Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Aprile 1946-2021

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Il 1° aprile 1977 a Taurianova (RC) vennero uccisi i carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso, 47 e 27 anni.

Restarono uccisi in uno scontro a fuoco dopo aver interrotto un summit di ‘ndrangheta tenutosi nella casa colonica del pregiudicato Francesco Petullà. Il carabiniere Pasquale Cacioppo, lasciato a guardia dell’autoradio, inutilmente accorse in aiuto dei compagni.

Stavano effettuando il controllo di un casolare isolato presso cui sostavano vetture sospette, una delle quali risultò appartenere ad un pericoloso pregiudicato. All’interno del casolare Condello riuscì a disarmare due uomini ma fu fatto bersaglio, insieme al collega accorso in suo aiuto, di ripetuti colpi di arma da fuoco.

Nella cascina si stava svolgendo una riunione di pericolosi esponenti della ‘ndrangheta intenti a discutere di traffici illeciti e spartizione di appalti pubblici. Per loro, il processo si concluse con una condanna complessiva ad oltre 200 anni di carcere.

Il 2 aprile del 1985 a Trapani vennero uccisi Barbara Rizzo, Giuseppe e Salvatore Asta, madre e figli, due gemelli di 6 anni. Quel giorno i mafiosi avevano piazzato una autobomba in prossimità di una curva della frazione di Pizzolungo destinata ad esplodere al passaggio della vettura blindata appartenente al sostituto procuratore Carlo Palermo che si trovava nella città siciliana da cinquanta giorni e già aveva ricevuto diverse minacce. Erano da poco passate le 8.03 quando le macchine del magistrato e della sua scorta sfrecciavano per il rettilineo di Pizzolungo.

Un attimo, un click ed esplose un’autobomba posizionata sul ciglio della strada che da Pizzolungo conduce a Trapani. L’utilitaria fece da scudo all’auto del sostituto procuratore che rimase solo ferito. Nell’esplosione morirono invece dilaniati la donna e i due bambini. Fu una strage di innocenti, figlia di una strategia terroristica che avrebbe raggiunto il culmine nelle stragi del 1992.

Il 4 aprile 1991 a Napoli moriva Salvatore D’Addario, 22 anni, Assistente Polizia di Stato. Era stato gravemente ferito il 30 marzo in un conflitto a fuoco contro camorristi. Vittima del dovere per mano della criminalità organizzata.

Il 30 marzo 1991 i Quartieri Spagnoli erano una zona di guerra. I boss locali ordinarono di sparare contro i giovani simpatizzanti degli scissionisti.

In questo scontro morirono tre delinquenti di piccolo calibro e vennero feriti quattro innocenti. La risposta a questa azione da parte del clan rivale fu immediata. Il giorno seguente a Porta Nolana un gruppo di uomini appartenenti al clan avversario fece fuoco contro tre pregiudicati.

Salvatore D'Addario, agente di polizia, si trovava con la famiglia in un esercizio commerciale nei pressi della zona. Sentì gli spari ed uscì dal negozio per cercare di fermare i tre che si stavano allontanando a bordo di un furgone, utilizzando la pistola d'ordinanza che aveva con sé.

I malviventi fecero fuoco e ferirono D'Addario ad un braccio e ad una gamba, per poi investirlo con il loro furgone. 

L'agente rimasto ferito venne ricoverato in ospedale. Con il passare dei giorni le condizioni di D'Addario peggiorarono: dopo l'amputazione della gamba sopraggiunsero altre complicazioni. Il 4 aprile Salvatore si spense. 

Il 5 aprile del 2003 a San Sebastiano al Vesuvio (NA) venne ucciso il 17enne Paolino Avella.

Perse la vita a pochi metri dal Liceo da cui proveniva nel tentativo di sfuggire al furto del proprio motorino ad opera di due balordi. Paolino, per sottrarsi alla rapina, accelerò improvvisamente cercando di allontanarsi forse anche per raggiungere la vicina stazione dei carabinieri, ma i malviventi si misero a inseguirlo.

La perizia tecnica disposta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Nola ha accertato che i due balordi, utilizzando una moto più potente, prima raggiunsero e poi affiancano la moto di Paolino speronando e causando l’impatto contro un albero. Paolino morì per la gravità delle ferite riportate nell’impatto. Avrebbe compiuto 18 anni pochi giorni dopo.

Nel maggio del 2022 è stata profanata la cappella dove è custodito il suo corpo. La tomba nel cimitero di Pollena Trocchia è stata ritrovata a soqquadro dai membri della sua famiglia. Il vetro all’ingresso è stato distrutto e gli autori del raid si sono introdotti nella cappella rubando alcuni oggetti personali lasciati in ricordo del giovane. 

Il 6 aprile 1979 a Palermo venne ucciso il brigadiere Vincenzo Russo, 40 anni. Vittima del dovere e della criminalità.

Il brigadiere Vincenzo Russo, assegnato alla Polizia Ferroviaria a Palermo. era stato mandato, insieme alla Guardia Antonino Mustazza, di scorta a un sacco postale contenente circa un miliardo di lire in denaro contante e assegni. Fu ucciso durante un agguato organizzato da quattro uomini intenti a rubare il denaro.

La Guardia Mustazza precedeva il carrello, che era spinto dall’impiegato, mentre il Brigadiere Russo chiudeva la scorta. Sul marciapiede, molte persone attendevano la partenza del treno per Catania. Improvvisamente dal treno per Sant’Agata scesero quattro persone, mascherate ed armate: due davanti e due dietro il carrello. Uno dei due malviventi scesi alle spalle della scorta corse verso il Brigadiere Russo e gli sparò a bruciapelo alla nuca, uccidendolo.

Un secondo rapinatore sparò alla Guardia Mustazza, ma questi riuscì ad evitare il colpo gettandosi dietro una colonna e, imbracciando il mitra, rispose al fuoco. I rapinatori cercarono di portar via il carrello, ma nel frattempo la Guardia Bonanno, in servizio all’ufficio Polfer, sentiti gli spari si precipitò fuori, ingaggiando un violento conflitto a fuoco con i rapinatori, che si diedero alla fuga con due auto, una 127 ed una 125, precedentemente rubate e abbandonate pochi minuti dopo nei pressi della stazione.

Antonino Mustazza, ricoverato in ospedale, sopravvisse. Il Brigadiere Russo lasciò la moglie e una figlia. Medaglia d’argento al Valore Civile alla Memoria.

Il 7 aprile del 1994 a Casavatore, in provincia di Napoli, fu ucciso il 23enne fioraio Antonio D’Agostino, involontario testimone di un omicidio di camorra.

Era sicuramente un testimone scomodo e due sicari gli chiusero la bocca con una scarica di dieci proiettili al capo, al volto, e al torace. I killer poi si  dileguarono a bordo di una moto di grossa cilindrata. Soccorso da alcuni passanti, il giovane mori mezz’ora dopo nell’ ospedale napoletano Nuovo Pellegrini. Era sulla soglia del suo negozio di fiori, all’ angolo tra via Aniello Falcone e via Giacinto Gigante. La bottega era situata di fronte alla boutique dove il 26 marzo precedente fu ucciso Carmine Amura, freddato mentre allestiva una delle vetrine del negozio. Gli inquirenti furono convinti che D’ Agostino fosse stato eliminato perché aveva visto la scena, anche se quando i carabinieri giunsero sul luogo del delitto, pochi minuti dopo, il negozio di fiori era sbarrato.

Carmine Amura e la madre Anna Dell’Orme, giustiziata anche lei a pochi minuti di distanza, avevano denunciato i presunti assassini di Domenico, fratello e figlio degli uccisi, durante due trasmissioni televisive.

L’8 aprile del 1994 a Nola (NA) venne uccisa Maria Grazia Cuomo. Aveva 56 anni, non era sposata e stava sempre chiusa in casa per colpa di una brutta voglia violacea sul viso; viveva con la sorella, moglie di un lontano parente del boss camorrista Carmine Alfieri, diventato collaboratore di giustizia.

Un commando di killer entrò nell’abitazione con l’intento di uccidere il figlio del collaboratore di giustizia. Non lo trovarono e scaricarono il caricatore verso il letto dove Maria Grazia riposava.

"Doveva essere una punizione esemplare. Una lezione che non si dimentica, diretta a chi in quei mesi stava smontando pezzo per pezzo il sistema camorra, facendo arrestare decine di affiliati ai clan".

Il 9 aprile del 1969 a Battipaglia (SA) vennero uccisi Carmine Citro e Teresa Ricciardi, di 19 e 30 anni.

Morirono durante una protesta cittadina. Carmine, colpito alla testa e Teresa, giovane professoressa, raggiunta da una pallottola in dotazione alle forze dell’ordine al terzo piano della propria abitazione.

Dopo la chiusura delle industrie conserviere Baratta e Gambardella – Rago, che per decenni diedero lavoro ad oltre 2000 operai, la minaccia della chiusura del Tabacchificio metteva a rischio il posto per altre 600 

Venne organizzato uno sciopero generale, indicendo un comizio in Piazza della Repubblica, preceduto da un corteo. 

Alla Prefettura di Salerno nei giorni precedenti la manifestazione era giunta notizia di un probabile blocco delle vie di comunicazioni e furono inviati 120 carabinieri e 170 guardie di pubblica sicurezza, in assetto antisommossa.

La tragica giornata ebbe inizio alle sette del mattino e si consumò in quattro fasi, con una deflagrazione violenta della manifestazione alle ore 17,00.

L’11 aprile del 1990 ad Opera (MI) fu ucciso l’assistente carcerario Umberto Mormile perché non rivelasse ciò che accadeva nelle carceri.

Fu ucciso con sei colpi di pistola da un killer su una Honda 600 che lo affiancò mentre era in colonna, all’altezza di Carpiano, a bordo della sua auto e si stava recando verso il carcere di Opera. Il 13 aprile del 2009 a Napoli venne ucciso il 21enne Giovanni Tagliaferri.

Morì il lunedì di Pasquetta, in via Cristoforo Colombo, nella zona del porto di Napoli. Erano le 22.30 circa, quando un amico in macchina con Giovanni tentò un approccio ad una ragazza che in quel momento era sul marciapiede del porto e che, in compagnia del fidanzato e di altre due coppie di giovanissimi, era appena rientrata da una gita a Capri.

Ne scaturì una violenta lite nel corso della quale il giovane Tagliaferri, che aveva cercato di fare da paciere, riportò diverse ferite, provocate da arma da taglio, una delle quali si rivelò poi fatale. Venne colpita la radice della coscia sinistra recidendo l’arteria femorale, esplosa prima che il giovane potesse ricevere, presso l’Ospedale Loreto Mare, i necessari soccorsi.

Nel 2010, il tribunale di 1° grado ha condannato a diciotto anni di reclusione (due in più rispetto alla richiesta del pubblico ministero) il giovane accusato di essere l'esecutore materiale, e a sedici anni di reclusione il suo complice, colui che, nella ricostruzione degli inquirenti, fece a botte con un amico di Vanni impedendogli di intervenire in soccorso della vittima. 

Nel 2011 il tribunale di 2° grado ha condannato entrambi a 16 anni di reclusione.

Il 14 aprile del 1981 a Napoli venne ucciso il vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia, 38 anni. Fu trucidato in un agguato di camorra, sulla tangenziale di Napoli, avvenuto all'altezza dello svincolo dell'Arenella.

Fu ucciso dalla nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, punito per il suo impegno a volere rendere più umana e sopportabile la vita all’interno del carcere.

Il suo omicidio avvenne in un agguato sulla tangenziale di Napoli per volere di Cutolo. La “colpa” di Salvia fu quella di aver contrastato il potere del boss all’ interno del carcere e di averlo perquisito personalmente al ritorno da un’udienza.

Per quell’omicidio Raffaele Cutolo fu condannato all’ergastolo. Probabilmente a scatenare l’ira del boss fu l’atteggiamento che Salvia ebbe al ritorno di Cutolo, il 7 novembre del 1980, in cella a Poggioreale quando pretese che il boss fosse perquisito come da regolamento carcerario e Cutolo tentò di colpire con uno schiaffo il vice direttore.

Il 16 aprile del 2021 a Marino, in provincia di Roma, Annamaria Ascolese, 50 anni, originaria di Sarno, fu vittima di femminicidio.

Era un’insegnante e responsabile del plesso elementare Anna Frank di Frattocchie, e con il marito, anche lui originario di Sarno, viveva a Marino, in provincia di Roma nel quartiere Sant'Anna ai Castelli Romani.

Quel giorno, al culmine di una violenta lite, il marito sparò diversi colpi di pistola alla moglie e credendola morta, si suicidò con un colpo in petto. Annamaria Ascolese, dopo l'aggressione riuscì a trascinarsi fuori dalla sua abitazione, venne soccorsa e trasportata d'urgenza all'ospedale San Camillo di Roma. Il 18 aprile venne sottoposta a un delicato intervento di ricostruzione del transito intestinale, ma le ferite dovute ai colpi di pistola si rilevarono letali. Annamaria morì il 21 aprile dopo aver lottato contro la morte per 5 giorni.

Il 17 aprile 2013 a Caivano venne ucciso Antonio Menna, 47 anni, per mano di un rapinatore.

Antonio aveva ricostruito la sua vita con sacrificio e dignità. Dopo aver chiuso la sua falegnameria, lavorava con il suo furgone tra trasporti e traslochi, guadagnandosi da vivere onestamente.

All’alba di quel giorno era in viaggio verso Benevento insieme a un collega per una consegna di segatura. Lungo Corso Umberto, a Caivano, il furgone venne affiancato e poi bloccato da altri mezzi. Fu un tentativo di rapina.

Antonio provò a fuggire, tentò una manovra per sottrarsi all’assalto. Ma uno dei malviventi lo inseguì e sparò. Un colpo di pistola lo colpì all’addome.

Nonostante la ferita, Antonio riuscì a proseguire per circa un chilometro, cercando di allontanarsi dai suoi aggressori. Poi perse i sensi. Il collega lanciò l’allarme.

Trasportato all’ospedale San Giovanni di Dio di Frattamaggiore, Antonio Menna morì poco dopo.

Le indagini dei carabinieri portarono al fermo di quattro persone, già note alle forze dell’ordine per rapine. L’esecutore materiale confessò. Nel 2017 mori in carcere.

Antonio lasciò la moglie Antonella e i figli Vincenzo e Concetta. Una vita spezzata mentre cercava soltanto di lavorare.

18 aprile 1991, tra Villa Literno e Castel Volturno, venne ucciso Salvatore Richiello, un bambino di soli 12 anni. Si trovava in auto con il padre Michele e con Pellegrino De Micco, vero obiettivo dell’agguato. Salvatore era lì per caso: aveva chiesto di uscire con il padre, senza sapere che quel viaggio sarebbe stato l’ultimo.

Quando i sicari si accorsero della sua presenza, decisero di non lasciare testimoni. Fu colpito e ucciso senza pietà. Una vittima innocente della criminalità organizzata.

La sentenza definitiva del processo per il suo omicidio determinò la condanna del boss Domenico Papalia in qualità di mandante e di Antonio Schettini in qualità di esecutore materiale, ma durante le indagini emersero evidenti tentativi di depistare l’inchiesta.

Dalle dichiarazioni di chi conduceva la moto, pentitosi, emerse il vero movente dell’omicidio:

«Mormile aveva raccontato che Domenico Papalia, allorché era detenuto a Parma, luogo dove aveva lavorato in precedenza lo stesso Mormile, beneficiava di incontri con persone ‘sospette’, a suo dire anche facenti parte dei servizi segreti, usufruiva di colloqui e permessi che non gli spettavano ed insomma era un privilegiato per via di rapporti importanti che intratteneva con personaggi che non mi furono indicati…»

Il 19 aprile 1993, a Santa Maria Capua Vetere, veniva assassinato Luigi Iannotta, 49 anni, vittima della criminalità organizzata.

Docente e imprenditore, Iannotta era un punto di riferimento per il territorio, impegnato nel garantire lavoro e sostegno a numerose famiglie. Aveva assunto la responsabilità di guidare realtà produttive in difficoltà, opponendosi a logiche illegali e a pressioni estorsive.

Fu ucciso in un agguato armato mentre si trovava in compagnia di un collaboratore, rimasto ferito. Il delitto, riconducibile a dinamiche criminali legate al controllo del territorio, è rimasto senza colpevoli.

A seguito dell’impegno della famiglia, il 17 gennaio 2014 Luigi Iannotta è stato riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata.

Un esempio di integrità e senso del dovere che non può essere dimenticato.

Il 19 aprile del 2021 a Torre Annunziata veniva ucciso il 61 enne Maurizio Cerrato.

Era un uomo buono, perbene, un gran lavoratore. Venne aggredito, massacrato e accoltellato mortalmente perché era andato in soccorso della figlia affrontata da un pregiudicato per “aver osato spostare” dalla strada pubblica delle sedie posticce per poter parcheggiare.

Gli aggressori circondarono Maurizio e continuarono a colpirlo, prima con il compressore e poi con un coltello al torace. Maurizio durante la violenta aggressione affermò: «io per le mie figlie mi faccio uccidere». Costoro si rivolsero alla figlia dicendole «ed ora portalo in ospedale», ma a nulla servì la corsa in ospedale. Maurizio ha lasciato una giovane moglie e due figlie. Nel mese di giugno 2024 La Corte di Assise di Appello di Napoli ha confermato la sentenza di primo grado per i 4 imputati, 23 anni di reclusione. Sentenza divenuta definitiva il 18 gennaio 2025.

Il 21 aprile 1999, a Favara, in provincia di Agrigento, perdeva la vita Stefano Pompeo, 11 anni, vittima innocente della mafia.

Il piccolo aveva deciso di accompagnare il padre durante una giornata di lavoro in campagna. Più tardi, spinto dalla semplice voglia di fare un giro, salì su un fuoristrada per andare a comprare il pane.

Pochi istanti dopo, l’auto venne colpita da colpi di fucile. I killer avevano scambiato il veicolo per quello di un esponente di una cosca locale. Stefano fu raggiunto alla testa e morì poco dopo.

Un tragico errore che spezzò la vita di un bambino e scosse profondamente l’intero Paese.

Nel 2002, la città di Favara ha intitolato a Stefano una villa comunale. Oggi è riconosciuto dallo Stato come vittima innocente della mafia.

Una storia che resta monito contro ogni forma di violenza e sopraffazione.

Il 22 aprile del 1990 a Taranto venne ucciso l’operaio 25enne Angelo Carbotti.

Il killer non conosceva la sua vittima designata, il boss di una banda rivale, e così sbagliò bersaglio. Uccise a colpi di pistola Angelo Carbotti, un operaio in attesa di occupazione stabile, che aveva aiutato due persone coinvolte in un incidente stradale. Non aveva nessun precedente penale, niente a che vedere con la malavita.

Quel giorno Angelo era finalmente libero dopo un’intera settimana di lavoro, era felice di poter andare in centro per passeggiare con i suoi amici ed era assorto nei suoi pensieri quando si imbatté in un incidente stradale avvenuto in periferia. Senza pensarci due volte si fermò per soccorre due persone rimaste coinvolte.

Si trattava di una giovane donna e di suo fratello, Sara e Filippo Ricciardi, quest’ultimo uno dei boss del luogo. Angelo non li conosceva, non sapeva chi fossero, ma li portò al Pronto Soccorso dell’ospedale civile Santissima Annunziata di Taranto e dopo averli affidati alle cure dei medici, risalì sulla sua auto, una Alfasud, per liberare il passaggio del Pronto Soccorso e tornare alla sua passeggiata domenicale. Ma proprio in quel momento spuntò un killer, a volto scoperto, con in pugno una pistola calibro 7,65, che prima sparò due colpi ai piedi di alcune donne che sostavano dinanzi al Pronto Soccorso per allontanarle e poi si avvicinò ad Angelo e fece fuoco a bruciapelo. Cinque i colpi esplosi e cinque i proiettili che lo raggiunsero senza lasciargli scampo.

Angelo venne scambiato per un affiliato al clan De Vitis che doveva essere ucciso per vendicare l’omicidio di Francesco Fanelli, avvenuto il sabato.

Nessuno testimoniò su quanto era accaduto. L'omicida riuscì a fuggire mescolandosi sulla folla e liberandosi dell'arma, ritrovata insieme al caricatore vicino all'obitorio.

Il 23 aprile 2021, ad Avellino, Aldo Gioia veniva ucciso nel sonno, nella sua casa, con almeno 13 coltellate.

Un delitto efferato, maturato in un contesto familiare e reso ancora più sconvolgente dalla complicità della figlia.

A colpirlo fu Giovanni Limata, all’epoca 23enne, con l’aiuto di Elena Gioia, che gli aprì la porta di casa.

Dalle indagini emerse un piano lucido e inquietante: i due avevano progettato non solo l’omicidio di Aldo, ma lo sterminio dell’intera famiglia, perché contrari alla loro relazione.

Un progetto costruito attraverso migliaia di messaggi, tra odio e ossessione.

Nel corso dell’iter giudiziario le pene sono state rideterminate:

Elena Gioia è stata condannata in via definitiva a 18 anni di reclusione nel novembre 2024, dopo il rigetto del ricorso in Cassazione.

Giovanni Limata, dopo un primo processo, ha ottenuto una riduzione della pena: nel marzo 2026 è stato condannato a 16 anni di reclusione nel nuovo processo d’appello, con il riconoscimento delle attenuanti generiche.

Nonostante le sentenze, il dolore è rimasto immutato. E ancora oggi emergono episodi inquietanti, come le recenti indagini per atti persecutori nei confronti della vedova, che hanno riaperto ferite mai chiuse.

Ricordare Aldo Gioia significa non voltarsi dall’altra parte. Significa dare voce a chi non può più parlare.

Perché la memoria è giustizia. Perché il silenzio non deve vincere.

Il 25 aprile 1946, a San Cipirello, in provincia di Palermo, i fratelli Giuseppe e Mario Misuraca venivano giustiziati dai banditi della banda Giuliano.

Furono prelevati dalle loro abitazioni e condotti nella piazza del paese, messi con le spalle al muro e condannati a morte. Con loro c’erano anche il fratello Giorgio Misuraca e il cognato Salvatore Cappello, che riuscirono a salvarsi fuggendo sotto i colpi di mitra.

Giuseppe e Mario, invece, rimasero a terra senza vita.

Il loro “tradimento” era aver abbandonato la banda e aver scelto di collaborare con la giustizia. Una scelta di legalità pagata con la morte.

Quel duplice omicidio si inserisce nel clima di violenza e sopraffazione che segnò la Sicilia del dopoguerra, in cui la banda di Salvatore Giuliano seminava terrore tra criminalità, potere e sangue.

Ricordare Giuseppe e Mario Misuraca significa restituire dignità a due vittime spesso dimenticate della violenza mafiosa e della storia più oscura del nostro Paese. La memoria è un atto di giustizia.

Il 27 aprile del 2013 a Caivano (NA) morì il piccolo Antonio Giglio di 3 anni, vittima di reato intenzionale violento. La sua morte avvenne circa un anno prima della morte di Fortuna Loffredo. Il piccolo Antonio sarebbe caduto dalla finestra della casa della nonna, situata al settimo piano di un edificio del Parco Verde di Caivano. La madre ha sempre sostenuto che sia stato un incidente: il piccolo, stando alla sua versione, si sarebbe sporto troppo per guardare un elicottero dei carabinieri. Secondo il giudice era inverosimile che un bambino di 4 anni potesse essere salito da solo sul davanzale della finestra, sotto il quale non c'era nessun mobile, sedia o altro suppellettile, e quindi infilarsi in uno spazio di soli 25 centimetri per poi precipitare.

La seconda Corte di Assise di Napoli ha assolto Marianna Fabozzi, madre del bimbo di 3 anni, accusata di omicidio volontario e il compagno della donna, Raimondo Caputo, accusato di favoreggiamento. Fabozzi e Caputo sono stati già condannati in via definitiva per la morte della piccola Fortuna Loffredo, la bimba violentata e lanciata nel vuoto nello stesso complesso residenziale, il 24 giugno 2014, un anno e due mesi dopo la morte di Antonio. 

Il 27 aprile 2013, a Maddaloni, veniva assassinato in servizio l’Appuntato dei Carabinieri Tiziano Della Ratta, 35 anni, caduto mentre interveniva per sventare una rapina in una gioielleria di via Ponte Carolino.

Di fronte alla violenza criminale, non indietreggiò. Intervenne per proteggere i cittadini, adempiendo fino all’estremo sacrificio al proprio dovere. Colpito a morte durante il conflitto a fuoco con i rapinatori, lasciò la moglie Vittoria e un figlio di appena nove mesi.

Per il suo coraggio e il suo senso dello Stato, a Tiziano Della Ratta è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

A distanza di anni, il suo nome resta simbolo di dedizione, onore e servizio. Ricordarlo significa rendere omaggio a chi ha pagato con la vita la difesa della legalità e della sicurezza di tutti noi.

Il suo sacrificio non può essere dimenticato.

La notte del 27 aprile del 2020 a Napoli morì l’agente scelto Polizia di Stato Lino Apicella

Era in servizio con un collega. Insieme i due dovevano intervenire a supporto di altri colleghi all'inseguimento di una banda di ladri che avevano tentato di svaligiare lo sportello bancomat di una banca in via Abate Minichini. I criminali, nel tentativo di fuga, speronano la prima volante e, imboccando contromano via Calata Capodichino a folle velocità, colpirono l'automobile guidata da Apicella. Lino morì sul colpo, mentre il collega rimase ferito in modo non grave. I quattro della banda vennero subito fermati e arrestati.

Nel mese di giugno 2021 la Corte di Assise di Napoli ha condannato per omicidio volontario i tre svaligiatori. Nel novembre 2022 in Appello le condanne sono state confermate: ventisei anni per colui che era alla guida, diciotto anni per gli altri due complici. Un quarto componente della banda, lasciato a piedi dai complici prima della fuga, era stato precedentemente condannato a sei anni di reclusione con rito abbreviato.

Il 28 aprile 1983, lungo la circonvallazione nei pressi di Casoria, veniva colpito in un agguato il sottufficiale dei Carabinieri Domenico Celiento, vittima della criminalità organizzata.

Aveva 32 anni. Fu assassinato mentre si recava in servizio, bersaglio di un agguato feroce maturato, secondo le ricostruzioni, per l’attività investigativa che conduceva contro le estorsioni ai danni dei commercianti. Un servitore dello Stato colpito per il suo impegno nella difesa della legalità. Domenico Celiento lasciò la moglie Gaetana e due figlie piccole. Una famiglia segnata da un sacrificio che appartiene alla memoria civile del nostro Paese.

Ricordarlo oggi significa rendere omaggio a chi ha pagato con la vita il proprio dovere e ribadire che la lotta contro la criminalità si fonda anche sul ricordo di chi non si è piegato. Il suo esempio resta vivo.

Il 29 aprile 2021, a 23 anni moriva Mattia Battistetti. Era uscito di casa per lavorare in un cantiere di Montebelluna. Fu schiacciato da un carico di impalcature di 15 quintali sganciatosi da una gru durante le operazioni di lavoro.

Non fu una fatalità, ma una tragedia che ha posto interrogativi profondi su sicurezza, controlli, appalti e responsabilità. Da allora il dolore della famiglia continua a intrecciarsi alla richiesta di verità e giustizia. Le recenti sentenze di primo grado hanno riacceso un tema che riguarda tutto il Paese: le morti sul lavoro non possono essere archiviate come numeri. Ogni lavoratore che perde la vita mentre svolge il proprio mestiere rappresenta una ferita per l’Italia intera.

Ricordare Mattia oggi significa affermare che il lavoro non può trasformarsi in condanna e che la sicurezza deve essere un diritto, non un costo da comprimere.

Il suo nome resta un monito e una richiesta di responsabilità.

Il 30 aprile del 1982 vennero uccisi dalla mafia a Palermo Rosario Di Salvo e Pio La Torre, 36 e 55 anni.

Stavano raggiungendo la sede del partito a bordo di una Fiat 131 quando la macchina si trovò in una strada stretta. Una moto di grossa cilindrata affiancò Di Salvo, che guidava, ad uno stop e cominciò a sparare. Da un’auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all’istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre la sua pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.

La Torre era segretario regionale del Partito Comunista Italiano. Sulla base di una proposta di legge da lui presentata, venne promulgata la legge 13 settembre 1982, n. 646 (detta "Rognoni-La Torre"), che introdusse nel codice penale l'art. 416-bis, il quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita.

 

Francesco Emilio Borrelli

 

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