Chi controlla i nostri dati? La nuova frontiera dei diritti nell’era dell’IA
In Italia i nostri dati personali sono controllati principalmente dal Garante per la protezione dei dati personali, l’autorità indipendente che vigila sul rispetto del GDPR del codice privacy. E’ l’organo che interviene quando aziende, P.A. o piattaforme trattano i dati in modo scorretto. Il GPDP, istituito dalla l.675/1996 ed oggi disciplinato dal Codice privacy d.lgs.196/2003, riceve i reclami dei cittadini, effettua ispezioni e controlli, blocca trattamenti illeciti, comminando sanzioni milionarie. Dal 2018 il regolamento U.E.679/2016 stabilisce le regole per raccolta, conservazione, profilazione e trasferimento dei dati. Si applica sia alle aziende europee, sia a quelle extra-UE che offrono servizi ai cittadini europei. Il GDPR individua ruoli precisi: il titolare del trattamento, cioè chi decide perché e come trattare i dati come la banca e il responsabile del trattamento, colui che tratta i dati per conto del titolare come le società informatiche ed i call center. Siamo noi, i cittadini, titolari dei diritti sui nostri dati. Il controllo è delle autorità pubbliche, ma anche di noi stessi, attraverso i diritti riconosciuti dal GDPR, quali il diritto di accesso, il diritto alla cancellazione, il diritto alla limitazione del trattamento; sono strumenti potentissimi, ma ancora poco utilizzati. Oggi l’IA non si limita a raccogliere dati: li interpreta, li combina, li trasforma in decisioni e queste possono incidere su lavoro, salute, reputazione e libertà. Nasce, quindi, l’esigenza di una nuova generazione di diritti: diritto alla sicurezza dei sistemi, diritto alla veridicità delle informazioni generate dall’IA, diritto alla supervisione umana. Sono diritti che non sostituiscono quelli tradizionali, ma li estendono nel territorio digitale. L’UE ha risposto con l’AI Act, i8l primo regolamento al mondo che disciplina l’IA in base al rischio. Sono vietati i sistemi che minacciano la dignità umana, come la sorveglianza biometrica di massa, mentre quelli ad altro rischio, quali sanità, giustizia, lavoro ed istruzione dovranno rispettare requisiti stringenti. Se un algoritmo sbaglia diagnosi, discrimina un candidato, diffonde contenuti falsi, chi è responsabile? La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa, ridefinire la responsabilità nell’ecosistema algoritmico, senza creare zone d’ombra. Si parla di diritto alla verità digitale: l’IA può supportare, prevedere ed ottimizzare, ma non può e non deve sostituire la decisione umana. L’IA sta ridisegnando lo spazio in cui viviamo, ma non può decidere ciò che siamo. La nuova frontiera dei diritti è un invito ad immaginare un progresso che non sostituisce l’umano, ma lo esalta.
Stella Siena |
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Ogni giorno lasciamo tracce digitali che raccontano chi siamo. Prima questi dati erano gestiti da piattaforme tradizionali ed il problema sembrava sotto controllo; oggi algoritmi sempre più potenti analizzano enormi quantità di informazioni personali, spesso senza che l’utente ne sia pienamente consapevole.