Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Figli maggiorenni e mantenimento: la giurisprudenza cambia rotta

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Negli ultimi anni il tema del mantenimento dei figli maggiorenni è tornato al centro del dibattito giuridico e sociale. La trasformazione del mercato del lavoro, l’allungamento dei percorsi formativi e la crescente difficoltà dei giovani a raggiungere l’autonomia economica hanno spinto la giurisprudenza a riconsiderare i confini dell’obbligo genitoriale. Il risultato è un orientamento più rigoroso, che mira a bilanciare tutela e responsabilità.

La Cassazione ribadisce che il compimento dei 18 anni non fa venir meno automaticamente il diritto al mantenimento, tuttavia, questo diritto non può trasformarsi in una rendita perpetua.

Il figlio maggiorenne deve dimostrare un percorso di studi serio e coerente, un impegno concreto nella ricerca di lavoro e l’assenza di mezzi propri adeguati,

Il mantenimento, dunque, non è più garantito “a prescindere”, ma subordinato ad un comportamento attivo e responsabile.

Le sentenze più recenti segnano una svolta netta: il figlio che non s’impegna perde il diritto al mantenimento. I giudici hanno chiarito che l’obbligo può cessare quando il figlio rifiuta offerte di lavoro compatibili con il suo profilo, interrompe gli studi senza giustificazione e mantiene un atteggiamento negligente o dilatorio. L’inerzia, insomma, non è più tollerata. La responsabilità personale diventa un elemento decisivo.

Un altro punto centrale riguarda la definizione di “autosufficienza economica”.

 

 La giurisprudenza distingue tra lavori saltuari, che non garantiscono stabilità e non fanno cessare il mantenimento, ed impieghi stabili o professionalmente significativi, anche a termine, che possono, invece, segnare l’autonomia. Il criterio non è solo la durata del contratto, ma la sua capacità di inserirsi in un percorso professionale coerente. L’iscrizione all’università non basta; il mondo universitario è uno dei terreni più delicati. Le Corti richiedono la regolarità negli esami e risultati proporzionati all’età. L’iscrizione formale non è sufficiente, serve un progetto formativo reale, non un alibi per prolungare la dipendenza economica.

La legge non fissa un’età massima per il mantenimento, ma la giurisprudenza parla spesso di ragionevole durata degli studi e ragionevole età per l’ingresso nel mondo del lavoro; oltre tali soglie il mantenimento può essere ridotto o eliminato, salvo situazioni particolari. Ogni caso viene valutato dal giudice nella sua specificità, considerando le condizioni economiche della famiglia, il contesto territoriale, il mercato del lavoro ed eventuali fragilità personali.

Nel nuovo orientamento sul mantenimento dei figli maggiorenni, pertanto, i genitori restano tenuti a sostenere i figli nel percorso verso l’autonomia, ma i figli devono dimostrare impegno, coerenza e partecipazione attiva.

L’orientamento della giurisprudenza è, pertanto, di equilibrio: tutela, ma anche fermezza, quando l’inerzia diventa scelta. I giovani non possono più considerare il sostegno economico come un diritto incondizionato, ma come un passaggio verso l’indipendenza.

 

Stella Siena

 

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