Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Febbraio 1893-2014

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Il 1° febbraio 1893 fu assassinato per mano mafiosa il marchese Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo e direttore del Banco di Sicilia. Fu ucciso con 27 coltellate durante un tragitto in treno, rappresentando uno dei primi e più celebri delitti eccellenti della mafia siciliana, noto anche come il primo omicidio politico-mafioso.

Sindaco di Palermo per tre anni, Emanuele Notarbartolo era il direttore generale del Banco di Sicilia dal 1876. Un ruolo difficile, pieno di rischi. E di preoccupazioni. Il Banco di Sicilia erasull'orlo del fallimento. E attirò le mire di persone poco raccomandabili. Ben presto la sua onestà e integrità morale si scontrarono con i politici presenti nel consiglio della banca, molti dei quali legati alla mafia locale. Il 1° febbraio 1893, Emanuele assorto nei suoi pensieri, si incamminò verso la stazione di Sciara dove salì su un vagone di prima classe diretto a Palermo. Lo scompartimento era vuoto. Il treno arrivò a Termini Imerese. Alla stazione salirono due uomini. Il treno ripartì per entrare pochi minuti dopo in una galleria. I due uomini, successivamente identificati in Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, entrarono in azione. Il treno era al buio. I due entrarono nello scompartimento e aggredirono Emanuele. Servirono 27 pugnalate per ucciderlo.

L’omicidio di Notarbartolo segnò un punto di svolta: per la prima volta si iniziò a parlare di mafia in tutte le sedi istituzionali. Da un lato si discuteva dei rapporti tra mafia e politica, con un certo ammiccamento da parte della polizia e della magistratura; dall’altro, c’era chi negava o sottovalutava l’esistenza della mafia come associazione criminale strutturata. Fu allora che si comprese come la corruzione della classe dirigente e la mafia potessero diventare parte integrante del sistema politico ed economico del Paese. E così, di fatto, avvenne.

 

Il 2 febbraio 1967 a Campobasso venne ucciso Nicola Mignogna, appuntato P.S., in una sparatoria con un pregiudicato. L’appuntato Mignogna, insieme a due altri colleghi era impegnato nelle ricerche di alcuni rapinatori quando riconobbe un criminale comune da lui arrestato tempo prima. Al controllo degli agenti il pregiudicato estrasse una pistola minacciandoli.

Mignogna riuscì a disarmarlo, ma il criminale estrasse una seconda pistola facendo fuoco contro i poliziotti. Mignogna venne colpito da quattro pallottole e morì prima di raggiungere l’ospedale. Gli altri due colleghi vennero gravemente feriti. Uno di loro riuscì a rispondere al fuoco ed a ferire a sua volta l’aggressore, il quale fu arrestato pochi giorni dopo dalla Polizia ad Ancona. 

Nicola Mignogna era sposato e padre di quattro figli in tenera età. Il fratello, anch’egli agente di Pubblica Sicurezza era stato ucciso nel 1945 in uno scontro a fuoco con alcuni banditi. 

Il 2 febbraio 2010 venne ucciso a Casavatore (NA) Gianluca Cimminiello, 31 anni, titolare di un centro di tatuaggi.

Fu freddato nel suo studio "Zendark tattoo" per aver pubblicato sul suo profilo di Facebook un fotomontaggio che lo ritraeva con un giocatore del Napoli, Ezequiel Lavezzi. Questa foto indispettì Vincenzo Donniacuo, tatuatore di Melito, che chiese al clan di riferimento di punire lo sgarro. Nell'ultimo messaggio inviato da Donniacuo a Gianluca, questi gli scrisse che quel giocatore lo doveva tatuare lui e nessun altro. Poi chiuse con un «sabato passo nel tuo negozio». Quel sabato invece si presentarono tre persone. La discussione degenerò. In due aggredirono Gianluca, che non solo evitò il pestaggio, ma fece scappare i suoi aggressori. Tre giorni dopo, secondo l'accusa, Vincenzo Russo si presentò davanti al negozio di Gianluca chiamandolo per nome. Gianluca, arrivato sulla soglia del locale, venne colpito al torace e cadde all'indietro. Il killer sparò ancora due volte, per essere sicuro di aver ucciso.

Vincenzo Russo, 29 anni, pregiudicato di Melito ritenuto affiliato al clan degli scissionisti, venne arrestato dai carabinieri del nucleo operativo di Castello di Cisterna; nell'accusa di omicidio c'è l'aggravante di aver «agito con metodi mafiosi al fine di agevolare le attività dell'associazione camorristica facente capo a Cesare Pagano».

Nel febbraio 2012 Vincenzo Russo e’ stato condannato all'ergastolo dalla Corte di Assise di Napoli, condanna confermata anche in Appello nel 2013. 

Il 4 febbraio del 1995 a Corsico (MI) venne ucciso Pietro Sanua, fruttivendolo e sindacalista di 47 anni.

Fu ucciso mentre si preparava ad allestire il suo banco di frutta e verdura. Uno sparo, il proiettile che forò il finestrino del furgone e centrò la testa del conducente. Così, sotto gli occhi del figlio ventenne, morì ancora prima che si levassero le luci dell’alba. Nessuno vide il killer.

Fu ammazzato dalla ‘ndrangheta perché si schierò con coraggio contro il potere dei mafiosi e il loro racket nell'assegnazione delle piazzole agli ambulanti.

Dopo 30 anni il figlio Lorenzo, ora referente di Libera Contro le mafie del sudovest, e la mamma Francesca aspettano ancora la verità giudiziaria. Il caso era stato chiuso in fretta, poi riaperto due anni fa dal capo della Dda Alessandra Dolci.

Il 5 febbraio del 2000 a Sant’Angelo Muxaro (AG) venne ucciso il secondo dei i fratelli imprenditori Vaccaro Notte. Dopo l’assassinio di Vincenzo avvenuto il 3 novembre del ‘99, fu ucciso anche Salvatore.

Avevano osato aprire un’attività di pompe funebri in concorrenza con una ditta legata alla mafia.

I due emigrarono in Germania dove rimasero per alcuni anni svolgendo una delle tipiche attività di italiano emigrato, quella del pizzaiolo.  Con il denaro risparmiato tornarono al loro paese dove avviano un’impresa di pompe funebri entrando così in concorrenza con altri due fratelli, ritenuti vicini alla famiglia dei Fragapane di Santa Elisabetta.

I due Vaccaro Notte vennero invitati da un imprenditore edile, quasi loro omonimo, Giuseppe Vaccaro, per giungere a un accomodamento. I due rifiutarono qualunque compromesso con un gruppo mafioso locale meglio conosciuto come “Cosca dei Pidocchi”, col risultato che Vincenzo Vaccaro Notte venne ucciso il 3 novembre del 1999. Rimasto solo, il fratello Salvatore non demorse, continuò la sua attività e indagò per conto suo sull’omicidio del fratello redigendo una specie di memoriale. Il 5 febbraio del 2000 anche lui venne ucciso con un colpo di lupara alla testa.

Un terzo fratello, Angelo, cercò l’aiuto delle forze dell’ordine raccontando loro i retroscena dei due omicidi; per questa sua collaborazione come testimone di giustizia venne sottoposto al programma di protezione assieme ai suoi familiari.

Nel maggio del 2006 le indagini portarono all’arresto di noti mafiosi latitanti, alla scoperta di un traffico di armi e droga, di appalti pilotati e corruzione politica.

Il 6 febbraio del 2001 a Napoli venne ferito mortalmente il 20enne Giuseppe Zizolfi, e morì il 10 febbraio dopo aver provato a fermare due ladri.

Quel giorno aveva deciso di andare a fare visita al suo ex datore di lavoro, un macellaio dal quale fu licenziato qualche tempo prima, sperando di essere riassunto, quando notò all'esterno del negozio due ladri intenti a rubare l'autoradio dall'automobile del suo amico. Prontamente intervenne salendo sul motorino del macellaio, ma i due ladri lo speronano gettandolo a terra; cadendo Giuseppe battè la testa e morì dopo  giorni di agonia in ospedale.

Soltanto quando le prime testimonianze vennero a galla, si scoprì che quel decesso, in procinto di essere archiviato come uno dei tanti incidenti mortali provocati dal mancato uso del casco, nascondeva in realtà una terribile storia di violenza metropolitana, l'ennesima scritta con il sangue di un innocente.

Il 7 febbraio 1990 a Villa San Giovanni (RC) fu ucciso dalla mafia Giovanni Trecroci, vicesindaco e assessore ai lavori pubblici. 

Lasciò un bambino, Giuseppe, e la moglie in attesa di un altro figlio, Stefania, nata pochi mesi dopo l’omicidio. 

Giovanni Trecroci era un uomo onesto ed integerrimo, così chi lo ha conosciuto lo ricorda, che sicuramente non voleva diventare un eroe ma voleva vivere la propria esistenza da persona normale. Era un insegnante di lettere, un educatore degli scout, prestato alla politica. Aveva applicato nella politica quel rigore morale e quella serietà che lo contraddistinguevano. Quella sera aveva appena finito di discutere in consiglio comunale di una serie di pratiche urbanistiche, evidentemente particolarmente scottanti, quando i killer lo freddarono con diversi colpi di pistola vicino casa, nel rione Cannitello, vicino al mare.

L’8 febbraio del 2002 a Casal di Principe (CE) venne ucciso Antonio Petito, 20 anni. 

Fu barbaramente ucciso con 12 colpi di pistola mentre si trovava nei pressi della sua abitazione all’interno della sua vettura. Il movente è da ricercarsi in un banale litigio per motivi di viabilità con Gianluca Bidognetti, all’epoca tredicenne, figlio del capoclan Francesco. Fu proprio Gianluca a rappresentare la vicenda alla madre sostenendo che il Petito aveva cercato di investirlo e aveva offeso l’onore della famiglia Bidognetti.

Dopo oltre dieci anni e dopo l'archiviazione dell'indagine, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, guidati dal maggiore Carmine Rusciano, hanno chiarito il movente dell'omicidio anche grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia.

Tra gli esecutori risulta indagato anche il pentito Emilio Di Caterino, che svolse il ruolo di "specchiettista". Il 26 novembre 2013, il GIP del tribunale di Napoli stabilisce una condanna a 16 anni di reclusione per Guida, Grassia, Di Caterino e Carrino; una condanna all'ergastolo per Giovanni Letizia e una condanna a due anni e 8 mesi per Verolla.

Il 9 ottobre 2014 la Corte di Appello di Napoli, III Sezione, ha ridotto le pene: 12 anni per Guida, 10 anni e 8 mesi per Grassia e Di Caterino, 19 anni e 4 mesi per Letizia.

Il 9 febbraio del 1981 avvenne la strage del fiume Platani, in territorio di Alessandria della Rocca nell’Agrigentino, un sanguinoso agguato di Cosa Nostra.

Le vittime, che si trovavano su un trattore quando i killer entrarono in azione, furono Domenico Francavilla, Mariano Virone e Vincenzo Mulè. Quest’ultimo, quindicenne, si trovò per caso in compagnia delle altre tre vittime, alle quali aveva chiesto un passaggio sul trattore per attraversare il fiume. Obiettivo dei killer era Liborio Terrasi, morto insieme agli altri, ritenuto il capo mafia di Cattolica Eraclea, entrato in conflitto con il boss di Ribera Carmelo Colletti, poi anche lui assassinato.

Da uno stralcio delle deposizioni di Brusca: “Il trattore aveva appena superato il torrente quando io e Salvo Madonia e Tanuzzu siamo scesi e abbiamo fatto fuoco con le armi messe a disposizione. Le vittime erano tutte coperte, non li vedevamo in faccia, ci avevano detto tutti quelli che erano sul trattore e quindi noi…”

La sentenza della Corte di Assise di Agrigento Rg n°648/99 (così come confermato dalla Sent. n°4/2002 Rg 33/2001 della Sezione seconda della Corte di Assise di Palermo) ha riconosciuto colpevoli Riina Salvatore, nella qualità di mandante, Brusca Giovanni, Madonia Salvatore, per avere in concorso tra loro, e con Colletti Carmelo, Lauria Calogero e Garofalo Luigi cagionato la morte di Terrasi Liborio, Francavilla Domenico, Virone Mariano e Mulè Vincenzo.

Il 10 febbraio 1986 si aprì a Palermo, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, il Maxiprocesso di Palermo, il più grande processo penale mai celebrato fino ad allora. Fu il risultato del lavoro istruttorio di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e del pool antimafia e portò alla sbarra 475 imputati, tra cui i vertici di Cosa Nostra, segnando una svolta storica nella lotta alla criminalità organizzata.

Determinanti furono le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, che collaborò con il giudice Giovanni Falcone ricostruendo struttura, traffici e responsabilità dell’organizzazione mafiosa. In aula, a rappresentare la Procura, i pubblici ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino. Ad eccezione di Totò Riina e Bernardo Provenzano, allora latitanti, comparvero i principali esponenti di Cosa Nostra, tra cui Luciano Liggio e Michele Greco, detto “il Papa”. Tra gli imputati a piede libero figuravano anche i cugini Nino e Ignazio Salvo, potenti esattori legati a settori della politica.

Dopo 349 udienze, la Corte emise il verdetto: 19 ergastoli, 2.665 anni di carcere complessivi e 114 assoluzioni. Per la prima volta venne riconosciuta in sede giudiziaria l’unitarietà e la struttura verticistica di Cosa Nostra. L’impianto accusatorio fu confermato in appello e in Cassazione, con la sentenza definitiva del 30 gennaio 1992.

I colpi inferti alle organizzazioni mafiose furono durissimi, ma non risolutivi. Il 12 marzo 1992 l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima segnò l’inizio di una nuova fase di violenza, seguita dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, nelle quali perse la vita Paolo Borsellino, uno dei principali protagonisti del Maxiprocesso.

L’11 febbraio del 1986 a Platì (RC) vennero uccisi Francesco Prestia e Domenica De Girolamo, marito e Moglie.

Francesco Prestia gestiva una rivendita di tabacchi e ricoprì più volte la carica di sindaco e vicesindaco a Platì: venne eletto la prima volta nel 1948, a soli 26 anni, ed all’epoca fu il sindaco più giovane d’Italia. Domenica De Girolamo da giovane, lavorava per Poste e Telecomunicazioni. Si sposarono quando riuscirono ad affermarsi nel campo lavorativo. Entrambi furono uccisi la sera dell’11 febbraio 1986 all’interno della rivendita di tabacchi, a seguito delle ferite inferte da corpi contundenti. Mentre il marito morì sul colpo, domenica De Girolamo trasportata all’ospedale di Locri, morì per le lesioni irreversibili riportate.

A distanza di 39 anni nessuna risposta di verità e giustizia è stata data alla famiglia.

Quello che però appare certo è il contesto in cui si sviluppò l’omicidio, un contesto ad alta densità mafiosa: Platì, a pochi chilometri dal Santuario della Madonna di Polsi, in cui ogni anno si riunivano i boss dell’Onorata Società, roccaforte della ‘ndrangheta. Un paese in cui nulla si muove se non è deciso o non ha il benestare delle ‘ndrine.

Il 12 febbraio del 1993 a Secondigliano (NA) venne ucciso Vincenzo D’anna, proprietario di una piccola impresa edile. 

Quel pomeriggio era andato verso il cantiere con il denaro necessario per pagare i suoi dipendenti, quando venne circondato da tre banditi armati che cercano di derubarlo; ma quando accennò una reazione venne colpito e morì poco dopo l'arrivo in ospedale.  

I banditi che fecero fuoco su Vincenzo erano esponenti dei clan locali che, di fronte ai continui rifiuti dell'imprenditore di pagare il racket, decisero di punirlo con la morte. 

Le attività di investigazione non consentirono di acquisire elementi utili per la prosecuzione delle indagini. Nel permanere ignoti gli autori del reato, il P.M. formulò richiesta di archiviazione cosicché oggi gli assassini di Vincenzo D'Anna non hanno ancora un volto, e i suoi familiari chiedono ancora giustizia.

Il 13 febbraio 1947 a Villabate (PA) venne assassinato Vincenzo Sansone, detto Nunzio, sindacalista impegnato nella lotta per la riforma agraria

Venne ucciso a colpi di lupara da parte di sicari mafiosi. Era sindacalista, militante comunista e insegnante di lettere impegnato nella lotta per la riforma agraria. Aveva anche cercato di fondare una cooperativa agricola. Inoltre con la sua attività didattica voleva riscattare le masse operaie e contadine dalla loro miseria e dall’abiezione materiale e morale in cui esse vivevano nei latifondi. La sua intensa attività sindacale e culturale portò alla decisione di ucciderlo. Nella sua gioventù aveva tanto lottato contro la povertà, sopportando dure prove e umilianti privazioni. Egli conosceva, quindi, la triste indigenza degli ultimi.

Il 14 febbraio del 2013 a Pianura (NA) venne uccisa Giuseppina di Fraia, 52 anni.

Si stava recando al lavoro quando venne arsa viva dal marito. Morì dopo tre giorni di agonia il 14 febbraio del 2013. Aveva inseguito la moglie e, dopo averla investita con la sua auto, la cosparse di benzina e le diede fuoco. 

Vincenzo Carnevale, il marito, la inseguì’ e investì’ con la sua auto, in via Monti, quartiere Pianura, a poche centinaia di metri dall'abitazione, procurandole lesioni interne ed escoriazioni. Ad assistere alla scena alcuni passanti che avevano cercato di prestare soccorso alla donna, ma vennero subito rassicurati dallo stesso Carnevale. Convinti i passanti che non aveva investito la moglie intenzionalmente, ma che voleva solo parlarle e che l'avrebbe condotta in ospedale, l'uomo caricò la donna in auto e si allontanò. Dopo alcuni metri, Carnevale, però, fece scendere la moglie dall'auto tirandola per i capelli, la cosparse di benzina e le diede fuoco davanti agli occhi increduli della gente.

Tra i due coniugi c'erano stati già in passato episodi di liti violente che Giuseppina non aveva mai avuto la forza di denunciare. Carnevale era disoccupato, picchiava e tormentava continuamente la donna con richieste insistenti di denaro. Filomena, la figlia maggiore della coppia, descrisse ai carabinieri guidati dal capitano Scarabello, il padre come un uomo violento, lucido e consapevole dei suoi gesti.

Nel mese di marzo 2016, la IV sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli (presidente Domenico Zeuli) accogliendo le richieste del pg Carmine Esposito, ha condannato Vincenzo Carnevale a trent'anni di reclusione. 

Il 15 febbraio del 2004 Napoli fu ucciso il 18enne Francesco Estatico per uno sguardo ad una ragazza.

La sera del tragico evento, Francesco Estatico, semplicemente uscito per bere un frullato con un amico vicino a un bar di Margellina a Napoli, fu aggredito da un gruppo di ragazzi, che lo colpirono con otto coltellate. Mentre due giovani fuggirono vantandosi di appartenere a un clan camorristico, la scena fu resa ancora più drammatica dall’indifferenza di chi assisteva, non intervenendo per aiutare il giovane morente. La madre di Francesco, Nunzia, ha sorprendentemente scelto il perdono, infliggendo un duro colpo alla camorra, dimostrando che odio e indifferenza non sono il nutrimento della società.

Il 16 febbraio 2011 a San Lorenzo del Vallo (CS) vennero uccise per vendetta Rossellina Indrieri e Barbara De Marco, madre e figlia di 45 e 26 anni.

Erano la cognata e la nipote di Aldo De Marco, un commerciante che il 17 gennaio aveva assassinato a Spezzano Albanese, Domenico Presta, 22 anni, figlio di Franco, considerato il boss della zona.

Nell’agguato, portato a termine in un alloggio popolare del piccolo comune cosentino, rimase ferito in maniera grave alla spalla e al bacino anche Silas De Marco, nipote del commerciante-assassino. Sfuggito all’agguato anche il marito dell’Indrieri (Gaetano De Marco fu ucciso il 7 aprile successivo). I killer si presentarono intorno alle 21 davanti a casa della Indrieri con il volto coperto. Buttarono giù la porta d’ingresso a calci e iniziarono a sparare all’impazzata. A nulla valsero i tentativi delle due donne di sottrarsi al fuoco dei due fucili, caricati a pallettoni. Madre e figlia tentarono di buttarsi dal balcone, inutilmente.

Gli assassini, non più presunti, Domenico Scarola, 33 anni, di Tarsia, e Salvatore Francesco Scorza, 37, di Castrovillari sono stati condannati in via definita all’ergastolo.

Per quelli che ancora credono alla favola de “le mafie non toccano le donne”.

Il 17 febbraio 2001, a Torino, veniva uccisa Tina Motoc. Aveva solo vent’anni. Di origini rumene, era arrivata in Italia con la speranza di costruire un futuro e aiutare la sua famiglia, ma era finita nella rete dello sfruttamento, privata della libertà e della dignità. Il suo corpo fu ritrovato senza vita, abbandonato come se fosse invisibile, come se la sua esistenza non avesse valore.

Dietro quel nome c’era una figlia, una madre, una giovane donna con sogni e paure. C’era una vita spezzata dalla violenza e dall’indifferenza. La sua storia è il simbolo di tutte le persone costrette ai margini, sfruttate, dimenticate, considerate sacrificabili.

Torino però seppe reagire. La società civile, le associazioni e tanti cittadini si mobilitarono per restituirle un nome, una dignità, una memoria. Anche grazie all’impegno di realtà come Libera, Tina non è rimasta un corpo senza identità, ma è diventata un simbolo di giustizia e coscienza civile.

Ricordare Tina oggi significa non voltarsi dall’altra parte. Significa ribadire che nessuna vita è invisibile, che nessuna persona può essere ridotta a merce, che la dignità umana deve essere sempre difesa. La memoria non è solo un dovere, ma un impegno quotidiano contro ogni forma di sfruttamento, violenza e indifferenza. Bisogna fare il massimo per cambiare il corso delle cose e rendere la realtà un più giusta di com’è.

Il 18 febbraio del 1998 a Napoli venne ucciso Giovanni Gargiulo di soli 14 anni. 

Era il fratello quattordicenne di Costantino Gargiulo che il 3 novembre 1996 aveva ucciso Salvatore Cuccaro, boss di un clan sempre più potente della periferia orientale di Napoli. Davanti ad un supermercato per una ritorsione nei confronti del fratello, il giovane Giovanni fu trucidato senza pietà da un sicario inviato dai Cuccaro. Quattro colpi di pistola, per strada, tra la gente. Alla testa, al torace, alle gambe. Un'esecuzione.  Una vendetta trasversale, “un omicidio sporco”, queste le parole usate dal pentito Giuseppe Manco ascoltato in aula nel mese di ottobre 2015. Il boss voleva la morte di un innocente per dimostrare a tutti la punizione per chi avesse collaborato con la giustizia. Giovanni fu ammazzato solo perché fratello di Costantino, affiliato dei Formicola, che aveva iniziato a collaborare ed era ritenuto un componente (col ruolo di basista) del commando che uccise Salvatore Cuccaro. 

Nel mese di ottobre del 2017, Michele Cuccaro, boss di Barra, ritenuto il mandante dell'omicidio di Giovanni, viene condannato dalla IV Sezione della Corte di Assise di Napoli all'ergastolo.

Nel mese di settembre 2020 i due esecutori materiali (in foto) del delitto del giovane Giovanni, Andrea Andolfi e Vincenzo Amodio, sono stati condannati a trent'anni di reclusione a testa.

Il 18 febbraio del 2002 venne ucciso a Casal di Principe il sindacalista antiracket Federico De Prete.

 Operava in un settore particolarmente delicato, in cui attraverso i suoi iscritti e attraverso la sua attività di denuncia, evidenziava l'enorme malaffare diffuso nei comuni di Casal di Principe, Capua, San Marcellino, Mondragone, Villa Literno, nel casertano, e nelle zone di Frattamaggiore, San Giovanni a Teduccio, Acerra, nel napoletano, tutte zone ad alto rischio criminale.

Il movente dell'omicidio pertanto, è strettamente collegato all'attività svolta da Del Prete quale rappresentante provinciale e presidente nazionale del Sindacato Nazionale Autonomo Ambulanti, attività svolta con particolare attivismo tanto da aver denunciato dapprima gli abusi e le irregolarità amministrative riscontrate nel corso delle fiere settimanali fino a spingersi a far luce sulle estorsioni di cui erano sistematicamente vittime i venditori ambulanti.

Venne accertato che, circa un anno prima, Federico Del Prete aveva presentato una denuncia che aveva consentito l'arresto di Mattia Sorrentino, vigile urbano di Mondragone, per il reato di estorsione a seguito del quale venne instaurato un processo davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, nel cui ambito il denunciante avrebbe dovuto testimoniare proprio il giorno seguente il suo omicidio.

Nel 2009 un pentito di camorra, Antonio Corvino, reo confesso dell'omicidio, è stato condannato a quattordici anni di reclusione. A Mondragone, luogo delle sue battaglie e casa dei suoi assassini, è stata inaugurata, con la partecipazione dell'associazione “Libera”, una sede antiracket in suo nome. Diverse strade nell'agro aversano e nel napoletano hanno il nome di Federico Del Prete.

Il 19 febbraio del 1980 a Poggiomarino venne assassinato Antonio Carotenuto, agente di custodia del carcere di Poggioreale.

Mentre stava percorrendo, in abiti borghesi, una via del centro cittadino venne affiancato da tre individui che gli esplosero, a bruciapelo, alcuni colpi di pistola. Il militare, prontamente soccorso, cessò di vivere subito dopo il ricovero in ospedale.

Il 20 febbraio del 2007 a Solofra (AV) venne uccisa la 23enne Antonella Russo.

Quel giorno aveva accompagnato la madre sul posto di lavoro, una conceria poco distante da casa. Antonio, l’ex compagno, seguì l’auto di Antonella e a contrada Sant’Agata scese dalla macchina e avvicinandosi le esplose contro sei colpi di pistola, di cui quattro fatali e due la raggiunsero al volto.

La sera prima della sua morte Antonella aveva denunciato Antonio per le continue liti violente con sua madre che, per questa ragione, aveva deciso già da tempo di chiudere la storia con l'uomo. Ma Antonio non si rassegnava alla fine di questa storia e decise di vendicarsi uccidendo la ragazza.

Antonio Carbonaro è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 30 anni di reclusione.

Il 21 febbraio 1996 a Lazzaro (RC) venne assassinato Francesco Giorgino, 40 anni, proprietario di una autofficina. Fu ucciso per un “litro d’olio non consegnato al boss del momento, che abitava a qualche centinaio di metri rispetto all’officina. Quel litro d’olio Francesco non lo aveva, ma non contava questo. Contava l’affronto al boss della zona che, indignato per il rifiuto, impugnò la pistola e andò personalmente ad affermare la sua autorità e a riscattare l’offesa subita con la violenza, spargendo sangue.”

Francesco fu freddato a colpi di pistola mentre lavorava nella sua officina a Lazzaro. Morì davanti gli occhi dei suoi figli, increduli, terrorizzati. 

Quel delitto attende ancora giustizia. 

Chi ha ucciso Francesco Giorgino non è mai stato assicurato alla giustizia perché latitante assieme alla madre. Solo nel 2010 è stato arrestato il pescatore Marco Bruno De Salvo, con l’accusa di avere favorito queste latitanze, gestendo il conto corrente.

Il 22 febbraio 1981 fu uccisa Palmi (RC), Rossella Casini, studentessa di 24 anni. Era una ragazza fiorentina e lì, nel capoluogo toscano, conobbe Francesco Frisina, calabrese, del quale si innamorò e ne ebbe una relazione.

Rossella era ignara che Francesco avesse legami con la 'ndrangheta e che la sua famiglia fosse affiliata alla 'ndrina Gallico di Palmi in guerra con i Parrello-Condello. Solo durante una vacanza proprio a Palmi, quando venne ucciso il padre di Francesco, imprenditore agricolo, riuscì ad avere sentore di quel che stava accadendo.

Per amore, Rossella non abbandonò mai Francesco, ma tentò di redimerlo e di allontanarlo da quella realtà fatta di vendette e sangue e quando questi fu ferito alla testa, durante un agguato, la ragazza lo convinse a collaborare con la giustizia raccontando tutto al sostituito procuratore di Firenze. A quel punto intervenne Pino Mazzullo, cognato di Francesco e marito di sua sorella Concetta. Francesco venne convinto dalla famiglia ad andare a Torino, e a ritrattare tutto con i magistrati. La colpa del pentimento di Francesco ricadde così su Rossella, la quale, comunque, non abbandonò la sua volontà di tirare fuori Francesco dal mondo malavitoso. Rossella continuò a frequentare Francesco e fare avanti e indietro tra Firenze e la Calabria.

Rossella scomparve il 22 febbraio 1981 a Palmi, all'età di 24 anni. Quel giorno fece un'ultima telefonata al padre Loredano nella quale gli aveva annunciato che stava per tornare a Firenze. Il corpo di Rossella non è mai stato ritrovato.

Nel 1994 il pentito palermitano Vincenzo Lo Vecchio raccontò agli inquirenti che Rossella Casini venne uccisa per aver convinto Francesco Frisina, il fidanzato, a collaborare con la giustizia. Francesco dette il suo assenso all'eliminazione della fidanzata. «Fate a pezzi la straniera» fu l'ordine perentorio della 'ndrangheta. Rossella, considerata una straniera, perché estranea all'ambiente calabrese e alle dinamiche culturali mafiose, venne rapita, stuprata, fatta a pezzi e i resti del corpo furono gettati a mare, nei pressi della tonnara di Palmi.

Nel processo di primo grado quattro persone rinviate a giudizio. In appello tutte assolte per insufficienze di prove. Il caso non è mai stato più riaperto. 

Il 23 febbraio del 1982 a San Giorgio s Cremano (NA) venne ucciso il maresciallo Antonio Salzano, 43 anni.

Lavorava al nucleo scorta detenuti. Il giorno prima della sua morte si trovava presso il palazzo di giustizia dove venne ucciso il boss Antonio Giaccio e ferito Gennaro Liccardi, entrambi rinchiusi nelle camere di sicurezza. Una telefonata anonima, giunta al quotidiano il Mattino, cercò di mettere in collegamento l’attentato in tribunale con la morte del maresciallo Salzano, facendola passare come una vera e propria vendetta camorristica: venne affermato che proprio il maresciallo Salzano avesse fornito le armi ai detenuti, gettando fango sulla sua memoria.

Solo qualche tempo dopo, Michele Montagna, affiliato dei cutoliani, dichiarò di aver ucciso e ferito Giaccio e Liccardi, scagionando definitivamente il maresciallo Antonio Salzano. 

Il 24 febbraio 2008, a Soverato /CZ) venne uccisa la guardia giurata Vincenzo Bonifacio. Scomparve dopo aver fatto il giro di alcuni istituti bancari per la raccolta di denaro. Il suo corpo carbonizzato venne ritrovato all’interno del cofano dell’auto di servizio, nella zona tra Cardinale e Satriano. Bonifacio era stato testimone dell’accusa in un processo per omicidio contro un giovane capomafia.

Il 24 febbraio 2010, a Milano venne ucciso l’agente scelto della Polizia Ferroviaria Salvatore Farinaro, 30 anni. Era in servizio presso la stazione di Rho, venne ferito mortalmente in seguito ad una lite per difendere la sua ragazza.

Il 25 febbraio 1996 a Terlizzi (BA) venne ucciso Gioacchino Bisceglia, falegname di 25 anni. 

Poiché aveva rifiutato di pagare per riavere l’auto che gli era stata rubata, gli estorsori prima gli spararono alle gambe poi lo centrarono alle spalle con un colpo mortale. Fu punito perché aveva tentato di sottrarsi allo stillicidio delle estorsioni che stritolava Terlizzi.

I suoi assassini gli diedero appuntamento per riscuotere la mazzetta che avrebbe dovuto pagare per avere indietro l’automobile rubata. Raggiunse le campagne tra Terlizzi e Mariotto poco dopo la mezzanotte in compagnia di suo fratello Pietro, diciannovenne, e di un amico, rimasto ferito nella sparatoria. “Venite a Padule, portate i soldi e riavrete la Golf”, questo il messaggio recapitato a Bisceglia. All’ appuntamento arrivarono in tre a bordo di una Mini 90 rossa. Della Golf di proprietà del fratello maggiore di Gioacchino, Marco, nemmeno l’ombra. Ad attenderli invece un gruppo di persone con le quali la vittima cominciò a parlare, probabilmente per accordarsi sulla cifra da pagare. Ma la conversazione sfociò ben presto in una violenta lite. A questo punto un altro estortore estrasse una pistola e gli sparò alle gambe. Inutile la fuga: il gruppo di malviventi inseguì la Mini 90 ingaggiando un conflitto a fuoco: i proiettili ferirono a morte Bisceglia e più lievemente al braccio destro Baldassarre.

Il 25 febbraio del 1997 a Palma di Montechiaro (AG) venne ucciso Giulio Giuseppe Castellino, dirigente del Servizio d’igiene della Usl di Il 12 febbraio, mentre tornava a casa con la propria auto, in contrada “Mosella”, ad Agrigento, fu ferito con tre colpi d’arma da fuoco di cui uno alla testa. Aveva già ricevuto minacce, nel mese di novembre qualcuno aveva sparato un colpo di lupara contro il portone di casa. Era un dirigente serio e scrupoloso; aveva ordinato la chiusura del mercato ortofrutticolo della città, perché troppo sporco, il quale rimase fermo qualche giorno. Aveva revocato autorizzazioni sanitarie ed era restio a concederle con facilità.

Probabilmente, proprio per la rettitudine implacabile della propria attività, Castellino fu vittima di un attentato di stampo mafioso, in seguito al quale morì tredici giorni dopo.

Il 26 febbraio 2014 ad Arzano (NA) venne assassinato Vincenzo Ferrante, 30 anni. Era casualmente in un centro estetico con il vero obiettivo dell’attentato. 

Aspettava l’estetista. Voleva solo farsi le sopracciglia. I killer lo scambiarono per il guardaspalle del boss, Ciro Casone, luogotenente del clan Moccia di Afragola, il vero obiettivo dell’agguato

Vincenzo invece era soltanto un operaio padre di famiglia. Il guardaspalle vero, appena sentiti gli spari, anziché proteggere il suo “datore di lavoro” subito sparì nel nulla, consegnando all’equivoco e alla morte una vittima innocente. Ferrante, padre di due bambini ancora molto piccoli, si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Uscì dalla box quando sentì gli spari. Vide i sicari, cercò di scappare, ma fu ucciso con due colpi di pistola alla schiena e alla testa.

Condannati all’ergastolo i tre imputati: Angelo Antonio Gambino, Renato Napoleone, Francesco Paolo Russo. Ai genitori di Vincenzo, Olindo e Assunta, ai fratelli, Michele e Rita, e alla vedova, Maddalena, in proprio e in qualità di esercente la potestà genitoriale sui due figli, la Corte ha riconosciuto un risarcimento da quantificare in sede civile. Per i giudici sono «evidenti i danni materiali e morali» subiti dai familiari di Vincenzo: «Essi sono individuabili nel profondo e insanabile dolore e turbamento emotivo derivante dalla perdita di una persona cara, vittima innocente di un agguato camorristico».

Il 27 febbraio 1985, a Palermo venne ucciso Pietro Patti, 47 anni. Si occupava di lavorazione e distribuzione di frutta secca. Fu ucciso con tre colpi alla testa mentre era in macchina con le quattro figlie, Gaia, Francesca, Raffaella ed Alessandra, che stava accompagnando a scuola. Uno dei colpi raggiunse di rimbalzo Gaia, di 9 anni, ferendola gravemente all’addome. Pietro Patti fu ucciso perché non aveva ceduto alle pressanti richieste estorsive.

Il 27 febbraio 1989, a Gela (CL) venne ucciso Pietro Polara, 46 anni. Era un commerciante di macchine agricole. Interessato alla politica, si candidò per ben due volte con il Partito democratico cristiano. Fu ucciso nel quartiere residenziale di Macchitella a Gela in seguito ad una sparatoria legata ad una vendetta trasversale. 

Il 28 febbraio del 1985 a Reggio Calabria venne ucciso l’agente della Polizia Locale Giuseppe Macheda, 30 anni. Faceva parte di una squadra che si occupava di combattere l’abusivismo in campo edilizio. Gli spararono un colpo di fucile alle spalle nella notte mentre faceva ritorno a casa dopo che solo la sera prima gli avevano incendiato l’auto. Due sere prima a prendere fuoco era stata l’auto di un altro componente della squadra, tutto ciò perché la squadra antiabusivismo nelle settimane precedenti aveva sequestrato numerosi immobili e fatto arrestare molte persone.

Le indagini collegarono quel barbaro omicidio all’attività di Giuseppe e a quella del pool nel quale lavorava. E così gli inquirenti si misero al lavoro per andare a fondo nelle attività legate alla mafia del cemento, alle costruzioni abusive. Nell’ottobre del 1987, i magistrati spiccarono tre mandati di cattura per concorso nell’omicidio del vigile urbano reggino. Destinatari dei provvedimenti erano Carmelo Ficara, Roberto Barreca e Francesco Faccì. Gli ultimi due vennero arrestati, Ficara invece si diede alla latitanza. Secondo gli inquirenti, Ficara, imprenditore edile ritenuto vicino alle cosche Latella e Serraino, aveva messo a disposizione delle organizzazioni mafiose le sue attività, facendo da copertura legale per le attività di reinvestimento del denaro sporco gestite dai clan.

La tesi dell’accusa resse al processo e portò alla condanna all’ergastolo di Carmelo Ficara. In appello, però, nel 1990, l’imprenditore venne assolto. Il suo nome è comparso, molti anni dopo, nell’operazione Monopoli, con la quale, nell’aprile del 2018, la DDA di Reggio Calabria ha condannato quattro imprenditori ritenuti espressione della ‘ndrangheta. Tra loro c’era Ficara, che intanto aveva continuato a fare affari.

 

Francesco Emilio Borrelli

 

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