista francese sono così noti da rendere inutile riassumerli. Secondo la sua ipotesi, i sistemi del pensiero e della conoscenza, definibili quali episteme o formazioni discorsive, risultano strutturati da regolarità intrinseche che travalicano i meri codici grammaticali ed agiscono in modo inconscio sui singoli soggetti, perimetrando lo spazio delle possibilità concettuali ed erigendo i confini medesimi del pensabile. Pertanto l'esercizio del linguaggio si esplicherebbe entro un determinato dominio e in rigorosa consonanza con le coordinate della propria epoca storica. Anche l’archeologia del crimine di Pirillo si propone di rintracciare le strutture che lo condizionano, ma con due grandi differenze rispetto al pensatore francese. In primo luogo, la complessità ermeneutica è superiore con il ricorso ad una pluralità di scienze e discipline. Il saggio è letteralmente profondo, perché analizza ab imo le radici del cosiddetto comportamento deviante, con quattro metodi d’indagine: la filogenesi (la storia evolutiva umana); la biogenesi (la struttura biologica dell’uomo); l’ontogenesi (lo sviluppo psicologico dell’individuo dal concepimento alla maturità); la causa immediata (il contesto sociale). L’impostazione del saggio Confutazione dell'uomo delinquente è originale, perché abbina metodologie e conoscenze derivanti da scienze moderne (la psicologia evolutiva, la psichiatria, la neurologia, la sociologia) con misurati ma incisivi richiami a principi e dottrine di scuole filosofiche e del pensiero premoderno, con le seconde che forniscono una struttura epistemologica organica e potente. In secondo luogo, il prof. Pirillo contrasta direttamente e risolutamente il determinismo. Il fine dell’opera è proprio confutare l’ipotesi, formulata in origine da Cesare Lombroso, del ‘criminale nato’ tale per motivi biologici o comunque per necessità. Claudio Pirillo invece sottolinea diverse volte nell’opera l’esistenza del cosiddetto libero arbitrio, che sebbene sia limitato e contingentato dalle componenti biologiche, psicologiche, sociali ed ambientali, pure esiste ed offre possibilità di scelta. L’ipotesi del determinismo biologico del crimine risale a Cesare Lombroso, uno dei fondatori della criminologia. Pirillo concede largo spazio alla confutazione delle dottrine darwiniste di Lombroso e del suo allievo Enrico Ferri, che le ampliò immettendovi elementi fisici (razza, geografia, clima), antropologici (sesso, età, psiche) e sociali (economia, religione etc.) Confutazione dell’Uomo delinquente è uno studio dall’impostazione originale, perché coniuga un’impostazione illuministica che riecheggia ed amplia Cesare Beccaria ad un pensiero metastorico. Pirillo è drastico nel respingere la pena di morte quale inutile, nel contestare l’abuso della carcerazione quale dannoso verso gli innocenti ed anche i colpevoli, nel caldeggiare un ampliamento della giustizia riparativa anziché retributiva. L’analisi si orienta anche verso il biopotere ed il controllo dello stato esercitato sulle persone, che rischia di essere letteralmente criminogeno. La conclusione del professor Pirillo è che il criminale sia il prodotto del concorso di una pluralità di elementi: attaccamento evitante o insicuro nell’età infantile; abbandono affettivo e sociale; incuria educativa a livello emozionale ed anche incomprensibilità della comunicazione reciproca: l’esclusione sociale; desiderio di vendetta ovvero caratterizzazione-bersaglio delle ossessioni sociali. Il criminologo riesce a mantenere lo studio in equilibrio sul filo di una lama, evitando da una parte di cadere nella giustificazione del delinquente, dall’altra nell’incomprensione delle dinamiche criminogene. Il saggio travalica la semplice analisi del crimine nella sua formazione, poiché diagnosticando le cause della malattia, sociale, psicologica e spirituale, ne offre anche la cura. L’afflato filosofico dell’opera è umanistico perché pieno di ottimismo per la persona umana e per la sua libertà.
Marco Vigna
|
Pubblicazioni mensiliNuovo Monitore Napoletano N.209 Maggio 2026
Miscellanea Letteratura, Storia e FilosofiaLuigi Pirandello. Niente maschere per “L’uomo dal fiore in bocca” La solitudine e la follia di Edgar Allan Poe Oscar Wilde e la filosofia del vestito Ludwig Wittgenstein e la logica dei “fatti” Le rivoluzioni e la loro difficoltà ad essere attuate Caos: fattore determinante del presente Ingmar Bergman, il “posto delle fragole”
Libere Riflessioni Esiste anche un protestantesimo sionista Gli intellettuali e dove trovarli La giustizia sconfitta dal suo stesso silenzio Le censure alla cultura russa sono solo stupide
Filosofia della Scienza Il successo degli studi “postcoloniali” ispirati a Gramsci
Cultura della legalità Cosa cambia il “salario giusto” Vittime innocenti. Maggio 1974-2020
Statistiche
La registrazione degli utenti è riservata esclusivamente ai collaboratori interni.Abbiamo 347 visitatori e nessun utente online |



Claudio Pirillo è uno psicologo, criminologo, pedagogista, Direttore del Dipartimento di Psicologia giuridica e forense presso Federiciana Università Popolare di Roma/Cosenza e collaboratore quale docente esterno con le università di Roma Tre e Roma Uno (La Sapienza). Egli è autore di numerosi studi, sia di psicologia, sia in altre scienze.