Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Marzo 1861-2023

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Il 1° marzo del 1996 a Ginosa (TA) venne uccisa la 18enne Annamaria Torno.

Era una ragazza poco più che adolescente quando si trasferì da Taranto a Ginosa per vivere insieme al fidanzato. Lavorare come bracciante nei campi fu una scelta immediata ed obbligata per guadagnarsi da vivere. Ben presto capì che difficoltà, mancanza di garanzie e soprusi dovevano essere accettate e sopportare se quel lavoro non voleva rischiare di perderlo.

Passarono soltanto pochi giorni dal suo trasferimento, quando quello che sembrò un semplice incidente stradale le portò via la vita, la giovinezza e i sogni. Annamaria era su un autobus, abilitato per nove persone, che portava lei e altre undici sue compagne verso l’azienda agricola Tarantino per la raccolta giornaliera degli ortaggi, quando improvvisamente il mezzo venne investito da un’automobile che procedeva a gran velocità.

Annamaria giunse morta in ospedale, le sue compagne e il caporale che si trovava alla guida si salvarono. Quello che sembrò inizialmente un incidente si rivelò invece una tragedia causata dal caporalato, dallo sfruttamento operato dai caporali a danno dei lavoratori. Non un normale incidente, ma un incidente sul lavoro provocato dalla piaga sociale del caporalato.

Il 1°marzo del 2009 fu ucciso a Napoli Giovanni Romano.

Venne ucciso a bruciapelo dal vicino di casa Antonio Iovino, 80 anni. L’uomo, estremamente violento, era ossessionato dal confino esistente tra le due proprietà e aveva minacciato la famiglia Romano per diverso tempo, fino a compiere il gesto omicida.

Il 2 marzo del 1988 fu ucciso l’ingegnere Donato Diego Maria Boscia. 

 

L’azienda per cui lavorava, dopo aver vinto la gara per la costruzione di una sezione dell'acquedotto di Palermo, decise di inviarlo sul posto come tecnico progettista e direttore lavori al fine di portare a termine in 2, massimo 3 anni, la realizzazione dell'invaso e di una galleria nel Monte Grifone.

La sera del 2 marzo Donato stava tornando a casa. Smontava dal servizio alle 17:00, s'intratteneva sempre un po' di più sul cantiere con gli operai. Gli orari della sua giornata erano sempre gli stessi e i killer lo sapevano. Bloccarono la sua auto ad un incrocio, in via Oretta, e lo freddarono con cinque colpi di pistola.

Il processo per il suo omicidio si concluse a Palermo nel 1997 con 22 condanne di cui 14 all’ergastolo e dimostrò che era coinvolto nell'omicidio del giovane ingegnere di Gioia del Colle anche Salvatore Riina, Balduccio Di Maggio. Boscia morì perché stava costruendo una sezione dell'acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani.

Il 3 marzo 1861 a Santa Margherita Belice (AG) venne ucciso Giuseppe Montalbano, medico, politico e patriota italiano, prima vittima innocente di mafia in Italia. Partecipò all'impresa dei Mille di Garibaldi, combattendo nelle campagne di Salemi ed è il nonno dell'ex-deputato comunista Giuseppe Montalbano.

Venne ucciso la sera del 3 marzo 1861 davanti casa sua a Santa Margherita di Belice, con tre fucilate alle spalle. Ignorando i precedenti avvertimenti e minacce ricevuti, il medico garibaldino si era messo alla testa dei contadini margheritesi, rivendicando tre feudi spettanti al comune, ma usurpati dalla principessa Giovanna Filangieri, grazie ai favori del ceto agrario e baronale già legato al governo borbonico. Per questo motivo, i gabelloti della principessa l'avevano ucciso senza farsi troppi problemi.

Alla sua morte, però, esplose la rabbia dei contadini: gli amici di Montalbano, assieme anche a membri della Guardia Nazionale, decisero di vendicarlo. Attaccarono il Circolo dei Civili, dove si trovavano i presunti esecutori materiali del delitto, finendo per cingere d'assedio per 2 giorni il municipio della città. La rivolta fu sedata dall'intendenza di Sciacca e dai Carabinieri.

Sull'omicidio Montalbano, naturalmente, non si indagò. Quando venne assassinato, la moglie era incinta: il figlio, nato dopo la morte del padre, venne chiamato Giuseppe. Da allora, tutti i primogeniti della famiglia si chiamano così, in suo onore.

Il 21 marzo 2023 Libera contro le mafie ha riconosciuto Giuseppe Montalbano come prima vittima innocente delle mafie in Italia, a molti anni di distanza da quando per la prima volta venne correttamente indicato in quanto tale da Umberto Santino e dal Centro Siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”.

Il 4 marzo del 1987 a Polistena (RC) venne ucciso Giuseppe Rechichi, 48 anni.

Era il vicepreside dell’Istituto magistrale di Polistena e fu ucciso da una pallottola vagante che mirava in realtà a colpire il direttore della Banca popolare di Polistena, Vincenzo Luddeni, rimasto illeso. Di fronte alla morte assurda di Giuseppe Rechichi, l’intera cittadinanza ed in particolare gli studenti e il personale dell’Istituto magistrale decisero di scendere in piazza, per protestare contro lo strapotere mafioso e la violenza dilagante a Reggio e provincia.

Alla scuola, non era stata ancora agganciata la linea telefonica. Per telefonare a un collega e chiedergli di anticipare il suo arrivo a scuola, Giuseppe dovette quindi uscire e raggiungere un locale a pochi metri dalla scuola, nei pressi dell’Ufficio Postale. Fu in questo frangente che accadde la tragedia. Chiusa la telefonata, Giuseppe stava rientrando a scuola.

Erano le 8.10. Improvvisamente, il via vai degli studenti fu squassato dal fragore di alcuni colpi di arma da fuoco. Qualcuno vide un giovane col volto coperto da un casco sfrecciare a bordo di una moto. Fu un’azione fulminea, il cui obiettivo era il direttore della Banca. Luddeni però uscì illeso da quell’agguato, che seguiva diversi altri atti intimidatori di cui era stato fatto oggetto. Più lontano, a circa 150 metri di distanza, a terra cadde il corpo senza vita di Giuseppe Rechichi.

Il processo per la morte di Giuseppe Rechichi si tenne presso il Tribunale di Palmi ma si concluse con una sentenza contro ignoti. Non è mai stata fatta piena luce sulla morte di questo professore innamorato della scuola.

Il 5 marzo 1991 a Gela venne ucciso Marco Nicola Lorefice, di 18 anni. Fu dapprima sequestrato, poi torturato e ucciso da appartenenti a “Cosa Nostra” per il solo sospetto che appartenesse alla “Stidda” e volevano che ne rivelasse i segreti. Il suo corpo, buttato in un pozzo, non è mai stato ritrovato poiché distrutto dalla calce da cui era stato ricoperto. Tutta la storia emerse dopo 20 anni dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.

Il delitto avvenne in uno dei covi della banda, nelle campagne di Comiso. Esecutore materiale, secondo la magistratura, fu Nunzio Emmanuello, che strangolò Lorefice con le sue mani. Il corpo fu poi seppellito vicino al casolare dove era stato seviziato, ricoprendolo con calce viva. Per molti anni si parlò di sospetto caso di “lupara bianca”.

Poi, le rivelazioni dei pentiti contribuirono a fare luce anche sul delitto. Per l’omicidio undici mafiosi di “Cosa Nostra” gelese, compreso Nunzio Emmanuello, vennero condannati con il rito abbreviato, a pene dai 20 ai 30 anni. Due boss di Cosa Nostra, Giovanni Passaro, di Gela, e Salvatore Siciliano, di Mazzarino furono condannati all’ergastolo.

Il 9 marzo del 1979 a Palermo fu assassinato da Cosa Nostra Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo. È stato il primo politico siciliano dei novecento ucciso dalla mafia.

La sera del 9 marzo 1979 Reina salì sulla sua Alfetta 2000 con la moglie Marina Pipitone, di 35 anni, e una coppia di amici, Mario Leto (ex direttore amministrativo della più grande casa vinicola siciliana, la Corvo), 43 anni e amico d'infanzia, e la moglie, quando all'improvviso da una Fiat Ritmo grigia che affianca l'Alfetta di Reina scesero due giovani a volto scoperto che spararono con una pistola calibro 38 a distanza uccidendo Reina sul colpo, colpendolo al collo, alla testa e al torace. Mario Leto, ferito a una gamba, estrae la pistola che portava con sé per poi lanciarsi in strada sparando contro i sicari.

L'omicidio venne subito rivendicato dall'organizzazione terroristica Prima Linea e il giorno dopo dalle Brigate Rosse. La pista terroristica apparve però agli investigatori inverosimile e ritenuta con più probabilità una mossa della mafia per sviare le indagini

Lo Stato ha onorato il sacrificio di Reina come vittima di mafia, con il riconoscimento concesso a favore dei suoi familiari, costituitisi parte civile nel processo, dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso di cui alla legge n. 512/99.

Il 16 luglio 1984, davanti al giudice Giovanni Falcone e al dirigente della Criminalpol Gianni De Gennaro, Tommaso Buscetta dichiarò che «anche l'onorevole Reina è stato ucciso su mandato di (Salvatore) Riina», aggiungendo che «le vicende sono molto complesse e che diversi sono i responsabili di tali assassinii» con riferimento anche all'omicidio del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella.

Il 10 marzo 2003 a Lamezia Terme (CZ) venne ucciso Antonio Perri, imprenditore di 71 anni.

Era proprietario di diversi supermercati e due centri commerciali a Lamezia Terme (CZ). Fu ucciso all’ingresso di un deposito del centro commerciale “Atlantico” di sua proprietà.  Stava per aprire un nuovo centro commerciale a Maida, pochi chilometri dal paese, “I due mari”; decine di commercianti avrebbero trasferito in quella zona le loro attività e questo per la cosca egemone veniva considerato un grave danno poiché il territorio in cui ricadeva il centro commerciale non era di loro competenza e questo sottraeva al clan la possibilità di controllare le estorsioni.  Fu punito per dare un esempio.

L’11 marzo 1989 a Scordia (CT) venne ucciso Nicola D’Antrassi, 63 anni, grossista di agrumi. Aveva denunciato infiltrazioni malavitose nell’agrumicoltura.

L’azienda di D’Antrassi, al momento dell’assassinio, si chiamava Ortofrutta Srl, aveva circa duecento dipendenti ed era gestita con piglio manageriale d’avanguardia. D’Antrassi era ben voluto sia dai suoi dipendenti, a cui applicava con scrupolosità i contratti di categoria, che dai produttori con cui si comportava con rettitudine, mentre era malvisto da alcuni commercianti del paese, che tendevano a sfruttare i propri dipendenti e a frodare i produttori.

Nel corso della sua attività aveva ricevuto svariate minacce, atti intimidatori, come alcuni incendi, e richieste estorsive, ma nell’ultimo periodo era particolarmente preoccupato anche se non si era confidato neppure con i suoi famigliari. 

L’11 marzo del 1989, verso le 19, usciva dall’azienda, da solo, dopo aver ricevuto una telefonata da qualcuno che lo invitava a prendere un caffè al bar “La Bussola”, all’ingresso del Paese, a meno di un chilometro di distanza.

Appena sceso dalla macchina, in prossimità del bar, di fronte ad un rifornimento di benzina di proprietà di un commerciante di Scordia, un uomo gli si avvicinò alle spalle esplodendo un colpo di pistola e colpendolo alla testa.

Dopo tanti anni, non si è saputo ancora nulla sull’esito del processo relativo a quel delitto.

D’Antrassi figura nel lunghissimo elenco delle vittime di mafia.

Il 12 marzo del 1981 a San Giorgio a Cremano venne ucciso Mariano Mellone, 33 anni. Vittima innocente di camorra.

Padre di una bambina di appena 1 anno, venne ucciso per errore nel corso di una sparatoria tra clan rivali, perché scambiato per il boss designato. Nella sparatoria venne uccisa anche la signora Francesca Moccia, di quasi cinquant’anni che, insieme al marito, stava portando dentro le cassette di frutta esposte fuori dal suo negozio.

Erano le due quando nella zona Mercato, alle spalle del Loreto Mare, si sentirono colpi di pistola e grida tra le persone che scappavano. Mariano e l'amico si affacciarono per vedere cosa stesse accadendo. I due, spaventati dal fuoco esploso in strada, rientrarono nell'officina per trovare riparo. A cercare riparo nell'officina anche Ciro Mazzarella che cercò di scappare dagli emissari inviati dal boss Raffaele Cutolo.

Ciro Mazzarella, detto " o Scellone ", era il nipote del boss Michele Zaza, che controllava il traffico di sigarette di contrabbando nel napoletano.

Gennaro Palumbo, l'amico di Mariano, riuscì a trovare riparo sotto a una macchina e riportò solo alcune ferite, Mariano invece non riuscì a trovare rifugio migliore e restò nascosto tra un muro e una vettura.

Mariano era di spalle e accovacciato ma i killer, accortisi dell'uomo nascosto e pensando fosse il boss designato, senza esitare gli spararono alla nuca, lasciandolo in un mare di sangue.

Il boss invece riuscì a salvarsi e ferito venne ricoverato al Cardarelli. 

Il 13 marzo 1985 a Cosenza venne ucciso il direttore del carcere Sergio Cosmai, 36 anni.  Era impegnato nella gestione di una comunità detenuta poco rispettosa dell’autorità dello Stato, dedicando gli ultimi tre anni della sua vita alla riorganizzazione dell’istituto di pena cosentino e alla lotta contro la criminalità organizzata, alquanto presente in quell’ istituto penitenziario.

Sempre attento alle nuove proposte della riforma carceraria appena varate che tutelavano la salute e dignità umana e sociale del detenuto.  Fece trasferire alcuni detenuti per indebolirne il potere esercitato sul territorio di appartenenza, ostacolò molte concessioni dì semilibertà. Fra l'altro scoprì che la moglie di un detenuto aveva ottenuto l'esclusiva della fornitura di generi alimentari proprio al carcere. L’appalto venne revocato, il marito della donna, naturalmente, fu trasferito. 

L’agguato avvenne il 12 marzo 1985 quando Cosmai venne mortalmente ferito al capo con un colpo di pistola calibro 38, perse il controllo dell’auto e andò a sbattere contro un palo della luce. Il killer scese dalla macchina, si avvicinò al direttore del carcere e sparò altri colpi dopodiché fuggì insieme al complice.

Il 16 marzo 1989 a Palermo, Antonio D’Onufrio, 39 anni, venne ucciso perché ritenuto informatore della polizia. Collaborò con la Criminalpol palermitana, fornendo informazioni logistiche sulla sua borgata utili agli investigatori per scovare i molti latitanti nascosti a Ciaculli. La sua fu un’esecuzione esemplare; dopo una raffica di mitra gli fu inferto un colpo di pistola in bocca, lla firma di Cosa Nostra sui cadaveri di chi ha “parlato troppo”.

Il 16 marzo 1990 a Palermo scomparve Emanuele Piazza, collaboratore del Sisde. Insieme a Nino Agostino sventò l’attentato dell’Addaura al giudice Falcone. A ricostruire la sua fine furono, anni dopo, soprattutto i collaboratori di giustizia. Francesco Onorato, ex pugile che si allenava nella stessa palestra, che confessò di averlo portato in un magazzino di un mobilificio di Capaci con la scusa di cambiare un assegno e di averlo strangolato e sciolto nell’acido su ordine di Salvatore Biondino, braccio destro e autista di Totò Riina.

Il 16 marzo 2011 a Bari, per uno scambio di persona, fu brutalmente assassinato Giuseppe Mizzi, all’età di 39 anni, mentre stava tornando a casa.  Per l’omicidio fu condannato all’ergastolo il boss barese Antonio Battista, ritenuto affiliato al clan Di Cosola.

Il 17 marzo 2014 a Palagiano (TA) venne ucciso il piccolo Domenico Petruzzelli, 30 mesi, insieme con la mamma, Maria Carla Fornari, 30 anni, mentre erano in macchina con il compagno di lei, vero obiettivo dell’agguato.

Alla guida della Daewoo Matiz c’era Maria Carla Fornari. Accanto a lei il compagno Cosimo Orlando, una condanna per un duplice omicidio, da poco in semi libertà. In braccio aveva il piccolo Domenico. Dietro, sul sedile posteriore, c’erano sono i due bambini più grandi. La famiglia era diretta a Taranto, sulla statale ionica. Avevano appena lasciato Palagiano. Mancavano pochi chilometri quando all’improvviso l’auto venne speronata, costretta a fermare la sua corsa contro il guardrail. Carla Fornari, con ogni probabilità, intuì che non era un semplice incidente. Provò a ingranare la retromarcia. Fu un tentativo disperato. Il killer sparò. Almeno quindici i proiettili che vennero recuperati sulla scena del delitto. Due o al massimo tre raggiunsero il bambino.

Il 18 marzo 1990, a Rosarno, venne rapito Michele Arcangelo Tripodi, appena 12 anni. Per lungo tempo si sperò in un ritorno, ma il 14 luglio 1997 il suo corpo fu ritrovato in una fossa nelle campagne della zona, ponendo fine all’attesa e rivelando una verità drammatica.

Fin dai primi momenti, ciò che poteva sembrare una scomparsa misteriosa si trasformò in qualcosa di molto più oscuro. Il riconoscimento, avvenuto grazie agli abiti, fu affidato alla madre.

Secondo le indagini, il sequestro e l’omicidio sarebbero legati a dinamiche di ‘ndrangheta e a una vendetta trasversale contro il padre, Rocco Tripodi, ucciso pochi mesi dopo. Un gesto brutale, pensato per colpire non solo un uomo, ma l’intera famiglia.

La morte di Michele è diventata simbolo della violenza mafiosa che non risparmia neppure i più innocenti. Il suo nome è oggi ricordato tra le vittime innocenti della criminalità organizzata, e continua a rappresentare una ferita aperta, segnata da domande ancora senza risposta.

La famiglia, insieme alla società civile, non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia. Il suo sacrificio resta un monito: la mafia può colpire chiunque, anche chi non ha alcuna colpa.

Il 19 marzo 1994, a Casal di Principe, veniva assassinato don Giuseppe “Peppe” Diana, vittima innocente della camorra.

Alle 7:20 del mattino, nel giorno del suo onomastico, mentre si apprestava a celebrare la Messa nella sagrestia della chiesa di San Nicola di Bari, fu raggiunto da cinque colpi di pistola che non gli lasciarono scampo.

Don Diana fu ucciso per il suo impegno concreto e coraggioso contro la camorra, per aver scelto di essere, fino in fondo, guida spirituale e civile della sua comunità. La sua voce, forte e chiara, dava fastidio a chi voleva imporre il silenzio e il controllo sul territorio.

Dopo l’omicidio, non mancarono tentativi infamanti di delegittimarne la figura. Ma la verità è emersa con forza, restituendo dignità a un uomo che ha sacrificato la propria vita “per amore del suo popolo”.

Da quel tragico giorno, il suo esempio continua a rappresentare un punto di riferimento per quanti credono nella legalità, nella giustizia e nella responsabilità collettiva.

L’avvio del processo di beatificazione testimonia il valore profondo della sua testimonianza, riconosciuta non solo dalla Chiesa, ma dall’intera società civile.

Ricordare don Peppe Diana significa rinnovare ogni giorno l’impegno contro ogni forma di criminalità organizzata.

Il 20 marzo del 2023, veniva ucciso nella zona degli chalet di Mergellina Francesco Pio Maimone, un giovane ragazzo di Pianura che voleva diventare un piazzaiolo.

La sera in cui venne ucciso, Francesco aveva da poco finito il turno nel ristorante di famiglia. Prima di tornare a casa, aveva deciso di fermarsi davanti al chioschetto «Da Sasà» sul lungomare di Mergellina, insieme al suo migliore amico, Carlo. I due erano seduti a un tavolino a mangiare noccioline, quando all'improvviso, verso le 2:30, in lontananza vennero sparati dei colpi di pistola. Uno di questi colpì Francesco al cuore.

Francesco era stato colpito da un proiettile vagante sparato al termine di una banale lite tra gruppi di Napoli est per una scarpa nuova sporcata accidentalmente.

Il presunto assassino, Francesco Pio Valda, 20 anni, venne fermato il 21 marzo mentre si trovava a casa di conoscenti nel quartiere Ponticelli, dopo essersi reso irreperibile. La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli emise nei suoi confronti un fermo di indiziato di delitto, con l’accusa di omicidio e la contestazione dell'aggravante mafiosa. Il presunto assassino, residente nel quartiere Barra, era figlio di Ciro, un affiliato al clan Cuccaro ucciso in un agguato di camorra il 23 gennaio 2013.

Dopo una prima condanna a 6 anni di reclusone per chi ha custodito l’arma del delitto, si attendono pene esemplari per questo insensato omicidio.

Il 21 marzo del 1984 a Niscemi (CL) venne ucciso Nicola Giotta Iachino, gioielliere di 29 anni. Fu assassinato dalla mafia per essersi rifiutato di pagare il racket.

Il 22 marzo del 1995 Michele Ciarlo, avvocato penalista di 36 anni, fu ucciso a Scafati (SA).

Venne assassinato brutalmente nel suo studio legale di Scafati. Quella sera alcuni uomini fecero irruzione nello studio esplodendo vari colpi di pistola, tre dei quali raggiunsero l’avvocato, uccidendolo. Il movente è da ricercare nell’attività professionale dell’avvocato che difendeva alcuni esponenti del clan avversario.

Michele Ciarlo lasciò la moglie e due figli molto piccoli.

La famiglia si è costituita parte civile nel processo. Michele è stato riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata dal Ministero dell'Interno.

Il 22 marzo del 1995 Michele Ciarlo, avvocato penalista di 36 anni, fu ucciso a Scafati (SA).

Venne assassinato brutalmente nel suo studio legale di Scafati. Quella sera alcuni uomini fecero irruzione nello studio esplodendo vari colpi di pistola, tre dei quali raggiunsero l’avvocato, uccidendolo. Il movente è da ricercare nell’attività professionale dell’avvocato che difendeva alcuni esponenti del clan avversario.

Michele Ciarlo lasciò la moglie e due figli molto piccoli.

La famiglia si è costituita parte civile nel processo. Michele è stato riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata dal Ministero dell'Interno.

Il 24 marzo del 2015 a Napoli morì Giovanna Paino, 64 anni.

Due killer del clan, mentre erano alla ricerca della loro vittima, investirono con lo scooter e uccisero la donna mentre attraversava la strada che abbandonarono senza prestare soccorso. Giovanna Paino il 21 marzo venne travolta in via Cupa delle Vedove, tra Miano e Secondigliano e si spense dopo tre giorni di agonia in ospedale.

Ridevano della morte della signora Paino, i sicari dei Lo Russo che intanto vennero intercettati il 27 giugno 2016. Si facevano beffa della vittima finita per caso nel raid di morte: a parlare nelle intercettazioni, agli atti dell'inchiesta guidata dal procuratore Colangelo, erano Carlo Lo Russo, la moglie Anna Serino e il gregario Luigi Cutarelli. 

A bordo della moto due giovani che, secondo le indagini del pool anticamorra, appartenevano al gruppo di fuoco di un clan attivo nell'Area Nord di Napoli. Quella mattina erano impegnati in una "stesa". 

La scena è stata ricostruita grazie alle cimici messe dalla Squadra Mobile in casa di un membro del clan, ma anche grazie alla testimonianza di una giornalista free lance che si trovava proprio lì, per un servizio a sfondo sociale, quando Giovanna venne investita. Fu questa giovane donna a chiamare il pronto soccorso e a dare le prime informazioni sull'accaduto alle forze dell'ordine. Sullo sfondo dell'omicidio dell'anziana donna c'era l'intenzione del gruppo di fuoco di uccidere un uomo.

Il 25 marzo del 1982 a Paola (CS) venne ucciso Luigi Gravina, 65 anni. Era un operatore commerciale ucciso dalla ‘ndrangheta per essersi rifiutato di cedere alle richieste estorsive. 

Coniugato con Luigina Violetta, padre di cinque bambini, si rifiutò, reiteratamente e con forte determinazione, di cedere alle insistenti e minacciose richieste estorsive della criminalità organizzata locale. Due sicari così lo uccisero

“L’omicidio di Luigi Gravina ad opera del locale clan di ‘ndrangheta ha segnato una svolta nella lotta alla mafia della provincia. Da un lato, infatti, chi ha contribuito a consumare l’efferato crimine di un lavoratore coraggioso, padre di cinque bambini, si è pentito offrendo un contributo alla giustizia finalizzato a debellare la cosca di Paola mentre, dall’altro lato, molti operatori commerciali che mai si erano opposti alle insistenti richieste e alle angherie della mafia, in sede del processo penale in Corte d’Assise, a carico di diverse decine di malavitosi, hanno trovato il coraggio di alzare la testa e confermare la consumazione dei reati”.

Il 26 marzo 2004 a TorreAnnunziata fu uccisa Matilde Sorrentino per aver denunciato un giro di pedofili. Venne uccisa con numerosi colpi di pistola al volto e al petto, sparati da un uomo a cui aveva aperto la porta di casa a Torre Annunziata.

Secondo i primi accertamenti, vi era un collegamento tra la morte di Matilde e le denunce che la donna aveva fatto nel 1997 nei confronti di alcune persone accusate di abusi sessuali ai danni di minori tra cui il figlio di Matilde; abusi avvenuti nella scuola elementare del Rione Poverelli.

Le sue denunce infatti avevano portato all’arresto e poi alla condanna al carcere per diciannove dei ventuno accusati di pedofilia.

La morte di Matilde si inserisce dunque in una storia di vendetta per il coraggio dimostrato dalla donna nel denunciare la banda di pedofili della zona.

Pochi giorni dopo l’omicidio della donna, venne arrestato Alfredo Gallo, 26 anni, che confessa l’omicidio. Nel 2005 la Corte d’Assise di Napoli condanna Gallo all’ergastolo, indicandolo come esecutore materiale dell’assassino di Matilde.

Il 27 marzo del 2004 a Forcella fu colpita a morte la 14enne Annalisa Durante, vittima innocente di camorra, durante un agguato che aveva come obiettivo Salvatore Giuliano.

Nel suo diario scriveva “le strade mi fanno paura, sono piene di scippi e rapine. Quartieri come i nostri sono a rischio, ci sono i ragazzi che si buttano via e si drogano senza motivo. Mi fanno pena quei tossicodipendenti che barcollano tutti i giorni sotto le nostre case” o anche semplicemente “vorrei fuggire, a Napoli ho paura”. 

Quel sabato sera, mentre stava chiacchierando con un’amica, due ragazzini su uno scooter spararono dei colpi diretti al boss Salvatore Giuliano detto ‘o russo (il rosso, per via del colore dei suoi capelli) che era entrato nel mirino di una banda rivale. Purtroppo la ragazza si trovò sulla traiettoria dei colpi sparati: un proiettile le trafisse l’occhio e le devastò il cervello. Dopo tre giorni di coma irreversibile, con una macchina che le pompava ossigeno nei polmoni, morì. La famiglia con un grande gesto d’amore e di speranza autorizzò l’espianto degli organi grazie al quale sette persone vivono. 

“Quando c’erano loro si stava tranquilli, quando c’erano loro la gente del quartiere veniva protetta, quando c’erano loro…” Quando c’erano loro la gente moriva e i boss si facevano scudo con i corpi dei ragazzini. Vigliacchi, maledetti, assassini, loro e chi li difende protegge ed osanna.

Il 28 marzo del 1945 a Corleone (PA) venne ucciso Calogero Comajanni, guardia giurata di 45 anni.

Fu responsabile dell’arresto del boss Luciano Liggio e per questo venne assassinato.

Il 2 agosto 1944 stava facendo il suo solito giro di perlustrazione con altre due guardie campestri quando si accorse di un furto. I due malviventi, Luciano Liggio (boss di Corleone) e Vito Di Frisco, furono arrestati. Liggio scontò tre mesi di carcere e quando uscì decise di vendicarsi. Un primo tentativo fu messo in atto la sera del 27 marzo 1945, ma non andò a segno. La mattina del giorno successivo, il 28 marzo, Calogero Comaianni venne seguito da due killer a volto scoperto, tentò la fuga ma non riuscì a scampare all’agguato: uno dei due inseguitori gli sparò due colpi di pistola. Calogero Comaianni venne ucciso a 45 anni sui gradini di casa davanti agli occhi della moglie Maddalena Ribaudo e del figlio più grande.

“Non era un eroe Calogero Comaianni, ma un uomo normale che cercava di sfamare la moglie e i suoi cinque figli, facendo di mestiere la guardia giurata. Anch’egli è una vittima innocente di mafia, ma non lo ricorda quasi nessuno.” (Da l’Articolo de La Sicilia firmato Dino Paternostro del 5 Aprile 2009).

Il 29 marzo del 1991 a Napoli avvenne la “strage del venerdì santo”. Rimasero uccisi Luigi Terracciano, 37 anni, Umberto Esposito, 30 anni, e Carmelo Pipoli, 34 anni.

L’origine della faida risalirebbe al 24 marzo del 1991, domenica delle palme, in un agguato operato da Paolo Russo e da suo cugino Paolo Pesce, entrambi affiliati agli scissionisti Cardillo-Ranieri, nel tentativo di uccidere Vincenzo Romano (allora considerato il braccio destro di Ciro Mariano), riuscirono a colpire a morte solo il suo autista, Ciro Napoletano, mentre Vincenzo Romano, ferito, sopravvisse all’agguato.

L’episodio scatenò una reazione cruenta dei Mariano nei giorni immediatamente successivi. I killer agli ordini dei Picuozzi, il clan di Ciro Mariano, entrarono in azione decisi fino in fondo a punire i ribelli capeggiati dagli ex affiliati di spicco Beckembauer e Polifemo. I sicari tesero un agguato a Sant’Anna di Palazzo, nei pressi di via Chiaia, ma invece degli scissionisti i killer dei Mariano spararono e uccisero tre persone che con la malavita organizzata e con la guerra allora in atto ai Quartieri Spagnoli non avevano nulla a che fare.

Dopo la strage, la risposta degli scissionisti capeggiati da Beckenbauer e da Polifemo non si fece attendere. Il giorno dopo, il 30 marzo, in via San Cosma fuori Porta Nolana, i killer agli ordini dei capi della scissione, ingaggiarono una sparatoria con 4 affiliati ai Mariano. Anche questa sparatoria, come quella del giorno precedente, si concluse con la morte di un innocente, l’agente di polizia libero dal servizio Salvatore D’Addario. Il poliziotto gettatosi nella mischia di revolverate, nel tentativo di fermare i killer dell’una e dell’altra fazione, venne ferito gravemente. Morì dopo una settimana trascorsa tra la vita e la morte in un letto d’ospedale.

Il 30 marzo 2005 a Favazzina scompariva Daniele Polimeni, 19 anni. Due giorni dopo il suo corpo veniva ritrovato carbonizzato.

Un delitto brutale, con modalità che richiamano una vera e propria esecuzione mafiosa. Un caso rimasto senza colpevoli e senza un movente chiaro.

Le ultime ore di Daniele furono segnate da una breve telefonata alla madre, poi il silenzio. L’auto ritrovata in fiamme e, infine, la tragica scoperta. Da allora, la sua famiglia attende risposte che non sono mai arrivate. Una domanda, su tutte, continua a restare senza risposta: perché?

I genitori, Anna e Pietro, hanno trasformato il dolore in impegno civile, portando in tutta Italia la loro testimonianza e affiancando le altre famiglie delle vittime innocenti delle mafie. A distanza di anni, resta il dovere di non dimenticare e di continuare a chiedere verità e giustizia. Anche un solo elemento, anche una testimonianza, può fare la differenza.

Il 31 marzo del 1984 a Nardò (LE) venne uccisa Renata Fonte, 33 anni. Eroina ambientalista, era impegnata attivamente nella vita politica, militando nel Partito Repubblicano Italiano, fino a diventarne Segretario cittadino. Decise di candidarsi alle elezioni amministrative nelle quali risultò eletta, divenendo la prima donna Assessore del P.R.I. a Nardò. In questo periodo Renata Fonte iniziò a scoprire illeciti ambientali e si oppose con tutte le sue forze alla speculazione edilizia di Porto Selvaggio. Renata Fonte combatté spesso sola e contro tutti. 

Venne assassinata a pochi passi dal portone di casa la notte fra il 31 marzo ed il primo aprile 1984, mentre rientrava da un Consiglio comunale. Fu il primo omicidio di mafia nel Salento e, per giunta, perpetrato contro una donna. 

 

Francesco Emilio Borrelli

 

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