Quale contrapposizione tra natura e cultura?
Tale paradigma ci fa pensare che, nel mondo, gli esseri umani occupino un ruolo così speciale da consentir loro di dominare totalmente la natura e di servirsene ai propri scopi senza remora alcuna. Ciò perché vi sarebbe una radicale diversità tra una natura amorfa da un lato, che include ovviamente anche animali e piante, e il mondo umano dall’altro, che è invece padroneggiato dalla nostra mente. Se le cose stanno così, l’uomo ha il diritto di disporre totalmente della natura per perseguire i proprio fini, mentre la natura stessa ha un ruolo del tutto passivo giacché essa non ha “anima” o “spirito”, e neppure “mente”, per usare un termine più consono ai nostri tempi. L’ecologismo moderno e contemporaneo si è accorto dei danni che tale visione può causare. Anch’esso, tuttavia, è in fondo concorde circa la superiorità della dimensione umana, tant’è vero che parla spesso di “salvare” la natura. Il che significa che essa è pur sempre sottoposta al nostro volere.
In realtà non riusciamo a capire che tutti gli enti, siano essi animati o meno, fanno parte a pieno titolo dello stesso essere, e l’implicazione di questo fatto è chiara. Un danno subito da una qualsiasi parte della natura si ripercuote, inevitabilmente, su ogni altra parte, incluso quel mondo umano di cui proclamiamo sin troppo spesso la superiorità. Persino una componente che a noi pare inanimata - e che invece non lo è affatto - come la Grande barriera corallina australiana, è in grado di causare alla vita degli esseri umani danni enormi quando viene danneggiata o troppo sfruttata a fini turistici. Il filosofo Paul Feyerabend ha in più occasioni invitato a prendere in considerazione modi alternativi di concepire i rapporti tra natura e cultura, citando le visioni del mondo di popolazioni che noi liquidiamo in modo sbrigativo come “primitive”, con ciò sottintendendo che le loro visioni sono inferiori alla nostra. Non è detto, però, che tale opinione sia corretta. Se introduciamo una cesura netta tra l’essere umano da un lato, e tutto il resto (i non-umani) dall’altro, avremo quale conseguenza un mondo spaccato in due parti. Quella umana che domina e sfrutta, e la non-umana che viene dominata e sfruttata. Il problema è che, quando si superano certi limiti, la componente non-umana “si vendica” reagendo con violenza ai soprusi, anche se questo linguaggio metaforico può sembrare a prima vista eccessivo e privo di fondamenti razionali. Del resto già Max Weber aveva affermato che il benessere materiale indotto dal progresso scientifico non sempre, e non necessariamente, coincide con il benessere spirituale dell’individuo e del sistema sociale di cui fa parte. Anche se si tratta di una distinzione indubbiamente difficile da precisare in termini sia linguistici che concettuali. Ancora più importante è l’esame delle conseguenze che Weber attribuisce all’ascesa della scienza moderna. Com’è noto, tale ascesa porta a suo parere al cosiddetto “disincantamento del mondo”, con la conseguente esclusione degli elementi poetici e mitici dalla considerazione della realtà circostante. L’incompatibilità di fondo che egli individua è quella tra l’esigenza che il mondo e la vita possiedano un significato complessivo e coerente, e l’impossibilità di ricavare un simile significato ricorrendo soltanto alla scienza. In questo senso, la lezione weberiana è stata ripresa da numerosi pensatori contemporanei, non necessariamente di tendenze antiscientifiche.
Michele Marsonet
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La dicotomia tra “natura” e “cultura” ha dominato sin dai suoi inizi il pensiero occidentale. L’opposizione tra physis e logos era già presente nell’antica Grecia e, con la moderna rivoluzione scientifica essa ha assunto un peso sempre maggiore, sino a far diventare il naturalismo scientifico e filosofico un vero e proprio paradigma dominante, in particolare tra il ’500 e il ’600.