Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Cola di Rienzo: il tribuno augusto del basso Medioevo

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Il saggio monografico su Cola di Rienzo del medievista Tommaso Di Carpegna Falconieri, pubblicato dalla Salerno Editrice per la collana Profili nel 2024, è una nuova edizione, dato che la prima venne pubblicata nel 2002.

Questa edizione aggiornata presenta delle aggiunte nelle diverse parti testuali delle note e nell’ultimo capitolo, che è dedicato alla fortuna che ha avuto Cola di Rienzo nella cultura italiana dal Trecento fino ad oggi. Biografia che Di Carpegna Falconieri ha suddiviso in nove capitoli, di cui i primi otto, seguendo un andamento cronologico della vita del tribuno, vanno dalla nascita fino alla sua morte (1313-1354).

L’ultimo capitolo, il nono, intitolato appunto Il mito di Cola, si concentra sull'evoluzione che ha avuto la figura di Cola di Rienzo, sia dal punto di vista storiografico che letterario, tramite opere letterarie, musicali e storiche.

Nel corso dell’Ottocento Cola viene personificato come un perenne precursore dell’unità italiana. Immagine stereotipata, che di fatto è una stortura di quello che in realtà è stato Cola di Rienzo, che solo l’acribia della storiografia può provare a descrivere, collocando la complessa figura di Cola di Rienzo in un preciso contesto storico, sociale, economico e culturale che ne ha determinato la personalità, l’attività di uomo di cultura, nonché la sua azione politica.

Infatti il merito della ricerca Di Carpegna Falconieri è proprio quello di collocare la complessa vicenda di Cola di Rienzo all’interno del contesto socio-economico di Roma.

 

All’epoca della nascita di Cola (1314), l’Urbe era contraddistinta, dal punto di vista sanitario, da ricorrenti carestie, epidemie e da un conseguente calo demografico.

Dal punto di vista economico, la Roma del primo decennio del Trecento era contraddistinta da una congiuntura economica negativa a causa dello spostamento della sede papale ad Avignone. In età medievale, scrive L’Autore, la città doveva il suo maggior profitto economico a quel che potremmo definire “turismo religioso”, ossia grandi flussi di pellegrini che visitavano le basiliche e i luoghi in cui erano depositate le reliquie dei martiri cristiani.

Secondo Di Carpegna Falconieri l’economia romana si impostava in base a due livelli: il primo era contraddistinto dal settore manifatturiero per la produzione di beni di consumo necessari per la sussistenza dei fedeli che confluivano nell’Urbe; ad un secondo livello c’erano i servizi che ruotavano sempre intorno ai pellegrini. In tale cornice, la figura del papa era obbligatoria per suggellare la centralità di Roma nella società cristiana medievale.

Questo suggerisce di quanto la società italiana fosse imperniata da una profonda ideologia di carattere mistica e religiosa.

Fu proprio la cattività avignonese la condizione necessaria per l’attività politica di Cola di Rienzo con «la lontananza del pontefice da Roma avrebbe portato Cola a compiere la sua prima ambasceria, nella quale si chiedeva il giubileo per l’anno 1350: gli avrebbe consentito di instaurare per due volte un regime popolare nel quale egli era l’incontrastato signore [...]» (p. 17).

Lontananza del papato da Roma che già dal XII secolo aveva legittimato l’istituzione del Comune di Roma, elevato al rango di depositario, grazie all’arrivo di Ludovico il Bavaro nel 1328, dei diritti imperiali che potevano essere utilizzati a suo piacimento.

L’ideologia di Cola di Rienzo ruotava intorno alla commistione di questi due concetti di primato di Roma: quello imperiale e quello petrino. Il lavoro di Di Carpegna Falconieri non può prescindere dall’analizzare il rapporto tra Cola di Rienzo e Francesco Petrarca. In modo particolare, l’Autore si fa sostenitore della tesi secondo cui il primo incontro di persona tra i due avvenne nell’autunno del 1342 ad Avignone, in occasione dell’ambasciata di Cola, in qualità di oratore del Comune di Roma, presso il neoeletto pontefice Clemente VI.

Per addurre ciò, Di Carpegna Falconieri si basa su una lettera di Petrarca inviata proprio al futuro tribuno. Rapporto amichevole che si instaurò tra i due, grazie alle stesse affinità intellettuali e politiche per cui i loro interessi avevano per oggetto la rinascita di un passato della Roma imperiale, visione questa suggestionata grazie alla comune lettura dell’opera storica di Tito Livio.

Ma le differenze tra i due, fa notare l’Autore, furono ben evidenti. Il classicismo di Cola di Rienzo era connaturato da una forte matrice religiosa di tipo gioachimita, che ruotava intorno a un prossimo avvento della terza età dello spirito santo. Di contro, Petrarca, per quanto anche lui colto da aneliti religiosi, aveva un’idea di una nuova aetas fatta di pace e giustizia con al centro Roma, però secondo i valori della classicità pagana.

Durante l’effimera repubblica romana del 1347 guidata dal tribuno di Rienzo, il poeta gli scrisse un’oratoria nella quale inneggiava alla nuova aetas della Roma repubblicana. Cola veniva definito come un nuovo Romolo e autore della libertà di Roma, in cui lo stesso Petrarca si candidava a intellettuale della neonata repubblica. Come scrive Carpegna Falconieri, fu proprio Petrarca l’autore della successiva mitografia che si ebbe su Cola di Rienzo.

 

Lorenzo Bravi

 

 

 

 

 

 

 

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