Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Intellegibilità del reale

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È un dato di fatto che il contrasto scienza/metafisica, così come è stato impostato da una parte almeno della filosofia del ’900, appare oggi assai meno netto rispetto a pochi decenni or sono. In particolare, risulta problematico stabilire dei criteri di demarcazione tra i due campi che siano, da un lato, adeguatamente precisi, e che godano dall’altro di un consenso sufficientemente vasto.

Con il fallimento dei tentativi volti a dimostrare che il mondo è una costruzione logica ottenibile da descrizioni semplici dei dati di esperienza, e la conseguente crisi del principio di verificazione, il problema di separare la scienza dalla metafisica ha manifestato di nuovo tutta la sua complessità.

Nel constatare che si verifica una relazione di feed-back tra scienza e metafisica, molti autori contemporanei sono dunque giunti alla conclusione che una linea di confine precisa tra i due campi non può essere tracciata. Notevole è il caso di Quine, che parla di continuità fra scienza e metafisica a causa dell’impossibilità di distinguere nettamente analitico e sintetico. Se le cose stanno così, metafisica e scienza sono contigue l’una all’altra, e i problemi metafisico-ontologici si possono affrontare usando lo stesso metodo che si impiega per trattare i problemi scientifici.

La metafisica si differenzia dalla scienza semplicemente perché usa categorie più generali di quelle utilizzate in ambito scientifico.

 

Si noti, a questo punto, che la metafisica diventa una disciplina di tipo anche (ma non soltanto) osservativo, nel senso che essa ha bisogno di ricorrere ad un’attenta fenomenologia delle caratteristiche più generali della realtà. La struttura della metafisica è come quella di un edificio molto complesso, dove il punto di partenza - le fondamenta dell’edificio - è dato dalla nostra esperienza globale e primaria del mondo.

Contrariamente a quanto si erano illusi di poter fare Bacone e Stuart Mill, non è possibile trovare delle regole per dedurre dai fatti le ipotesi universali. Queste ultime vanno piuttosto inventate.

La novità è costituita dal fatto che, oggi, occuparsi di problemi metafisici senza tener conto di quanto gli scienziati fanno è piuttosto arduo: la figura del metafisico che si propone di svelare la struttura della realtà ricorrendo soltanto alla ragion pura appare superata.

Naturalmente ciò non significa affermare che scienza e metafisica sono la stessa cosa. Più semplicemente significa riconoscere che, una volta appurato il fallimento del programma di eliminazione della metafisica, esiste un ambito d’indagine legittimo che non è identificabile in toto con quello scientifico, ma nemmeno è separabile da esso completamente a causa dei rapporti di feed-back cui prima si accennava.

L’orizzonte concettuale in cui si situa il problema dei rapporti (che non sono necessariamente conflittuali) tra scienza e metafisica ha dunque subìto dei drastici mutamenti nel corso degli ultimi decenni. In altre parole, dobbiamo chiederci se la scienza possa evitare di basarsi su certe presupposizioni che sono precostituite, e la risposta è che ciò non può essere. I continui mutamenti della visione scientifica del mondo dovrebbero invece indurci a riflettere sul carattere eminentemente storico dell’impresa scientifica. Da quanto detto finora si desume dunque che il nodo dei rapporti tra scienza e metafisica è molto complesso, e non si presta a strategie eliminative o riduzioniste come quelle elaborate da alcune correnti filosofiche del nostro secolo. Ad esempio, ai nostri giorni è in aumento il numero degli scienziati che attribuiscono alla natura caratteri di creatività, ragion per cui due dei quesiti che si pongono con maggiore frequenza sono: “Come possono i semplici processi fisici spiegare la continua creatività della natura?”, e “Esistono dei princìpi organizzativi di ordine superiore che danno forma a materia ed energia spingendole verso stati più elevati di ordine e di complessità?”. Solo di recente gli scienziati hanno cominciato a comprendere come complessità e organizzazione possono emergere dall’informe e dal caos, e ad ipotizzare la presenza di principi e processi di auto-organizzazione in ogni ramo della scienza.

Tutto ciò induce a parlare di un passaggio epocale dal paradigma newtoniano ad un nuovo paradigma, i cui contorni non sono ancora delineati con precisione, ma che sta prendendo sempre più piede. E’, questo, il background che spiega le continue sorprese che un filosofo educato alla scuola neopositivista trova oggi nei testi in cui gli scienziati espongono la loro visione del mondo.

Succede di trovare dei fisici teorici che aderiscono ad una visione tipicamente idealista della realtà. E anche in questo caso il filosofo che è stato educato sui testi neopositivisti non può che manifestare sorpresa, dal momento che i classici del neopositivismo non solo ritenevano che l’idealismo fosse il loro nemico naturale, ma affermavano pure che idealismo e visione scientifica del mondo sono tra loro incompatibili.

A un osservatore attento non sfuggirà che le questioni cui abbiamo appena accennato si collocano in un alveo tipicamente metafisico, riguardando proprio la natura della realtà in quanto tale. Esse nascono dalla ricerca scientifica pura, e rappresentano le conseguenze metafisiche che gli stessi scienziati cercano di trarre riflettendo sui risultati ottenuti. Chiedersi se la varietà delle forme e delle strutture naturali sia il risultato del caso oppure l’esito di un’attività creativa spinge a porre un ulteriore quesito: fino a che punto siamo autorizzati a supporre che lo stato attuale dell’universo sia in qualche senso frutto di predestinazione? Si tratta di domande che lo scienziato si pone, ma che riguardano certamente anche il filosofo, in quanto il problema del determinismo è da sempre una delle questioni centrali della metafisica.

 

Michele Marsonet

 

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