L’Archivio racconta
La digitalizzazione avviene tramite il software Archimista e, attualmente, ho inserito nel database oltre 3400 file (fascicoli). Devo precisare che questi fascicoli non sono stati più letti fin dal momento del loro versamento avvenuto decenni fa, per questo, d’accordo con la direzione, ho proceduto ad una analisi analitica di ogni fascicolo che mi ha permesso di avere un quadro preciso, almeno del materiale finora visionato, di quegli anni. La documentazione da me letta riguarda atti di polizia ( giudiziaria e amministrativa ) locale e nazionale ed è stato subito evidente la grossa difficoltà di riorganizzare l’attività di polizia nella connessione nazionale, questo soprattutto a causa dell’evento bellico che aveva distrutto o reso inutilizzabili strutture, ponti radio, automezzi e altro materiale, senza sottacere la grossa carenza di organico; ma ciò non ha impedito di dare il massimo dell’abnegazione in ognuno dei tutori della Legge.
Ma cosa emerge dagli atti? in primo luogo tanta tristezza, e poi un disperato bisogno di ricominciare, di sopravvivere. A ciò si aggiunge che la criminalità c’era allora come oggi, reati uguali o simili, con l’aggravante che non vi era ancora un coordinamento efficiente tra le forze dell’ordine in Italia e all’estero. Andiamo comunque ai dati: in quegli anni avvenivano molti furti di autovettura, davvero tanti riportati agli anni 1945-1949, tanti i furti, anche di biancherie sulle terrazze, di valigie sui treni. Un particolare furto è stato allora molto rilevante, ossia quello dei passaporti; questo perché il miraggio di una vita migliore, oppure per sfuggire alla Legge, portava a tanti a rivolgersi ad organizzazione clandestine che fornivano questi passaporti contraffatti di difficile verifica per poter lasciare il Paese. Altri furti socialmente rilevanti sono stati quelli delle carte annonarie, una marea, forse legati ad una guerra tra poveri. Particolarmente drammatici sono stati i delitti, per lo più insoluti, casi ancora aperti che attendono giustizia. Ovviamente non mancavano le truffe, anche queste tante, alcune molto fantasiose che hanno avuto risonanza anche in film degli anni ’50. Altro fatto drammatico era la triste vita delle povere sventurate che “lavoravano” nelle case di tolleranza di gestione Pubblica. Forse molti ignorano che queste sventurate erano dotate di un “tesserino abilitativo alla professione” una specie di tessera di riconoscimento di persona incaricata di pubblico servizio; questo documento doveva essere mostrato, assieme alla carta di identità, in ogni nuova struttura “di servizio” dove veniva vidimato. Ora questo tipo di rapporto lavorativo dovrebbe comportare uno stipendio, una pensione e un equo indennizzo in caso di malattie contratte “sul posto di lavoro” Niente di tutto questo, in caso di malattie invalidanti (veneree) oppure aver raggiunto una età “usurata”, a queste vittime veniva tolto il tesserino e senza tante cerimonie munite di un foglio di via, accompagnate da due militi venivano ricondotte al luogo di origini, con l’obbligo di restarci sotto la vigilanza del Sindaco. Si può forse immaginare l’angosciante epilogo di queste sventurate. È questa solo una parte dei documenti da me studiati, e se lo vorrete potrò parlarmi, mensilmente, di un fatto che ha fatto scalpore in quegli anni della Ricostruzione della Nazione.
Mario Grimaldi
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Da tempo collaboro con l’Archivio di Stato di Salerno, e da un anno mi sto occupando della digitalizzazione dei fascicoli contenuti nelle buste, riferite alla polizia giudiziaria, della Questura di Salerno degli anni immediatamente il dopoguerra ossia dal 1945.