Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Dicembre 1920-2017

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Il 1° dicembre del 2008 a Casalnuovo (NA) venne ucciso il commerciante di prodotti agricoli e mangimi 62enne Raffaele Manna.

Venne rapinato da un gruppo criminale di quattro persone. Raffaele reagì all’aggressione colpendo uno dei ladri con un bastone di legno. I malviventi esplosero a questo punto proiettili calibro 7,65 verso Raffaele che rimase mortalmente ferito.

All'indomani dell'omicidio i carabinieri di Castello di Cisterna costituirono una task force comandata dal maggiore Fabio Cagnazzo e coordinata dal pm Salvatore Pisco. Catturati, gli assassini son stati giudicati con rito abbreviato. Due hanno ricevuto una condanna all'ergastolo, mentre altri due sono stati condannati a venti anni di reclusione.

Il 2 dicembre 1981 a Fasano (BR) moriva Palmina Martinelli, 14 anni. Fu bruciata viva per essersi rifiutata di prostituirsi.

Palmina Martinelli aveva solo 14 anni, viveva a Fasano (BR). Venne trovata ancora in fiamme dal fratello maggiore, Antonio, che rientrando sentì odore di bruciato e i suoi deboli lamenti. Palmina aveva cercato di spegnere il fuoco sotto la doccia, ma in quel momento mancava l’acqua.

Il fratello la caricò in auto, portandola subito in ospedale.

Morì dopo 22 giorni di sofferenza a causa della gravità e l’estensione delle ustioni.  Prima che morisse, un magistrato, munito di registratore, la interrogò, chiedendo cosa fosse successo e chi fosse stato. La ragazza era lucida, ancora in grado di capire e di rispondere, anche se con una voce appena percettibile, rispose “Alcool e fiammifero” e fece i nomi di due ragazzi all’epoca circa ventenni.

Di uno dei due, fece anche il cognome ed era il ragazzo di cui si era innamorata. Dell’altro, rispose “Non so”, conosceva solo il nome.

I due volevano costringerla a prostituirsi e lei si era fermamente ribellata e opposta. In seguito a varie udienze processuali, furono entrambi scagionati per insufficienza di prove e tutt’ora risultano persone libere. In aula venne anche fatto ascoltare il nastro registrato, ma alla conclusione del processo, si chiuse il caso come suicidio dovuto alla disperazione.

Il 2 dicembre 1991 a Cerignola (FG) fu assassinato Michele Cianci, commerciante 43enne.

Era un commerciante, proprietario di un negozio di armi e articoli sportivi; in un giorno qualunque si accorse di un tentativo di scippo ai danni di un anziano e si precipitò coraggiosamente in suo soccorso. 

Gli inquirenti collegarono l’omicidio di Michele allo scippo sventato la mattina, ma anche la famiglia di Michele e l'opinione pubblica era convinta che questo era il motivo. Ma la pista si è rilevata sbagliata. Solo anni dopo infatti, grazie alla testimonianza di due collaboratori di giustizia, si è scoperto che si trattava di un tentativo di rapina e il suo omicidio fu inserito nel maxiprocesso “Cartagine”. Le armi, infatti, servivano al clan della città e l’armeria di Michele era stata scelta perché era ben fornita, la più fornita. Il clan, infatti, era solito disfarsi subito delle armi utilizzate nei vari colpi e agguati per impedire agli inquirenti di scoprire collegamenti fra i vari delitti, quindi aveva bisogno di rifornirsi di nuove armi.

I due collaboratori di giustizia hanno dichiarato anche di aver partecipato direttamente sia alla decisione sia all’esecuzione della rapina. Il processo si è concluso con delle sentenze di condanna ai danni di cinque persone collegate al clan.

Il 4 dicembre del 1986 a Pianura, Napoli, venne ucciso l’agente di polizia Domenico Attianese, 45 anni.

Fu ucciso da due rapinatori durante una sparatoria. Quel giorno Attianese era a casa e fuori servizio e venne avvisato da un passante che in una gioielleria vicino casa era in corso una rapina. Attianese corse verso la gioielleria e sorprese i rapinatori in fuga dalla stessa: intimò loro di fermarsi, ma questi aprirono il fuoco contro il poliziotto che venne colpito prima di poter reagire. I rapinatori fuggirono subito dopo a bordo di un ciclomotore lasciato all’esterno del negozio.

Trentasette anni dopo, attraverso una nuova analisi delle prove scientifiche hanno consentito alla Procura di Napoli di acquisire nuovi elementi a carico di due indagati. A distanza di trentotto anni dai fatti uno dei due indagati è stato condannato a trent’anni di reclusione per l’omicidio di Domenico Attianese.

Il 5 dicembre del 2009 Taurianova (RC) venne ucciso il 18enne Francesco Maria Inzitari. 

Viveva insieme alla famiglia a Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria. La sera del 5 dicembre si trovava ad una festa insieme agli amici in una pizzeria di Taurianova: appena uscito dal locale alcuni killer lo uccisero con dieci colpi di pistola. Secondo gli inquirenti, l’omicidio di Francesco fu una vendetta nei confronti del padre, Pasquale Inzitari, imprenditore di Rizziconi, ex consigliere comunale e provinciale dell’Udc che, nel 2006, aveva permesso la cattura del boss Teodoro Crea.

Il 6 dicembre del 2004 a Casavatore (NA) venne ucciso Dario Scherillo, 26 anni.

Il sogno di Dario era servire lo Stato indossando una divisa ma, a causa di un grave incidente stradale, era stato esonerato dal servizio di leva. Era felicemente fidanzato da otto anni. Da due mesi aveva aperto un’agenzia di pratiche automobilistiche che gestiva insieme ai suoi fratelli mentre invece suo padre era un funzionario della Motorizzazione civile. La sera del 6 dicembre Dario uscì dall’agenzia e salì sul motorino per andare a trovare un amico in via Segrè. Una volta arrivato a destinazione tuttavia sbucò all’improvviso una moto con a bordo due persone che aprirono il fuoco e lo ferirono mortalmente.

I sicari della camorra fecero fuoco contro il ragazzo scambiandolo per il vero obiettivo dell'agguato. 

In quel periodo era in corso nelle strade dell'area Nord di Napoli una sanguinosa faida tra clan: lo scontro tra la fazione dei "Di Lauro" e il gruppo degli "Scissionisti". Una guerra violenta e sanguinaria che colpì tante vittime innocenti che con quelle dinamiche e quegli ambienti non c'entrano nulla, ma proprio nulla. I nomi di Dario Scherillo, di Gelsomina Verde e di Attilio Romanò ne sono una tragica testimonianza. 

Nel 2019 il gip del Tribunale di Napoli ha ordinato una nuova archiviazione delle indagini per mancanza di imputati. Ad oggi quindi ancora non si conoscono i nomi degli assassini.

Il 7 dicembre del 1981 l’agente di polizia di 21 anni Ciro Capobianco divenne a Roma vittima del terrorismo nero.

Morì dopo essere rimasto ferito due giorni prima in una sparatoria con terroristi dei Nuclei Armati Rivoluzionari. L’autovettura di pattuglia con a bordo l’agente Capobianco e altri due poliziotti stava percorrendo la via Flaminia, quando, giunti al quartiere Labaro, gli agenti decisero di controllare quattro uomini seduti ad una panchina.

Gli agenti invertirono la marcia della vettura ma, prima che potessero tentare qualsiasi reazione, i quattro estrassero le pistole aprendo il fuoco contro di loro e costringendoli a scendere dalla Volante per rispondere. L’agente Capobianco venne colpito da un proiettile alla testa. Gli altri colleghi spararono a loro volta, uccidendo uno dei terroristi e ferendone un secondo. Gli altri tre fuggirono a bordo dell’auto di pattuglia, abbandonata pochi chilometri dopo. Il giorno successivo due dei terroristi coinvolti nella sparatoria al quartiere Labaro uccisero in via Marmorata a Roma il maresciallo dei Carabinieri Romano Radici e ferirono un poliziotto e una passante. Il terrorista ferito venne arrestato e collaborò con la Giustizia, uscendo di prigione dopo pochi anni. Un secondo è tuttora latitante.

L’8 dicembre 1946 a Palermo fu assassinato Raffaele Sicurella, 43 anni, maresciallo di pubblica sicurezza.

Prestava servizio presso il Commissariato di Pubblica Sicurezza “Porta Nuova” di Corso Calatafimi di Palermo.

Quel giorno fu comandato al servizio di ordine pubblico alla processione zonale della Madonna Immacolata. Quando il simulacro stava per rientrare nella chiesa dei Cappuccini venne attirato in un’imboscata e barbaramente trucidato con sei colpi di pistola, sparati a bruciapelo da uno sconosciuto, che fu visto riporre l’arma in tasca ed allontanarsi fra la folla. Nonostante le indagini, il responsabile non fu mai individuato.

Sicurala lasciò moglie ed otto figli, di cui due gravemente malati.

Il 9 dicembre del 2003 a Napoli lo studente 22enne Claudio Taglialatela fu ucciso durante un tentativo di rapina. Aveva appena finito il periodo di ferma militare come ausiliario dei carabinieri e frequentava l’università.

Quella sera a Napoli, sotto casa di un amico con cui aveva appuntamento. Lo aveva appena chiamato con il cellulare: «Sono qui sotto, scendi» fece in tempo a dire. Poi aggiunse: «Ci sono due tipi in motorino che non mi piacciono. Mi sembra che guardino male proprio verso di me. Faccio il giro dell’isolato e torno». Ma i due tipi erano due rapinatori e quando Claudio ingranò la marcia gli spararono. Il povero Claudio si accasciò sul volante, con il torace perforato. Morì poco dopo l’arrivo in ospedale.

Il presunto killer, trent'anni, venne fermato pochi giorni dopo il delitto. Morì suicida in carcere nel gennaio del 2005.

Il 9 dicembre del 2012 a Caserta venne uccisa la 27enne Giovanna De Lucia. Madre di tre figli, fu accoltellata dal marito Giovanni Venturato, suo coetaneo che tentò in seguito il suicidio colpendosi alla gola con lo stesso coltello. Prima della tragedia i coniugi vivevano ad Acerra.

Venturato quel giorno raggiunse Giovanna presso la casa della madre, dove si era trasferita dopo l’ennesimo litigio. Verso le 15:00 i due si appartarono in una stanza per discutere. Il secco rifiuto della moglie di tornare con lui divenne il pretesto per ucciderla. Venturato estrasse il coltello che aveva portato con sé e inflisse a Giovanna nove fendenti. Il trasporto in ospedale fu inutile per la donna, mentre l’uxoricida, giudicato guaribile in pochi giorni, venne fermato dai carabinieri di Maddaloni con l’accusa di omicidio volontario.

Il 1° luglio 2014 si concluse il processo nel tribunale di Santa Maria Capua Vetere con una sentenza di 30 anni di reclusione. La condanna fu confermata in Appello nel marzo 2016.

10 dicembre 1969 a Palermo si consumò la strage di Via Lazio: 4 morti, tra cui, vittime innocenti, Giovanni Domé, custode del cantiere, e Salvatore Bevilacqua, manovale che stava chiedendo un anticipo.

10 dicembre 1976 a Cittanova (RC) fu ucciso Francesco Vinci, 18 anni, per un errore, in un episodio legato alla faida di Cittanova.

Il 10 dicembre 1982 a Locri (RC) fu ucciso Francesco Panzera, insegnante e Vicepreside al Liceo Scientifico Zaleuco;

Il 10 dicembre 1993 a Napoli fu ucciso Vincenzo Vitale per impedirgli di partecipare ad un’asta pubblica. A seguito delle ferite riportate, il commerciante morì quattro giorni dopo in ospedale. Uomo onesto e coraggioso, Vincenzo non aderì alla minaccia che gli imponeva di astenersi da un'asta pubblica, indetta dal comune di Pimonte, per l'assegnazione di un lotto di terra. Successivamente si scoprì che l'appezzamento era occupato da persone legate alla camorra. L'episodio criminoso avvenne nel giardino di sua proprietà, dove Vincenzo trascorreva del tempo ogni mattino prima di raggiungere la sua attività di Pimonte. 

L’11 dicembre del 1980 a Pagani (SA) venne ucciso il sindaco Marcello Torre, 48 anni.

Appena eletto sindaco, si era schierato contro la camorra che stava cercando di ottenere il controllo del dopo-terremoto e dei fondi che sarebbero arrivati per la ricostruzione: «si era impegnato a fare pulizia e a non guardare in faccia a nessuno, compresi i finti terremotati. Due killer esplosero decine di colpi di lupara che raggiunsero l’auto guidata da un conoscente con cui Marcello stava rientrando a casa. Poco più di cinque mesi prima, in piena campagna elettorale, Torre aveva scritto. «Temo per la mia vita. Torno nella lotta soltanto per un nuovo progetto di vita a Pagani. Sogno una Pagani civile e libera». Nel 2001 Raffaele Cutolo fu condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio, sentenza confermata in Cassazione l’anno successivo.

Il 12 dicembre del 1975 a Reggio Calabria venne uccisa Giuseppina Utano. Aveva soltanto 3 anni quando rimase vittima di un agguato diretto al padre.

Fu colpita alla testa dai pallettoni indirizzati al padre, guardaspalle del boss di San Giovanni di Sambatello. Nell’agguato rimase gravemente ferita anche la madre della piccola, in avanzato stato di gravidanza. L’intera famiglia era in auto quando fu investita dai colpi esplosi probabilmente da più di un killer.

Gli assassini della piccola non sono stati mai identificati.

Per chi ancora pensa che “le mafie non uccidono donne e bambini”.

Il 12 dicembre del 1994 a Pianura (NA) venne uccisa Palma Scamardella, 35 anni. 

Poco dopo le 14.00, Palma era sulla scala esterna della sua abitazione quando fu colpita alla testa da un proiettile. Il colpo fu fatale. La donna perse la vita per mano criminale pur essendo estranea agli ambienti della malavita.

Solo dopo si venne a sapere cosa fosse successo. Fu vittima di uno scambio di persona. La villetta nella quale viveva era divisa in due parti tenute tra loro da una scala centrale. Da una parte la famiglia di Palma, “persone normali”, dall’altra vi erano appartenenti al clan di Lago che in quel periodo si contendeva il territorio di Pianura. Le scale erano ricolme di cespugli e, un clan rivale ai vicini di casa, attendevano all’esterno della villa per un agguato. Vedendo una sagoma muoversi dietro il fogliame, i sicari spararono senza preoccuparsi di chi ci fosse dall’altra parte.

A oggi non sono stati individuati i mandanti e gli esecutori dell’assassinio di Palma. Le indagini hanno comunque portato al riconoscimento di Palmina Scamardella quale vittima innocente della criminalità organizzata e in sua memoria è stata costituita un'associazione.

Il 13 dicembre del 1990 la studentessa 22enne di Conegliano, Cristina Pavesi, mentre tornava a casa in treno da Padova, perse la vita a causa della deflagrazione di una bomba lanciata dagli uomini della banda di Felice Maniero, “Faccia d’angelo”, boss della mala del Brenta, contro un treno portavalori che transitava parallelamente a quello in cui viaggiava Cristina.

Il treno era stato bloccato per compiere una rapina al vagone postale e i criminali diedero il via ad una sparatoria con gli uomini della Polfer. Si decise allora di usare il tritolo, piazzato sui binari, per spezzare in due il convoglio e impadronirsi dei valori del vagone blindato. Al momento dello scoppio passò l’altro treno, quello di Cristina Pavesi, quello che non sarebbe mai giunto a destinazione. La studentessa morì sul colpo. Inutili i soccorsi.

Il 14 dicembre del 1988 a Palermo l’imprenditore 60enne Luigi Ranieri fu ucciso in un agguato davanti alla sua villa perché non voleva assoggettarsi al sistema degli appalti controllato da “Cosa Nostra”. La resistenza di Ranieri alle pressioni mafiose fu confermata da vari pentiti. Luigi venne assassinato perché aveva rifiutato di rinunciare all’appalto pubblico per la realizzazione di una scuola a Caltanissetta, lavoro che Riina aveva promesso (in cambio di oltre 200 milioni) a un’altra impresa.

Nel 1996 Riina fu condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio di Ranieri, grazie anche alla testimonianza di diversi collaboratori giustizia, tra cui Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Leonardo Messina e Balduccio Di Maggio.

Il 15 dicembre del 1983 nel Rione Siberia, un quartiere popolare non lontano dal carcere di Poggioreale, Luigi Cangiano, un bambino di 10 anni, rimase ucciso nel corso di un conflitto a fuoco.

Poco dopo le nove di sera Luigi uscì casa per incontrare gli amici. Mentre il gruppetto si riuniva, la Polizia ed una banda di spacciatori cominciarono a fronteggiarsi in un conflitto a fuoco.

Tre agenti della Sezione Narcotici della Squadra Mobile della Questura di Napoli, in abiti civili, bloccarono due persone (una di queste era proprio il fratello maggiore di Luigi), trovate in possesso di droga e con in auto anche una pistola. Gli agenti procedettero alla identificazione degli spacciatori, ma proprio in quel momento da un pianerottolo vicino alcuni sconosciuti aprirono il fuoco. Gli agenti risposero con le pistole di ordinanza. Alla fine dell'intensa sparatoria, ci si accorse che a terra era rimasto il piccolo Luigi. Trasportato immediatamente nell'ospedale ''Nuovo Pellegrini'', il piccolo morì’ alcuni minuti dopo il ricovero.

Il 16 dicembre 1996 da Lamezia Terme scomparve Gennaro Ventura, 28 anni, fotografo, ex carabiniere.

Il corpo fu ritrovato nel 2008. Fu ucciso perché da carabiniere aveva contribuito all’arresto di un esponente di spicco di una cosca mafiosa lametina.

“Da carabiniere, qualche anno prima aveva contribuito a individuare un giovane picciotto del clan come responsabile di una rapina. Era il luglio del ’91 e il giovanissimo Ventura era in servizio a Tivoli. Lontano dalla Calabria delle faide, la famiglia lo pensava al sicuro. Eppure, proprio lì, incrociò il destino di Raffaele Rao, giovanissimo compaesano, che “studiava” da picciotto. Per ordine del clan, il 15 luglio del ‘91 aveva rapinato un perito chimico del Tribunale di Roma di un importante quantitativo di eroina e cocaina. Ma proprio mentre si allontanava dall’appartamento dell’uomo, Rao si era scontrato con Ventura, la cui testimonianza fu fondamentale per arrivare all’individuazione e alla condanna del giovane. E questo il clan non glielo perdonò mai. Sette anni dopo, venne individuato l’ex carabiniere proprio a Lamezia Terme e gli fu presentato quel conto rimasto in sospeso da anni.”(Repubblica.it)

Il 17 dicembre del 1980 a Giugliano (NA) venne uccisa l’insegnate 25enne Filomena Morlando. 

Fu assassinata a pochi passi dalla sua abitazione mentre rincasava. Tra le poche centinaia di metri che la separavano da via Monte Sion, la giovane donna si trovò coinvolta in una sparatoria tra appartenenti a bande rivali della camorra locale. La giovane fu colpita alla testa da un proiettile e si accasciò al suolo a causa della ferita che ne causò il decesso pressoché immediato.

Per troppo tempo la stampa ha ingiuriato il nome e la storia di Mena parlando del suo caso nei termini di un omicidio passionale. I familiari, su tutti il fratello Francesco, si sono battuti negli anni perché Mena fosse riconosciuta quale vittima innocente di camorra. Il magistrato Raffaele Cantone ha adottato questa terribile vicenda e nel corso di numerosi interventi pubblici e nel libro "Solo per giustizia" ha sempre sottolineato la matrice camorristica dell'assassinio di Mena.  

La dinamica dei fatti non è mai stata ricostruita in un processo.

Il 17 dicembre del 2005 a Capodichino venne ucciso Giuseppe Riccio, pizzaiolo di 26 anni, in un raid contro il proprietario della pizzeria dove lavorava.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sembra che la sera precedente dei balordi fossero arrivati con un’auto e due moto davanti al locale. Ripresi dal titolare, che era uscito fuori perché i veicoli parcheggiati davanti all’ingresso ostruivano il passaggio, avevano reagito pretendendo di farsi servire fuori dal locale; al suo rifiuto la decisione della vendetta. Tornarono almeno in otto, armati con spranghe e una pistola e aggredirono titolare e dipendenti. Furono sparati vari colpi di pistola, tre dei quali colpirono Giuseppe. Era padre di un bambino di pochi mesi.

Nei processi di primo e secondo grado tre pregiudicati, individuati come autori dell’omicidio di Giuseppe, furono condannati all’ergastolo. La condanna venne ridotta a 28 anni, dalla Corte di Cassazione, con la motivazione della mancanza della premeditazione.

Il 18 dicembre del 1982  a Castrolibero (CS) venne ucciso l’imprenditore  Mario Dodaro, 43 anni.

Quella sera stava rientrando dal suo salumificio quando fu affrontato davanti casa, a Castrolibero, da alcune persone, una delle quali armata di pistola. Dodaro aveva un borsello con l’incasso della giornata. Pare reagì. Chi era armato sparò. Dodaro, preso al collo, giunse cadavere all’ospedale di Cosenza intorno alle 20.45, dove era stato portato da alcuni parenti. Il borsello rimase per terra. Nessuno lo prese.

Mario Dodaro era un personaggio in vista in città ed era uno dei più noti imprenditori della provincia. Ma era anche un uomo che, proprio perché si era fatto da sé, rifiutava i compromessi e soprattutto aveva sbattuto la porta in faccia agli uomini del racket che erano andati a chiedergli duecento milioni di lire come acconto per la sua sicurezza.

Il caso è stato archiviato e giustizia non è mai stata fatta.

Il 19 dicembre del 1995 a Somma Vesuviana (NA) venne ucciso il finanziere Angelo Prisco, 28 anni.

Fu ucciso in una radura all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio. Il militare venne ritrovato in una località impervia, colpito a morte da una rosa di pallini esplosi da breve distanza.

Per molto tempo si è pensato che l’assassinio di Angelo fosse stata opera di due bracconieri, cacciatori di frodo magari scoperti dal finanziere durante una delle sue passeggiate in montagna. Tuttavia i due bracconieri fermati sono stati, dopo molti gradi di giudizio, prosciolti. Ad oggi non esiste ancora una verità giudiziaria sulla morte di Angelo, ma proprio il suo impegno contro il bracconaggio (più volte il finanziere aveva personalmente denunciato alcuni cacciatori e pare certo che la cosa avvenne anche il mattino del giorno in cui fu ucciso), ha spinto la famiglia a chiedere la riapertura del caso.

Il 20 dicembre del 1987 a Torre del Greco (NA) venne ucciso il sotto ufficiale di polizia in pensione Aniello Giordano, 63 anni. 

Si trovò coinvolto in una sparatoria di camorra all’interno del mobilificio “2P” di Torre del Greco.  Si trovava lì per acquistare un salotto per il figlio, sposato da poco, quando due uomini armati fanno irruzione nel locale. Un terzo rimase all’esterno di vedetta. Pochi attimi e i malviventi aprirono il fuoco. L’obiettivo dell’agguato avrebbe dovuto essere il titolare del mobilificio, Pasquale Polese, 33 anni, bersaglio dei clan per la sua scelta di non pagare il pizzo. Il titolare, il cognato di questi, Ciro Izzo, di 36 anni, un dipendente, il 48enne Giuseppe Russo, rimasero feriti dalle pallottole esplose. Aniello Giordano, ferito più seriamente, morì qualche giorno dopo il ricovero presso l’ospedale “Maresca”.

A distanza di 37 anni non si conoscono ancora i nomi degli assassini di Aniello, anche se questo non ha fermato la sete di giustizia e di verità dei suoi cari.

Il 21 dicembre del 1989 a Bianco (RC) venne rapito il florovivaista Vincenzo Medici di 64 anni. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Era proprietario, insieme al fratello Filippo, di un’azienda florovivaistica di Bianco, un’azienda considerata all’avanguardia e che dava lavoro a molte persone della zona.

Fu rapito, mentre era al lavoro, da quattro uomini armati e mascherati. Con questo rapimento lo Stato inaugurò la linea dura bloccando tutti i beni della famiglia per impedire il pagamento del riscatto, un intervento che forse chiuse ogni spiraglio di trattativa. Di lui la sua famiglia non ha saputo più nulla, il suo corpo non è mai stato ritrovato. Dopo pochi anni l’azienda fu chiusa.

Il 22 dicembre 1962 Maria e Natalina Stillitano, di 22 e 21 anni, vennero uccise a Gioia Tauro per una vendetta.

Maria si trovava a casa insieme alla sorella Natalina, intente nel loro lavoro di sarte, quando bussò alla porta Domenico Maisano, zio di Martino Seva, finito in sedia a rotelle dopo un “duello d’onore” con Antonio Stillitano, zio delle ragazze. L’uomo, che aveva giurato di sterminare l’intera famiglia del responsabile, non appena Maria spalancò la porta, le scaricò addosso una fucilata, uccidendola. Dopo aver fatto irruzione nel locale, chiese a Natalina dove si trovasse il padre Francesco ma questa, in preda allo shock, non riuscì a rispondere. Quindi l’uomo le scaricò tutti i proiettili della sua pistola addosso. Alla ragazzina quindicenne che era con loro, estranea alla famiglia, riservò solo tre pallottole alle gambe.

Il 23 dicembre 1984 avvenne la Strage del DD Napoli-Milano.

L’attentato venne compiuto domenica 23 dicembre 1984, nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Intorno alle 19:08, il convoglio fu dilaniato da un’esplosione violentissima mentre percorreva la Direttissima in direzione Nord, all’interno della Grande Galleria dell’Appennino, in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h.

L’ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze di Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel per massimizzare l’effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d’aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. L’esplosione causò 15 morti (più un altro successivo per i traumi) e 267 feriti.

Morirono: Giovanni de Simone, 4 anni, Anna de Simone, 9 anni, Federica Taglialatela, 12 anni, Susanna Cavalli, 22 anni, Valeria Moratello, 22 anni, Pier Francesco Leoni, 23 anni, Luisella Matarazzo, 25 anni, Anna Maria Brandi, 26 anni, Abramo Vastarella, 29 anni, Carmine Moccia, 30 anni, Angela Calvanese, 33 anni, Nicola de Simone, 40 anni, Maria Luigia Morini, 45 anni, Gioacchino Taglialatela, 50 anni, Giovanbattista Altobelli, 51 anni, Lucia Cerrato, 66 anni, Giovanni Calabrò, 67 anni.

Il 23 dicembre 1998 ad Orgosolo (NU) venne ucciso Graziano Muntoni, sacerdote di 57 anni.

Fu ucciso la mattina del 24 dicembre mentre stava andando in chiesa per celebrare la messa mattutina. Si prodigava con i giovani affinché abbandonassero la legge dei “balentes” e abbracciassero la non violenza. Si presume che sfidasse il racket e per questo fu condannato a morte.

Era ancora buio a Orgosolo quando Don Graziano aveva lasciato la sua casa per andare in parrocchia, dove avrebbe dovuto celebrare la Messa mattutina. A due passi dalla chiesa, nascosto dietro una casa, l’aspettava il suo assassino che, con un colpo di fucile, uccise il povero viceparroco di Orgosolo.

Don Graziano faceva un lavoro diverso dagli altri preti: aiutava coloro che venivano rapiti, era il prete dei giovani, insegnava i valori profondi della fede come la fratellanza, l’amore e la non violenza, cercando di eliminare ogni sorta di faida presente nel paese. Per tutta la Sardegna Don Graziano Muntoni è più vivo che mai nei ricordi della famiglia, dagli alunni, dalla comunità intera. 

Il 25 dicembre del 1981 venne ucciso a Bagheria (PA) Onofrio Valvola, 62 anni nella Strage di Natale.

Un commando di killer composto da 4 uomini armati di mitra e pistole calibro 38 trucidò due membri di una cosca rivale, Biagio Pitarresi e Giovanni Di Peri. Onofrio fu un involontario testimone dell’accaduto e una delle tante vittime innocenti della seconda guerra di mafia.

Il 26 dicembre 1920 a Casteltermini, in provincia di Agrigento venne ucciso Giuseppe Zaffuto, segretario della sezione locale del PSI. Quattro persone mai identificate lanciarono una bomba all'interno della sezione di via Nazario Sauro dove era in corso una riunione. Insieme a Zaffuto morirono anche Gaetano Circo, Calogero Faldetta, Carmelo Minardi e Salvatore Varsalona, contadini iscritti alla sezione. Vittime innocenti di mafia.

Giuseppe Zaffuto morì sul colpo. Carmelo Minardi, contadino, si spense poco dopo all'ospedale dello Spasimo di Palermo dove era stato trasportato. Il contadino Salvatore Varsalona, sposato con Caterina Tagliarino, morì il giorno dopo nella sua casa, e non ricoverato in ospedale, perché intrasportabile. Molti anni dopo, nel 1988, suo nipote Filippo diventerà sindaco di Casteltermini.

Successivamente, per le ferite riportate, morirono anche i contadini Calogero Faldetta, che si spense il 31 dicembre 1920 presso la clinica Orestano di Palermo, e Gaetano Circo, sposato con Maria Lo Presti, che morì il 4 febbraio 1921 presso l'Ospedale Civico di Palermo, dove era stato trasportato.

Numerosi furono i feriti, tra i quali Gaetano Spoto e Vincenzo Varsalona, che rimasero gravemente invalidi per tutta la vita a causa delle numerose ferite riportate alle gambe.

Dall'accertamento compiuto dai carabinieri, incaricati di indagare sul grave attentato, risultò che l'atto criminale venne compiuto dalla mafia della Valle del Platani, "perché le cooperative agricole socialiste avrebbero provocato la fine dei campieri della mafia che indisturbati imperavano su tutte le campagne e su tutti i proprietari".

Tuttavia, nonostante le indagini accurate dei carabinieri, i responsabili dell’attentato non vennero mai individuati e la strage è rimasta impunita.

Il 27 dicembre del 1989 a Messina morì Provvidenza Bonasera, 65 anni, colpita per errore durante un raid.

Al villaggio Aldisio, quartiere di Messina, quel giorno, vicino al capolinea dell’autobus numero 2, la povera 65enne Provvidenza Bonasera stava facendo la spesa nel supermercato Despar, che apparteneva ai genitori del boss mafioso Pippo Leo, la vittima designata dei killer della fazione avversa. Quattro sicari armati arrivarono davanti al supermercato, scesero dall’auto, una Giulietta poi ritrovata bruciata, con i volti coperti da passamontagna, e cominciarono a sparare all’impazzata con un fucile a canne mozze, per eliminare Leo. Stile Chicago anni 30. Ma lui riuscì a salvarsi mentre cinque persone, ben cinque persone, tra clienti del market e passanti, rimasero feriti. Provvidenza fu ricoverata per mesi in ospedale, soffrendo atrocemente per le ferite ad una gamba, fino a morire il 27 dicembre dello stesso anno.

Il 29 dicembre del 1967 a Torre del Greco venne ucciso Giuseppe Piani, appuntato dell’arma dei Carabinieri.

Sarebbe dovuto andare a festeggiare, insieme alla moglie e le due figlie, il capodanno dai suoi genitori a Santa Teresa di Riva, in provincia di Messina, ma quel pomeriggio gli spararono alle spalle.

Era alla guida della sua Fiat 500, non essendoci auto di servizio disponibili, e stava trasportando, insieme al brigadiere Antonio Pizza, un pregiudicato che avrebbe dovuto scontare dieci giorni di carcere. Lo avevano tratto in arresto presso un negozio di barbiere e lo stavano conducendo in caserma; il pregiudicato si era arreso subito, non aveva opposto resistenza, e vista l’esiguità della pena da scontare non ritennero né di mettergli le manette, né di perquisirlo. Un errore, perché il pregiudicato aveva con sé una pistola, che costò la vita a Giuseppe Piani, mentre il brigadiere Pizza, nonostante fosse stato colpito in maniera grave, si salvò.

Il 29 dicembre 1991 a Taranto venne uccisa Giovanna Stranieri, 24 anni. 

Diplomata in ragioneria e in attesa di trovare un lavoro, quel giorno stava passeggiando con un’amica nella sua Taranto, quando alcuni proiettili vaganti la colpirono. La folla presente pensava si trattasse di petardi esplosi in occasione dei festeggiamenti del prossimo Capodanno ma Giovanna morì poche ore dopo in ospedale. A sparare fu un uomo fuggito probabilmente a bordo di una «Vespa» bianca.

Secondo quanto emerse sin dalle prime indagini, avrebbe litigato con un conoscente mettendo poi mano alla pistola. Ai primi colpi, le ragazze hanno tentato di rifugiarsi in un bar. Carmela Bruno si è accorta che la sua amica era stata colpita solo quando l’ha vista stramazzare. 

La vittima predestinata era il pregiudicato Umberto Galiano e il presunto killer Carmelo Fuggetti. Quella maledetta domenica mattina entrambi erano riusciti a fuggire e, solo un anno dopo, Fuggetti verrà fermato per omicidio.

Il 30 dicembre del 2017 l’84enne Anna Rosa Tarantino venne uccisa a Bitonto (BA).

Fu freddata durante uno scontro a fuoco tra bande criminali rivali mentre camminava ignara in una strada del centro storico di Bitonto. Quando passeggiare diventa una colpa…

Nel 2020 La Corte di Assise di Appello di Bari ha confermato, riducendo in parte le pene, le nove condanne inflitte nei confronti di pregiudicati dei clan Conte e Cipriano di Bitonto imputati per i quattro agguati mafiosi nell’ultimo dei quali, all’alba del 30 dicembre 2017, rimase uccisa per errore l’anziana sarta Anna Rosa Tarantino. I giudici hanno confermato la condanna a 20 anni di reclusione per il boss Domenico Conte, ritenuto mandante del delitto, per Cosimo Liso e per Alessandro D’Elia. Ridotte le pene nei confronti degli altri sei imputati: Francesco Colasuonno e Rocco Mena (da 6 a 4 anni), Benito Ruggiero (da 6 anni e 8 mesi a 4 anni e 6 mesi), Michele Rizzo (da 3 anni e 4 mesi a 2 anni), i «pentiti» Michele Sabba e Rocco Papaleo, esecutori materiali dell’omicidio Tarantino (da 14 anni a 13 anni e 8 mesi di reclusione per esclusione dell’aggravante mafiosa). I giudici hanno confermato anche le condanne al risarcimento danni nei confronti delle costituite parti civili, i familiari della vittima, il Comune di Bitonto e l’associazione Antiracket.

Il 31 dicembre del 2007 Giuseppe Veropalumbo, carrozziere di 30 anni, venne ucciso a Torre Annunziata.

Durante i festeggiamenti per il Capodanno 2008, Giuseppe era con la sua famiglia nell’abitazione di via Vittorio Emanuele. Prima della mezzanotte venne esploso da ignoti il proiettile che lo uccise.

Il 31 dicembre del 2008 Nicola Sarpa, 24 anni, venne ucciso a Napoli da un proiettile vagante.

Stava festeggiando la sera di capodanno con la sua famiglia e si affacciò al balcone per far rientrare in casa il fratellino di 8 anni che si trovava in cortile a giocare con gli amici. In una casa poco distante, Manuela Terracciano, figlia del boss Salvatore, decise di festeggiare l’arrivo del nuovo anno esplodendo alcuni colpi di pistola in aria: uno di questi colpì Nicola e la corsa in ospedale si rivelò inutile;

Il 31 dicembre del 2010 Carmine Cannillo, operaio di 39 anni, venne ucciso ad Orta di Atella (CE)

Aveva deciso di festeggiare l’arrivo del nuovo anno a casa di amici, a Crispano. Verso mezzanotte, Carmine e il figlio piccolo si spostarono in cortile per guardare meglio lo spettacolo offerto dai fuochi. Proprio nel giardino antistante l’abitazione, l’operaio edile venne colpito a morte da un proiettile vagante. 

Il 31 dicembre del 2015 Maikol Giuseppe Russo, venditore ambulante di 27 anni, venne ucciso a Napoli. Fu raggiunto mortalmente da un proiettile vagante sparato durante una stesa all’interno di un bar di Piazza Calenda a Forcella.

 

Francesco Emilio Borrelli

 

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