Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Da Cefis a Rutte e la profezia de Il Merda di Pasolini

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Il 6 novembre 2025, al Forum Industriale della NATO a Bucarest, Mark Rutte sale sul palco davanti a ottocento partecipanti provenienti da ventisei paesi. Tra il pubblico, oltre trecento rappresentanti dell'industria della difesa.

Il Segretario Generale parla e il tono non è quello della diplomazia: «Si stanno preparando per confronti a lungo termine. Non possiamo essere ingenui, dobbiamo essere preparati.» Poi incalza: «La minaccia russa non termina con la fine della guerra.

La Russia si convertirà in una forza destabilizzante in Europa e nel mondo». Insiste: «La Russia non è sola nel tentativo di minare le regole globali, collabora con la Cina, la Corea del Nord e l'Iran". Non analizza, non argomenta ma predica. Annuncia l'apocalisse come un pastore delirante che ammonisce il gregge. Il presidente rumeno Nicusor Dan chiude il cerchio: "Il riarmo non è un'opzione, è una necessità».

Il potere parla così oggi perché ha bisogno di predicatori invece che di politici. La risposta non sta in Rutte, ma nella società che lo ha prodotto. Cinquant'anni fa Pier Paolo Pasolini diagnosticò una mutazione antropologica che oggi si è compiuta. Il predicatore apocalittico non è un'anomalia ma è la forma adeguata del potere per una società culturalmente regredita. E Rutte ne è l’ultima versione.

 

La profezia de Il Merda

 

Nel 1975, pochi mesi prima di essere ucciso, Pasolini lavora a Petrolio, il romanzo incompiuto che doveva essere la sua opera definitiva. Tra le pagine emerge una “visione”, Il Merda non insulto ma diagnosi antropologica.

È l'italiano nuovo, prodotto dalla mutazione neocapitalista. Privato della cultura popolare tradizionale, rifornito di cultura di massa omologata e consumistica. Non legge, non critica, non ha memoria storica ma consuma merci, propaganda, emozioni preconfezionate. È manipolabile attraverso pulsioni primarie perché sistematicamente spogliato degli strumenti intellettuali che permetterebbero resistenza critica.

Negli Scritti Corsari Pasolini registra la dissoluzione delle culture popolari rurali e operaie sotto l'urto del consumismo: «Il consumismo ha distrutto gli italiani più di quanto abbiano fatto le guerre mondiali». Non nostalgia folklorica, ma registrazione di una mutazione che cancella le basi della coscienza critica.

Il cittadino diventa consumatore, l'elettore diventa spettatore, l'operaio cosciente diventa cliente passivo. La regressione non è accidentale. È funzionale. Il Merda è più controllabile del militante politico, dell'operaio sindacalizzato, dell'intellettuale critico. Non si organizza, non teorizza alternative, non costruisce solidarietà. Reagisce a stimoli emotivi immediati, paura, indignazione, identificazione tribale. Perfetto per una democrazia ridotta a spettacolo mediatico, dove il consenso si fabbrica attraverso shock emotivi e narrazioni semplicistiche. Cinquant'anni dopo, la profezia si è compiuta. Il Merda non è più avanguardia deviante ma è la norma antropologica occidentale. E il potere ha imparato a parlargli nella sua lingua.

Rutte può dire quello che dice, nel modo in cui lo dice, perché il pubblico al quale si rivolge è culturalmente regressivo. Non capisce complessità diplomatica, non tollera ambiguità, non processa informazioni articolate. Vuole narrazioni semplici, bene contro male, noi contro loro, sopravvivenza contro annientamento. Rutte gliele fornisce.

 

Quando il potere non predicava

 

Nel 1972, Eugenio Cefis pronuncia davanti all'Accademia di Modena una frase che diventerà leggendaria: "La mia patria si chiama multinazionale". Presidente dell'ENI dal 1967 al 1971, poi alla guida della Montedison fino al 1977, Cefis è uno degli uomini più potenti d'Italia.

Tessitore di reti che attraversano economia, politica, massoneria. Fondatore e ideologo della Loggia P2, la struttura segreta che condizionerà la vita italiana per tutti gli anni Settanta. Cefis stesso proviene dalla sovversione, ufficiale dell’esercito, divenne comandante partigiano nelle formazioni autonome “Fiamme Verdi”, composte in gran parte da ex militari, e operò nella zona dell’Ossola durante la breve Repubblica partigiana, alla cui difesa contribuì militarmente; anche Mattei partecipò alla resistenza nelle brigate Garibaldi in Lombardia, svolgendo ruoli di comando e mantenendo collegamenti diretti con le forze alleate per coordinare attività militari e logistiche.    Nel dopoguerra Cefis diventa braccio destro di Enrico Mattei, l'uomo che osa sfidare il sistema: indipendenza energetica italiana contro subordinazione atlantica, trattative dirette con paesi produttori contro intermediazione delle Sette Sorelle. Litigano, e Cefis si “allontana”.

Mattei muore nel 1962, il suo aereo precipita a causa dell’esplosione di un ordigno nascosto a bordo. Cefis “ritorna” e prende il controllo dell'ENI e rovescia quella politica “sovversiva” di Mattei. Chi aveva combattuto per la sovranità ora costruisce il potere multinazionale.

Quando dice "la mia patria è la multinazionale" non provoca ma descrive, con cinismo intellettuale, la realtà del potere transnazionale apolide che ha scelto di servire. Cefis può permettersi quella sincerità perché parla a un'élite culturalmente attrezzata per comprenderla. Non cerca consenso popolare diffuso. Non ha bisogno di mobilitare masse. Il suo potere opera attraverso consigli di amministrazione, logge massoniche, intrecci tra economia e politica. Funziona nell'ombra non per cospirazione, ma perché la società italiana ha ancora anticorpi critici che renderebbero pericolosa un'eccessiva visibilità. Pasolini capisce tutto questo.

Nel 1975 lavora ai “Lampi sull'ENI” che dovevano diventare parte di Petrolio, un'inchiesta romanzata sui traffici petroliferi, sui meccanismi del potere, sulle connessioni tra P2, capitalismo di stato e criminalità organizzata. Utilizza come fonte principale Questo è Cefis di Giorgio Steimetz, libro inchiesta pubblicato nel 1972 e immediatamente fatto sparire attraverso l'acquisto di tutte le copie disponibili. Pasolini è pericoloso perché ha la capacità di decodificare e rendere comprensibile al grande pubblico i meccanismi nascosti del potere.

Il 2 novembre 1975 viene ucciso all'idroscalo di Ostia. Doveva essere eliminato fisicamente perché la società poteva ancora ascoltarlo, capire, riflettere, fare confronti, dibattere, scegliere, protestare, ribellarsi.

 

Il manager dell'apocalisse

Chi è Mark Rutte: ex manager risorse umane di Unilever. Premier dei Paesi Bassi per quattordici anni, senza lasciare eredità politica riconoscibile. "Teflon Mark", così lo chiamano, impermeabile agli scandali. Nel 2020 il suo governo discrimina ventiseimila famiglie nello scandalo dei sussidi all'infanzia, usando profilazione etnica sistematica. Disoccupazione, divorzi, bancarotte. L'inchiesta parlamentare parla di "ingiustizia senza precedenti". Rutte si dimette, poi torna.

Nel 2022 emerge il Nokiagate: cancellava sistematicamente migliaia di SMS nonostante l'obbligo legale di conservazione, compresi messaggi sull'abolizione della tassa sui dividendi richiesta da Unilever. Nessuna conseguenza. Impermeabile. Perfetto. Cefis diceva «la mia patria è la multinazionale» a un'élite che capiva. Rutte predica "difendiamo le regole globali" a masse che hanno bisogno di manicheismo.

A Bucarest costruisce profezia apocalittica con meccanismi retorici precisi.

Primo: la minaccia è permanente. «La minaccia russa non termina con la fine della guerra». Non c'è possibilità di pace definitiva, solo gestione infinita dell'emergenza.

Secondo: l'ingenuità è peccato morale. «Non possiamo essere ingenui».

Chi cerca soluzioni diplomatiche, chi ipotizza compromessi, chi critica l'escalation militare è ingenuo, quindi colpevole.

Terzo: costruzione del blocco del male. Russia, Cina, Iran, Corea del Nord diventano entità unica, asse demoniaco che minaccia il mondo libero. Manicheismo puro: nessuna differenziazione geopolitica, nessuna analisi delle cause, nessun riconoscimento di responsabilità occidentali.                                              

Quarto: l'apocalisse è inevitabile. «Si stanno preparando per confronti a lungo termine».  La guerra diventa condizione ontologica, non scelta politica. Destino, non possibilità.

Quinto: esibizione della potenza come litania religiosa. «Tutta la NATO risponderebbe con la sua flotta di F-35, la sua capacità navale completa e il suo potere terrestre».

Non descrizione tecnica: ostensione. Come un sacerdote che mostra le reliquie, Rutte elenca gli strumenti della salvezza militare. Sesto: santificazione dei mercanti. Il discorso è pronunciato davanti a trecento rappresentanti dell'industria della difesa. «L'Alleanza ha bisogno della partecipazione dell'industria».

I profittatori della guerra vengono invitati nel tempio, benedetti come collaboratori necessari. Il sistema ha ormai cancellato ogni distinzione tra industria bellica e governo. In un grande paese europeo il presidente della federazione delle aziende dell'aerospazio e della difesa, contemporaneamente consulente del principale produttore nazionale di armamenti e presidente di una società che costruisce navi militari, diventa ministro della Difesa. Nessuno scandalo, nessuna incompatibilità percepita. Il conflitto di interessi è talmente normalizzato da essere invisibile.

 Chi rappresentava le lobby ora decide gli acquisti, le strategie, le missioni. La porta girevole tra industria bellica e governo è diventata porta unica. I mercanti non sono più solo invitati nel tempio, sempre più spesso sono i sacerdoti. Ma la predicazione serve uno scopo preciso. Da quel palco a Bucarest, davanti all'industria della difesa, Rutte sta normalizzando nell’opinione pubblica l'impegno del cinque per cento del PIL di ogni nazione in spese militari. A nocumento di welfare e ambiente.

La Russia ha la supremazia di armamenti nucleari sull'Europa da sempre, ha in mano la vera Apocalisse. L'Europa deindustrializzata, anche con nuovi trattati, non può colmare il divario. La soluzione venduta da Rutte non risolve la minaccia descritta. Ma svuota le casse pubbliche e alimenta i bilanci dell'industria bellica.

La rapina del secolo. Rutte, ex manager Unilever che vendeva prodotti alimentari altamente processati come nutrizione, ora vende riarmo impossibile come sicurezza. Stesso schema, diversa merce. Il venditore di pozioni magiche sa che la pozione non funziona. Ma sa per certo che Il Merda comprerà comunque. Il Merda non fa domande. Reagisce emotivamente, paura, indignazione, identificazione.

La NATO si è trasformata da decenni, ma pochi se ne sono accorti, altri fanno finta di non vedere, Il Merda se ne frega. Da alleanza difensiva nata per contenere l'espansione sovietica a istituzione teologica che produce narrazioni apocalittiche e legittima guerre infinite.

Le contraddizioni storiche vengono sistematicamente rimosse. Iraq 2003, invasione basata su prove false di armi di distruzione di massa, nessun mandato ONU, centinaia di migliaia di morti. Il rapporto Chilcot documenta tutto. Jugoslavia 1999: bombardamenti senza mandato ONU, violazioni del diritto umanitario. Afghanistan 2001-2021, rimossi i Talebani, venti anni, duemilatrecento miliardi di dollari, ritiro caotico, ritorno dei talebani. Fallimento strategico totale. Rutte non menziona nulla di questo.

La narrazione richiede purezza morale assoluta. Il Merda ha bisogno di certezze semplici, Rutte provvede ai suoi bisogni primari. Intanto esistono alternative di convivenza concrete che vengono sistematicamente oscurate, troppo rischioso parlarne. I BRICS riuniscono dieci paesi, Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Indonesia. Cinquantuno per cento della popolazione mondiale, quaranta per cento del PIL globale. Costruiscono un ordine multipolare, multirazziale, multiculturale, multireligioso, una cooperazione pacifica, rispetto delle sovranità nazionali e delle minoranze etniche, che insieme alla de-dollarizzazione progressiva che svincola dall'egemonia sempre più inconsistente del dollaro, dimostrano che relazioni internazionali non basate sul confronto permanente sono possibili nonostante le tensioni interne di ogni singolo paese.

Vengono ignorati dalla narrazione atlantica, perché riconoscerli significherebbe ammettere che l'apocalisse non è inevitabile. E l'apocalisse deve essere inevitabile perché Il Merda non sa vivere senza nemici assoluti.

Il presidente rumeno Dan pronunciando la frase definitiva «Il riarmo non è un'opzione, è una necessità», non offre una scelta politica ponderata ma un dogma indiscutibile, un sacramento. Chi lo rifiuta si pone fuori dalla comunità dei credenti. Rutte è il sommo sacerdote in carica di questa religione della guerra infinita.

 

La distanza percorsa

Mark Rutte non è il problema. È il sintomo. L'involuzione comunicativa rivela la tragedia: non è cambiata la natura del potere, è cambiata la natura della società. I Cefis potevano dire «la mia patria è la multinazionale» perché parlavano a élite colte.

I Rutte predicano apocalissi perché parlano a masse culturalmente regredite. Non importa se i Rutte siano cinici come i Cefis o autentici come il loro pubblico, la regressione del pubblico ha reso indistinguibili le due possibilità. Il sistema delle multinazionali apolidi non ha più bisogno di Cefis intellettualmente superiori, ormai può funzionare altrettanto bene con dei Rutte mediocremente adeguati. La vittoria del sistema non è aver conquistato il potere, quello lo ha sempre avuto, ma è aver annichilito le coscienze. Aver trasformato cittadini in consumatori emotivi. Aver reso impossibile il pensiero alternativo non attraverso la censura violenta ma attraverso l'atrofia culturale. I Cefis dovevano operare nell'ombra. I Rutte possono operare in piena luce. E non sono soli, da Bruxelles a Berlino, da Parigi a Varsavia, da Madrid a Roma, la classe dirigente europeista parla la stessa lingua, con variazioni di tono ma identica sostanza.

Alcuni predicano l'apocalisse, altri la gestiscono burocraticamente, ma tutti condividono la stessa narrazione: minaccia permanente, emergenza infinita, manicheismo geopolitico. Funzionano perché il Merda di Petrolio ha colonizzato l'intero continente, da Lisbona a Bucarest, e oltre. Questa è la misura della regressione. Questa è la distanza che noi Italiani abbiamo percorso dal 10 febbraio 1947, trascinati attraverso la fogna a stelle e strisce.

 

Luigi Speciale

 

 

Bibliografia

 

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Giannuli, Aldo. Borghesia di Stato. Milano: Chiarelettere, 2009.

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Lo Bianco, Giuseppe e Sandra Rizza. Profondo Nero. Milano: Chiarelettere, 2009.

Pasolini, Pier Paolo. Petrolio. Torino: Einaudi, 1992.

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Steimetz, Giorgio. Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente. Milano: Effigie, 2010.

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Watson Institute for International and Public Affairs, Brown University. Costs of War Project. https://watson.brown.edu/costsofwar/

 

 

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