Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il successo degli studi “postcoloniali” ispirati a Gramsci

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Senza dubbio Antonio Gramsci è oggi il pensatore italiano più popolare all’estero. I suoi scritti hanno aperto la strada agli “studi subalterni” (o “postcoloniali”) che puntano, per l’appunto, a rivalutare il punto di vista delle cosiddette classi subalterne emarginate dal potere.

Com’è noto a Gramsci si deve l’originale tesi della “egemonia culturale”, spesso citata e mai veramente compresa. Sosteneva dunque il teorico sardo che l’egemonia culturale non si esercita soltanto con la forza, bensì con la capacità di persuasione. Che cosa significa?

Semplicemente che occorre convincere la maggioranza della popolazione circa la bontà della propria proposta politica, dimostrando che essa offre maggiori vantaggi rispetto a quella degli avversari. Si tratta dunque di creare un consenso in grado di legittimare la propria posizione di forza, riducendo al minimo la coercizione.

Sembra facile ma non lo è affatto. Al contrario, è una teoria molto audace che ha bisogno di essere continuamente implementata. Gramsci voleva dare voce agli esclusi dai circuiti culturali del potere onde far sì che tutti potessero parlare e portare un contributo creativo.

Caso emblematico è quello delle donne, per secoli costrette a parlare attraverso la voce dei maschi. Lo stesso dicasi per i popoli colonizzati, che soltanto in tempi recenti sono riusciti ad esprimere la loro cultura, che è molto lontana da quella dei colonizzatori.

 

I cosiddetti “postcolonial studies” intendono superare queste barriere procedendo a riscrivere la storia adottando il punto di vista dei perdenti. Si tratta però di non cadere nelle trappole e negli equivoci della cosiddetta cultura “woke”, che tanti danni ha causato nel mondo occidentale.

Gramsci ha avuto e ha tuttora un ruolo cruciale in questa operazione e, non a caso, i suoi scritti vengono attentamente studiati e analizzati in tantissimi Paesi, tanto avanzati quanto appartenenti a quello che un tempo si usava definire “terzo mondo”.

Un quesito però incombe. Uno dei maggiori centri di studio del pensiero gramsciano è sempre stata Cuba, sin dai tempi di due miti della sinistra come Fidel Castro e Che Guevara. Che accade se Donald Trump decide che il tempo del comunismo caraibico è scaduto, e invia portaerei e truppe ad occupare l’isola? Facile prevedere reazioni di sdegno ovunque (o quasi), anche se bisogna pur ammettere che quello castrista è un regime tirannico che non lascia spazio alcuno al pensiero critico.

E’ chiaro, però, che il tycoon sta progressivamente cercando di creare un mondo a sua immagine e somiglianza, nel quale non ci siano voci discordanti. Tendenza pericolosa, alla quale – almeno per ora – nessuno sembra avere la forza di opporsi.

 

Michele Marsonet

 

 

 

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