Quando la storia diventa una persona
E non immaginavo, soprattutto, che mi avrebbe portato in giro per l’Italia, in tante città, davanti a sale piene, con un’attenzione e una partecipazione che mi hanno profondamente colpito. Ogni presentazione è stata diversa. Ma in tutte ho avvertito la stessa sensazione: Giovanni Frignani non era più un nome quasi dimenticato della Resistenza. Era tornato a essere una persona. Ed è proprio da qui che è nato il libro. Frignani è stato l’ufficiale dei Carabinieri che il 25 luglio 1943 coordinò l’arresto di Mussolini. Un protagonista di un momento cruciale della nostra storia. E poi, dopo l’8 settembre, uno dei promotori del Fronte militare clandestino dei Carabinieri a Roma. Arrestato dalle SS, torturato a via Tasso, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Una vita che sembra un romanzo. Ma che rischiava di restare confinata in poche righe di manuale. Ho sentito il bisogno di ricostruirla non come una sequenza di eventi, ma come una storia umana. Per questo sono entrato negli archivi dell’Arma, ho sfogliato carte ingiallite, informative, rapporti, lettere. Ho studiato i documenti del Museo storico della Liberazione di via Tasso, dove Frignani fu rinchiuso e torturato. Ho letto le testimonianze, gli atti processuali, i memoriali.
Ma il momento più intenso è stato l’incontro con Giovanni, il nipote. Con lui ho condiviso scoperte, dubbi, emozioni. Nei suoi ricordi familiari, nelle fotografie custodite con cura, ho visto riemergere non solo l’eroe, ma l’uomo: il padre, il marito, il fratello. La commozione è arrivata in modo inatteso, soprattutto quando, davanti ai documenti che raccontavano le torture di via Tasso o la tragica fine alle Ardeatine, il passato smetteva di essere storia e diventava carne viva. Con lui a gennaio siamo andati a posare la pietra d'inciampo a via Bruxelles davanti al portone dell'ultima casa di Giovanni Frignani. È in questi momenti che ho capito, ancora una volta, qual è il mio modo di fare storiografia. Io parto sempre dalle persone. Non dalle categorie, non dalle ideologie, non dagli schemi. Credo che la grande storia si comprenda davvero solo quando la si attraversa attraverso le vite individuali. Le scelte, le paure, le contraddizioni. Frignani era un ufficiale liberale, cattolico, monarchico. Non un rivoluzionario di professione. E proprio per questo la sua scelta di opporsi al nazifascismo assume un valore ancora più forte: dimostra che la Resistenza è stata un fenomeno plurale, che ha attraversato mondi diversi. Ricostruire la sua figura è stato anche completare un percorso personale, dopo le biografie di Montezemolo e di Martelli Castaldi. Una sorta di trilogia dei “partigiani con le stellette”. Uomini delle istituzioni che, nel momento decisivo, hanno scelto la libertà. In questi mesi, presentando il libro da nord a sud, ho percepito un bisogno diffuso di memoria non retorica. Di storie vere. Di volti. Di complessità. Molti mi hanno detto: “Non conoscevamo questa vicenda”. Ed è forse questa la soddisfazione più grande: aver restituito alla memoria collettiva una figura che meritava di essere ricordata. Per me è stato un viaggio. Un viaggio negli archivi, certo. Ma anche dentro le pieghe della nostra storia nazionale. E dentro la responsabilità dello storico: non giudicare il passato con superficialità, ma restituirlo nella sua interezza. Ogni volta che penso a Giovanni Frignani, penso a quel gesto del 25 luglio 1943, all’arresto di Mussolini. E poi penso al silenzio delle Fosse Ardeatine. Tra quei due momenti c’è una vita intera. C’è il coraggio, ma anche la normalità. C’è il senso dello Stato. C’è la scelta. Se questo libro ha trovato tanti lettori, forse è perché racconta proprio questo: che la storia non è fatta solo di date. È fatta di uomini e donne che, a un certo punto, decidono da che parte stare. E raccontarli, per me, resta il modo più autentico di fare memoria.
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