Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Ottobre 1862-2019

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Il 1° ottobre del 1994 a Mileto (VV) morì il piccolo Nicholas Green, 7 anni, ucciso da una banda di rapinatori.

Era un bambino californiano di 7 anni in vacanza in Italia con la famiglia. Il 29 settembre stava viaggiando con i suoi genitori sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. I killer scambiarono la Y10 su cui stavano viaggiando per un portavalori obiettivo della loro rapina e un proiettile colpì il bimbo che dormiva sul sedile posteriore della vettura. Nicholas morì due giorni dopo nell’ospedale di Messina dove era stato ricoverato.

La vicenda ebbe un grande risalto mediatico non solo per la giovane età della vittima ma anche perché i genitori autorizzarono l’espianto e la donazione degli organi, pratica poco diffusa in Italia all’epoca.

Il 2 ottobre del 2003 a Bari venne ucciso il 15enne Gaetano Marchitelli.

Andava a scuola e la sera lavorava come garzone in una pizzeria del suo quartiere, il S. Lorenzo, in via Carbonara, per guadagnare una piccola paga che gli consentiva di non gravare troppo sulla sua famiglia. Quella sera, davanti a quella pizzeria, Gaetano si trovò nel mezzo di una sparatoria tra gruppi malavitosi rivali e rimase ucciso.

Poco dopo le 23.00, un commando armato scatenò l’inferno per colpire alcuni ragazzi del clan rivale fermi davanti al locale. Non appena la pioggia di proiettili finì, si scoprì che a terra era rimasto il 15enne, colpito alla schiena da uno di quei colpi destinati ad altri e che non gli lasciò scampo. Vittima innocente di una guerra per il controllo del territorio.

 

Grazie al racconto dei testimoni, fu possibile ricostruire l’accaduto, cominciando dai veri obiettivi, due fratelli che avevano usato Gaetano come scudo umano per pararsi dai colpi. Pezzo dopo pezzo, per l’omicidio furono condannati i due sicari e l’uomo che era alla guida dell’auto.

Il 3 ottobre del 1985 a Sant’Agata dei Goti (BN) venne ucciso a 35 anni il vice sindaco Angelo Maria Biscardi.

Venne ucciso per essersi ribellato al tentativo della camorra di entrare in possesso dei fondi stanziati dallo Stato per la ricostruzione post-terremoto. L'omicidio di Biscardi avvenne dopo una lunga serie di atti di criminalità che hanno interessato in quel periodo Sant'Agata dei Goti.

In un primo momento l'autore del delitto Biscardi venne indicato dagli inquirenti nella persona di un pregiudicato locale ritenuto affiliato ad un clan camorristico di Marcianise e già arrestato con accuse di racket. Le indagini, tuttavia, non approdarono a nulla perché, pochi giorni dopo quel 5 ottobre, anche il presunto killer venne ammazzato.

Il 26 settembre 2002 il prefetto di Benevento, ai sensi della Legge 20 ottobre 1990, n. 302, certificò che Angelo Maria Biscardi era «deceduto quale vittima della criminalità organizzata».

Il 23 marzo del 2019 l'Amministrazione Comunale di Sant'Agata de' Goti ha intitolato una piazza ed una stele ad Angelo Mario Biscardi.

Il 3 ottobre del 2020, nel 35esimo anniversario della sua morte, gli è stata intitolata la sala convegni e formazione degli uffici della provincia di Benevento.

Il 4 ottobre 2019 a Trieste vennero uccisi gli agenti di Polizia Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, 34 e 31 anni.

Furono uccisi all’interno della Questura di Trieste da Alejandro Stephan Meran, un pregiudicato di origine sudamericana.

Nel corso del loro servizio di volante, Rotta e Demenego avevano fermato Meran, accompagnandolo in Questura per degli accertamenti. Qui lo straniero, in un raptus di violenza, aggredì l’Agente Rotta, impossessandosi della sua pistola ed esplodendo numerosi colpi letali verso di lui e verso l’Agente Demenego, intervenuto in aiuto del collega.

Le accuse a carico di Alejandro Augusto Stephan Meran sono state di omicidio plurimo e tentato omicidio. Secondo il gip Massimo Tomassini, nonostante Alejandro fosse incensurato, esisteva il "rilevantissimo pericolo di recidiva specifica" e venne invocata "massima attenzione e massimo rigore". Per questo fu disposto per lui il carcere.

Pierluigi e Matteo erano due giovani Poliziotti entusiasti del loro lavoro e molto apprezzati da tutti i colleghi. Solo dieci giorni prima della loro tragica fine avevano salvato un 15enne da un tentativo di suicidio.

Il 5 ottobre 2008 venne ucciso in un agguato di chiara matrice camorristica a Casal di Principe (CE) Stanislao Cantelli di 60 anni. Cantelli era stato lo zio dei collaboratori di giustizia Luigi e Alfonso Diana, ex camorristi legati prima al clan di Francesco “Sandokan” Schiavone e poi alla cosca Bidognetti. Le dichiarazioni di Luigi Diana contribuirono all’operazione che il 30 settembre di quello stesso anno portarono all’arresto di 107 presunti mafiosi legati a i casalesi. La vittima, incensurata, fu raggiunta da un killer mentre giocava a carte in un circolo ricreativo del paese.

Il 6 ottobre 1980 a Bovalino (RC) venne ucciso il medico 76enne Silvio de Francesco.

Era un medico di origini nobili che viveva a Napoli e che si trovava in Calabria per seguire come ogni anno la raccolta delle olive nei terreni suoi e in quelli ereditati dalla moglie, appartenente alla famiglia dei baroni Di Blasio. Venne rapito a Bovalino e il suo corpo fu ritrovato quattro giorni dopo. Il medico in pensione non resse la fatica della marcia a piedi durante il suo trasferimento ad Aspromonte dove i suoi sequestratori avevano preparato una cella in cui nasconderlo. Venne abbandonato lungo il tragitto e il suo corpo venne ritrovato il 13 ottobre.

All’epoca., quello dei sequestri era il metodo meno rischioso e più redditizio adottato dalle mafie e dalla criminalità per arricchirsi.

Il 7 ottobre del 1986 il piccolo Claudio Domino fu ammazzato mentre giocava in una strada di San Lorenzo di Palermo che oggi porta il suo nome.  Aveva 11 anni.

Claudio stava passeggiando con un amichetto quando un uomo che arrivava con una moto di grande cilindrata, una Kawasaki, chiese ai due bambini chi fosse Claudio Domino e alla risposta di Claudio l’uomo si avvicinò, tirò fuori una pistola 7,65 e da meno di un metro gli sparò in mezzo agli occhi, uccidendolo sul colpo. 

Non sono mai stati chiariti i motivi dell'omicidio. Si era pensato che Claudio avesse potuto essere testimone involontario di un delitto di mafia o di uno scambio di droga. La cosa certa è stato una #vittimainnocente che non ha mai avuto "giustizia.

Un delitto avvenuto in pieno Maxiprocesso e dal quale Cosa nostra sentì la necessità di dissociarsi durante lo storico dibattimento, ammettendo implicitamente l'esistenza sempre negata della stessa organizzazione criminale.

L'inchiesta per l'omicidio fu riaperta proprio su impulso della famiglia del piccolo, quando la madre arrivò a protestare davanti al palazzo di giustizia. Gli investigatori ripresero in mano tutto il materiale raccolto negli anni, ma alla fine hanno dovettero chiedere l'archiviazione, non riuscendo ad individuare un colpevole e neppure nuovi spunti per continuare ad indagare. 

L’8 ottobre 1862 Don Giorgio Fallara venne ucciso ad Ortì (RC) perché denunciò la ‘ndrangheta.

L’8 ottobre 1983 Salvatore Zangara fu ucciso a Cinisi (PA) in un agguato che aveva come scopo l’eliminazione di Procopio di Maggio, capomafia di Cinisi. Era la sera dell’8 ottobre quando, una Renault 5 con a bordo gli assassini giunse nella piazza del paese aprendo il fuoco in direzione del mafioso locale. Procopio di Maggio rimase però illeso riuscendo a proteggersi tra i passanti mentre Salvatore e altre due persone rimasero gravemente ferite.

L’8 ottobre 1986 Nunziata Spina venne uccisa a Messina mentre era ricoverata nel reparto di fisioterapia dell’ospedale di Ganzirri. All’improvviso due uomini fecero irruzione nel locale e cominciarono a sparare all’impazzata contro un altro ricoverato, Pietro Bonsignore un pregiudicato di 21 anni che tentò invano di ripararsi dietro alcune sedie. Un colpo vagante raggiunse la donna alla tempia sinistra e la uccise.

L’8 ottobre 1998 Domenico Geraci fu ucciso a Caccamo (PA). Fu un politico che nel 1994 divenne consigliere provinciale del Partito Popolare Italiano della Provincia di Palermo. In seguito prese la decisione di lasciare quel seggio per costruire la sua candidatura a sindaco del Comune di Caccamo. Diversi furono gli avvertimenti che la mafia gli inviò prima della sua morte, ad iniziare dall’auto incendiata. Dopo due mesi dalla candidatura, all’età di 44 anni, l’8 ottobre del 1998 fu ucciso a fucilate davanti a casa sua. I quattro killer lo avevano atteso poco dopo le 21 sotto casa, trucidandolo davanti al figlio Giuseppe.

L’8 ottobre 2007 Francesco Gaito venne ucciso a Sant’Antimo (NA) in un tentativo di rapina, mentre si stava recando in banca.

Il 9 ottobre 1988 Giuseppe Failla, 50 anni, fu ucciso a Gela (CL). Era il proprietario dell’omonimo bar di via Cadorna, stradina del centro storico di Gela. L’omicidio fu eseguito alle prime ore del mattino dopo l’apertura. Il cadavere, crivellato di colpi di pistola, era dietro il bancone e fu scoperto da avventori entrati per un caffè. Nessuno era riuscito a identificare gli autori e scoprire il movente del delitto, da inquadrare nella guerra Stidda-Cosa nostra.

9 ottobre 1963. Nel cuore della notte, una frana gigantesca si staccò dal monte Toc e precipitò nel bacino della diga del Vajont. L’ondata sollevata superò la diga e devastò la valle, cancellando Longarone e altri paesi. Morirono quasi duemila persone.

Non fu un disastro naturale. Fu il risultato di scelte tecniche azzardate, di interessi economici superiori a ogni cautela, e del silenzio imposto a chi aveva visto, studiato e denunciato.

A distanza di oltre sessant’anni, il Vajont resta una ferita aperta e un monito. Grazie al lavoro di giornalisti, studiosi e testimoni come Tina Merlin, la verità è emersa. La memoria di quella notte vive anche attraverso chi ha avuto il coraggio di raccontarla.

Ricordare non è solo un atto di rispetto. È un dovere civile.

Il 10 ottobre del 2006 a Quarto (NA) venne uscio l’imprenditore 45enne Enrico Amelio.

Fu ammazzato dai sicari del clan Polverino. L’imprenditore pagò con la vita perché lo zio, Leonardo Carandente Tartaglia, mise gli occhi su alcuni terreni, situati nel comune di Quarto, oggetto degli interessi della fazione criminale capeggiata dal “Barone”.

Gli scagnozzi del boss avvicinarono Enrico Amelio, completamente estraneo all’affare, per intimargli di convincere Tartaglia. Il clan allora si vendicò sparando alle gambe Amelio. Un proiettile colpì l'arteria femorale ed Enrico morì. Una lezione sanguinaria per imporre il dominio del clan sul territorio.

Enrico era padre all'epoca di due figlie piccole: una di 16 anni e l'altra di 9 anni. Sarà la moglie a dover provvedere ad ogni cosa dopo la sua uccisione.

Nel primo grado, la Corte d'Assise di Napoli il 27 febbraio 2020 ha condannato tutti gli imputati alla pena dell'ergastolo tranne D'Ausilio, condannato con altra sentenza in 6 dicembre 2016 a 12 anni di reclusione.

Gli imputati sono ricorsi in Appello, la Corte d'Assise di Appello il 16 marzo 2021 deposita sentenza di condanna per anni 28 di reclusione a ciascuno dei 5 imputati. 

Tutti gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione per ottenere un diverso inquadramento dell'omicidio da volontario e preterintenzionale. La Corte suprema di Cassazione ha confermato le condanne stabilite in appello.

L’11 ottobre 2009 a Serra San Bruno, Calabria, venne ucciso Pasquale Andreacchi di 18 anni.

Aveva scelto come regalo per i suoi 18 anni un cavallo, ma non era riuscito ancora a pagarlo perché aspettava un assegno che tardava ad arrivare. L’aveva acquistato da un pregiudicato del luogo che, per il mancato pagamento, minacciò più volte Pasquale e i suoi familiari.

L’11 ottobre il ragazzo scomparse nel nulla. Il 9 dicembre fu trovato in un cassonetto un teschio umano con un foro di proiettile in fronte. Il 27 dicembre, poco distante dal cassonetto, un cacciatore trovò altri resti: frammenti ossei e vestiti, c’erano anche i suoi documenti. Gli ultimi dubbi svanirono quando il dna confermò che si trattava di Pasquale.

I funerali vennero celebrati 5 mesi dopo: lungaggini dovute agli esami scientifici sui resti ossei, un’investigazione lunga che però non produsse risultati. Il luogo del ritrovamento non venne isolato come dovuto; i rilievi scientifici, che nell’immediato avrebbero potuto raccontare molto, non vennero effettuati. La pista che si seguì era sempre quella della compravendita del cavallo, ma non portò a nulla di concreto e il delitto è rimasto impunito.

Il 12 ottobre 1996, a Giugliano in Campania, Napoli, morì Concetta Matarazzo, 37anni. Perse la vita in un incidente lungo la Statale Domitiana. L'incidente fu provocato da una sparatoria tra clan rivali: un gruppo di malavitosi attendeva una Golf bianca sulla quale viaggiavano gli obiettivi dei sicari. A seguito della violenta sparatoria la Golf sbandò schiantandosi contro la macchina su cui viaggiava Concetta. Morì sul colpo mentre l'altro passeggero, in macchina con la giovane donna, si salvò.

Il 12 ottobre 1999, lungo la strada statale tra Fasano e Locorotondo, Anna Pace (in foto), di 62 anni, restò vittima di uno scontro con un furgone carico di sigarette di contrabbando. Altre tre persone rimasero ferite nell’incidente. I contrabbandieri lasciarono furgone e cassette di sigarette sparse sull’asfalto per darsi alla fuga. Poco dopo arrivarono gli altri contrabbandieri. Non si preoccuparono dei feriti e dei lamenti. Raccolsero le cassette di sigarette e fuggirono via.

Il 13 ottobre 1993 a Parete (CE) venne ucciso il medico Gennaro Falco, 69 anni. 

Fu ucciso nel suo ambulatorio da Raffaele Bidognetti, figlio del capoclan Francesco. L’esecuzione del dottore, avvenuta con un colpo di pistola, è legata alla morte, avvenuta nel 1986, della moglie del boss, affetta da un male incurabile. Raffaele ritenne Gennaro Falco colpevole di non aver adeguatamente assistito la madre e meditò vendetta. Così 7 anni dopo si presentò armato nello studio del medico e gli sparò. Nell’agguato rimase ferita di striscio anche una paziente alla quale il dottor Falco stava prescrivendo delle medicine.

Una notte il dottor Falco fu chiamato perché la moglie di Bidognetti era ormai in fin di vita e il dottore avrebbe semplicemente affermato: «Sono stato oggi pomeriggio da lei a visitarla, ma è molto grave, purtroppo non c'è più niente da fare, anche se la portate in ospedale, non potranno fare molto».

Questa risposta fu il movente per il quale lo uccisero: secondo la mentalità di questi criminali era una mancanza di rispetto, un affronto troppo grave e quindi il dottore doveva pagare, doveva essere punito e, anche a distanza di tempo, la vendetta fu eseguita.

La verità è venuta fuori solo dopo molto tempo, grazie anche alla testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia, e l'assassino Raffaele Bidognetti, figlio di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto e' mezzanotte, è stato condannato in maniera definitiva. Per i familiari è stato un momento di grande soddisfazione e di riscatto.

Al dottore Gennaro Falco, il 29 dicembre 2012 è stato intitolato il poliambulatorio di Parete. Alla cerimonia di inaugurazione, oltre al sindaco Raffaele Vitale, parteciparono anche il direttore sanitario dell'AsI, Gaetano Danzi, gli ex sindaci di Parete e tantissimi cittadini.

Il 14 ottobre del 2010 ad Aversa fu ucciso Pietro Capone, imbianchino di 23 anni.

Venne ucciso per aver difeso la moglie dalle avances del figlio di un esponente del clan dei casalesi. Pietro si incontrò con Mario Borrata per un chiarimento, ma il camorrista lo colpì con un fendente al collo. Trasportato d’urgenza in ospedale, il giovane ferito morì per arresto cardiocircolatorio.

Nell'ottobre del 2011, venne emessa dal Gup del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Stefania Amodeo, la sentenza a carico di Mario Borrata, diciottenne di Aversa, accusato dell'omicidio di Pietro Capone. A Borrata, nonostante la richiesta di rito abbreviato, è stata inflitta la pena dell'ergastolo con interdizione dai pubblici uffici e pubblicazione della sentenza sul sito del Ministero di Giustizia e nei Comuni di Aversa e Santa Maria Capua Vetere.

Il Gup ha riconosciuto Borrata colpevole non solo del reato di omicidio premeditato aggravato da motivi abietti, ma anche del reato di violenza a danno di Roberta Pizzo, moglie di Capone. Condannato in primo grado all'ergastolo, nel febbraio 2013 a Borrata è stata ridotta la detenzione a vent'anni.

Il 15 ottobre 2012 a Napoli venne ucciso Pasquale Romano, operaio di 30 anni.

Venne ucciso sotto casa della sua fidanzata a causa di uno scambio di persona.

Prima di andare a giocare una partita di calcetto con gli amici, decise di raggiungere la ragazza a Marianella, quartiere della periferia nord di Napoli. Intorno alle 21:30, Pasquale uscì dallo stabile dove viveva Rosanna e si diresse verso l'auto. Proprio in quel momento 14 proiettili lo raggiunsero. Vero obiettivo dell'agguato era Domenico Gargiulo, uomo vicino ai “Girati” in guerra con gli “Scissionisti”, catturato dagli inquirenti.

L'esecutore materiale del delitto, Salvatore Baldassarre, venne arrestato e portato a processo insieme a chi aveva preso parte in vario modo alla pianificazione dell'agguato. Tra questi, Carmine Annunziata, Gaetano Annunziata, Anna Altamura e Vincenzo Marino. Si costituirono parte civile i familiari della vittima, la Regione Campania, il Comune di Napoli e la Fondazione Pol.i.s.

Il 18 novembre 2013, Salvatore Baldassarre, esecutore materiale dell'omicidio, fu condannato all'ergastolo, Giovanni Marino, l'autista del commando, a diciotto anni e otto mesi. Quattordici anni per Anna Altamura, la donna che aveva attirato in trappola il vero obiettivo dell'agguato. Condanne a sedici e quattordici anni per Carmine e Gaetano Annunziata, i due figli di Anna Altamura (sentenza emessa dal gup Francesco Cananzi dopo il processo con rito abbreviato).

Il 22 aprile 2015, la Corte d'Assise d'Appello di Napoli ha ridotto le pene inflitte per tre dei condannati. A Carmine Annunziata la pena è stata ridotta da 16 a 13 anni di reclusione, mentre a Gaetano Annunziata e ad Anna Altamura (la madre dei due) da 13 a 12 anni di reclusione. Confermata, invece, la sentenza di primo grado a 18 anni ed 8 mesi per Giovanni Marino, autista del commando.

Il 16 ottobre 2005 a Locri (RC) venne ucciso il Vicepresidente del Consiglio della Regione Calabria, Francesco Fortugno.

Nel giorno delle primarie dell'Unione, venne ucciso all'interno del seggio da un killer a volto coperto, con 5 colpi di pistola. Ai funerali partecipò anche Carlo Azeglio Ciampi, allora presidente della Repubblica.

Negli stessi giorni migliaia di studenti scesero in piazza a manifestare contro l'uccisione del politico e contro la 'ndrangheta, dando vita all’associazione “Ammazzateci Tutti”.

Il 21 marzo 2006, dopo 5 mesi di indagini, vennero arrestati i nove presunti colpevoli dell'omicidio: Vincenzo Cordì, Domenico Novella, Antonio Dessì, Gaetano Mazzara, Salvatore Ritorto, Domenico Audino, Carmelo Crisalli e Nicola Pitari, tutti di Locri. Ai primi quattro il provvedimento restrittivo venne notificato in carcere. Per loro le accuse andavano dall'associazione mafiosa all'omicidio e alla rapina a mano armata. In particolare, Salvatore Ritorto venne accusato di essere l'autore materiale dell'omicidio.

Il 3 ottobre 2012 la Corte di Cassazione confermò definitivamente le condanne all'ergastolo di Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino, annullando con rinvio per un nuovo processo la condanna di Alessandro Marcianò, padre di Giuseppe.

Il 17 luglio 2013 la Corte d'Assise d'appello di Reggio Calabria confermò la condanna all'ergastolo per Alessandro Marcianò. L'8 luglio 2014 la Cassazione rese definitiva la condanna.

L'omicidio di Fortugno avvenne dopo una serie di intimidazioni e minacce della 'ndrangheta contro esponenti delle istituzioni.  Tutti sapevano che presto, in Calabria, ci sarebbe scappato il morto “eccellente”, tutti sapevano ma nessuno parlava.

Il 17 ottobre 1980 a Siderno (RC) venne rapito, per poi scomparire per sempre, l’avvocato Antonio Colistra. 56 anni.

Già procuratore del registro a Caulonia, venne rapito all’età di 56 anni mentre si trovava in un casolare di campagna dove sovrintendeva la vendemmia del suo vigneto, al quale si dedicava insieme all’aiuto di alcuni contadini da quando era andato in pensione.

Reagì’ all’agguato, provò a mettere fuori gioco i banditi, ma subì un duro pestaggio prima di finire inghiottito dall’Aspromonte. Aveva cinquantasei anni, e probabilmente quello fu il suo ultimo giorno di vita: era reduce da un’operazione alla gola, debilitato e bisognoso di cure. Lo choc e la violenza dei sequestratori furono pertanto fatali. Inutili gli appelli della moglie, nessuno si fece vivo, né il corpo è mai stato ritrovato.

La sua scomparsa può essere inquadrata nell’ambito dei sequestri di persona in Calabria.

Il 18 ottobre 1994 ad Acate (RG) venne ucciso il benzinaio Saverio Liardo.

Saverio Liardo, conosciuto come Elio, venne ucciso nel suo distributore di benzina nei pressi di Acate, nel ragusano. Soltanto il 14 luglio del 2010, però, il Tribunale di Catania stabilì con sentenza passata in giudicato, che si trattava di un omicidio di mafia. La morte di Saverio Liardo doveva essere un segnale esemplare nei confronti dei commercianti di Niscemi: «Se non pagate, farete la sua stessa fine». 

Le indagini segurino, però, dapprima la pista passionale cosa che non rappresentava una novità nei delitti di mafia. 

Madre e figlio poi raccontarono: «Si era rifiutato di pagare il pizzo ma non era mai sceso a compromessi».

Il 19 ottobre del 2016 a Sant’Antimo, Stefania Formicola fu l’ennesima vittima di un dell’amore malato.

La 28enne di San Marcellino venne uccisa con un colpo di pistola dal marito Carmine D’Aponte a bordo della sua auto.

Un amore tormentato, segnato da continui litigi e violenze, nonostante dalla loro unione fossero nati due figli. Finché un giorno Stefania prese coraggio e lasciò il marito, rifugiandosi a casa dei genitori con i bambini, avendo preso la decisione di separarsi. Una scelta inaccettabile per l’uomo, accecato dalla gelosia: la mattina del 19 ottobre, quando Stefania stava per recarsi a lavoro, Carmine le chiese l’ennesimo chiarimento. A bordo dell’auto la discussione degenerò, l’uomo estrasse una pistola e sparò un colpo, che uccise all’istante Stefania. Aveva a 28 anni.

L’uomo venne arrestato. Nel febbraio del 2018 fu condannato in primo grado all'ergastolo con isolamento diurno. Il processo di secondo grado è terminato con la condanna di Carmine D'Aponte alla pena dell'ergastolo, condanna confermata anche in cassazione.

Il 20 ottobre 1989 a Statte (TA) venne ucciso Domenico Calviello, aveva solo 14 anni.

Venne ucciso a fucilate mentre si trovava nei pressi della macelleria del padre.

Tutto l’omicidio è rimasto avvolto nel mistero: non sono stati, infatti, individuati gli esecutori, vista la scarsità di informazioni ottenute dalle dichiarazioni del fratello Antonio e del padre. Rimane misterioso anche il movente: gli inquirenti ipotizzarono tanto una vendetta trasversale quanto uno scambio di persona. Infatti, parve accreditata, considerata la notevole somiglianza intercorrente tra i due fratelli, l’ipotesi che il vero obiettivo dell’agguato fosse, appunto, il fratello Antonio, anch’egli presente la sera del 20 ottobre.

Domenico Calviello era un ragazzo tranquillo. Aveva conseguito a giugno la licenza media, poi si era dedicato alla macelleria dando una mano al padre. La sua fisionomia, identica a quella del fratello, ha accreditato l’ipotesi che possa essersi trattato di un errore di persona. Il bersaglio poteva essere Antonio Calviello, che, pur essendo incensurato, venne descritto come un bullo avvicinatosi recentemente — secondo le prime notizie emerse dalle indagini — ad ambienti che gravitavano intorno alla malavita.

Il 21 ottobre 21 ottobre 1992 a Caserta venne assassinato Vincenzo Feola, 58 anni, imprenditore. Vittima del racket delle estorsioni.

Fu ucciso i dentro la sua azienda perché non voleva restare nel consorzio Cedic, creato da Antonio Bardellino, il primo boss dei Casalesi, per gestire in regime di monopolio la fornitura del calcestruzzo nel territorio.

Nel consorzio erano confluiti tutti i produttori di calcestruzzo casertani, i titolari di cave e quelli di impianti di produzione.

Feola in un primo momento aveva aderito al raggruppamento di imprese, poi aveva deciso di uscire perché non era disposto a pagare al clan 2mila lire per ogni metro cubo di calcestruzzo venduto, il ‘pizzo’ imposto alle ditte per lavorare.

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni per Francesco Bidognetti, ritenuto il mandante dell'omicidio, e 14 anni per Ettore De Angelis, ritenuto lo specchiettista per l'agguato.

Il collaboratore di giustizia Dario De Simone fu il primo ad indicare quale movente dell'omicidio l'infiltrazione mafiosa nell'ambito produttivo in cui operava l'imprenditore e alla non ottemperanza dello stesso alle direttive del clan quanto alla determinazione dei prezzi di vendita del materiale in danno delle altre imprese facenti parte del Consorzio C.E.D.I.C. controllato dai Casalesi.

Il 22 ottobre 1975 a Pietrasanta (LU) vennero uccisi gli agenti di Polizia Armando Femiano, Giovanni Mussi e Giuseppe Lombardi. Vittime del dovere per mano del terrorismo.

Furono uccisi durante un conflitto a fuoco nello svolgimento di una operazione di Polizia Giudiziaria. Rimase ferito invece il collega Giovan Battista Crisci.

La sentenza emessa dalla 1^ sezione del Tribunale di Torino, in data 2 giugno 1988, ha ritenuto che tutti i fatti furono commessi per finalità di terrorismo o eversione, ed ha condannato Massimo Bettini e Giuseppe Federigi all'ergastolo per omicidio volontario (con sentenza passata in giudicato dalla Cassazione). I processi si sono conclusi con condanne e hanno accertato che il fatto, rivendicato da “Lotta armata per il Comunismo”, era stato finalizzato al terrorismo e alla eversione.

Il 23 ottobre 1982 a Giugliano (NA) venne ucciso il medico Antonio De Rosa, 60 anni.

Era con il figlio Vincenzo mentre stava rientrando a casa dopo essere stato dal barbiere. Prima di raggiungere la moglie Concetta e la figlia Anita per la cena, Antonio si fermò a scambiare alcune battute con il custode del palazzo ed altri condomini.

A raggiungere quel piccolo gruppo di persone fu Antonio Sciorio, membro del clan di Cutolo. Sciorio stava scappando disperatamente da un inseguimento e per far perdere le sue tracce ai killer, cercò di confondersi tra la gente. Quella sera Antonio De Rosa indossava una giacca simile nel colore a quella vestita da Sciorio e tanto bastò per ricevere un colpo mortale destinato all’uomo in fuga.

Antonio venne ammazzato perché scambiato dai killer per il membro del clan loro reale obiettivo. Lasciò una giovane moglie, in quel periodo insegnante del III Circolo Didattico di Giugliano, e due bambini di quindici e dodici anni.

Il 24 ottobre del 1982 a Pizzini di Filandari (VV) furino uccisi i fratellini Pesce, Bortolo e Antonio, 14 e 10 anni. 

Mentre giocavano furono travolti dall’esplosione di una bomba posta per sbaglio davanti alla loro abitazione. Quasi un chilo di tritolo esplose davanti alla porta all’abitazione dei due fratellini. L’intimidazione era diretta nei confronti del pregiudicato Giuseppe Soriano e dei suoi figli che abitavano a pochi metri di distanza dalla casa dei Pesce. Un caso che ancora oggi non ha avuto giustizia.

Il 25 ottobre del 1992 a Casandrino (NA) venne ucciso a soli 19 anni il carabiniere Corrado Nastasi per aver reagito ad un tentativo di rapina. La sera del 25 ottobre era ancora in libera uscita quando venne rapinato e ferito. Inutile il ricovero all’ospedale di Napoli, dove morì dopo due giorni. Gli assassini di Corrado sono ancora sconosciuti.

Il 26 ottobre del 1982 a Cesa (CE) venne ucciso l’agente di custodia Gennaro de Angelis, 36 anni.  Era di servizio presso la Circondariale di Poggioreale, dove svolgeva, tra gli altri compiti d'istituto, anche quello della ricezione dei pacchi dei detenuti.

Mentre si trovava in un circolo di Via Roma, due killer lo raggiunsero nel locale sparandogli alla testa a bruciapelo. Nell’esecuzione venne ferito anche Pasquale Marino pensionato di settant’anni, che morì 4 giorni dopo al Cardarelli di Napoli. Le indagini accertarono la natura camorristica dell’omicidio: De Angelis si era rifiutato di ottemperare alle richieste della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Come addetto alla ricezione dei pacchi per i detenuti, si era rifiutato di fare favori agli esponenti della N.C.O. di Raffaele Cutolo. La strategia adottata dalla Camorra in quegli anni era quella del terrore: ogni rifiuto di cortesia si pagava con la morte. Nel 1983 cadde sotto i colpi della Nuova Camorra Organizzata Ignazio De Florio, anch'egli guardia penitenziaria, questa volta presso il carcere di Carinola, e animato dallo stesso amore per la legge del suo collega Gennaro.

Il 27 ottobre 1981 a Cetraro (CS) venne ucciso Lucio Ferrami, commerciante di 43 anni. 

Fu ucciso dalla ’ndrangheta perché deciso a non pagare il pizzo. Mentre era alla guida della sua auto ad Acquappesa, Ferrami fu raggiunto da una raffica di colpi proveniente dal ciglio della strada dove i killer erano nascosti. Fu un’esecuzione in pieno stile ‘ndranghetista. Quella sera, l’imprenditore stava rientrando a casa in compagnia della moglie, Maria Avolio, che si salvò dall’agguato perché suo marito le fece da scudo umano.

L’uomo aveva denunciato poco tempo prima ai carabinieri di aver ricevuto la visita di alcune persone che gli avevano chiesto la tangente. La risposta dei malavitosi non si era fatta attendere. Nessuno poteva permettersi un gesto così rivoluzionario. Lucio Ferrami pagò con la vita il suo atto di insubordinazione.

La vedova Ferrami per anni ha invocato giustizia denunciando indagini approssimative e collusioni. «Io ero in macchina con mio marito – affermò nel corso di una nota intervista televisiva – e nessuno mi ha mai chiamato per fare un riconoscimento».

Il 28 ottobre del 2006 a Pozzuoli (NA) venne ucciso il 18enne Daniele Del Core. 

Nella stessa occasione rimase ferito anche un suo amico coetaneo, Loris De Roberto, morto qualche giorno dopo, il 5 novembre 2006.

Loris De Roberto aveva interrotto, nell’estate del 2006, la sua relazione con una ragazza durata ben 3 anni. La sua ex ragazza da settembre dello stesso anno frequentava Salvatore D’Orta (assassino), sebbene continuasse a cercare Loris. Questo era il motivo per cui Salvatore era geloso di Loris. Daniele Del Core, la sera del 28 ottobre, si trovava, come ogni sabato sera, al centro abbronzante che frequentava di solito. Lì sopraggiunse l’assassino per uccidere Loris. Daniele, che non conosceva affatto l’assassino, intervenne solo per sedare la lite scoppiata tra Loris e Salvatore D’Orta e per salvare il suo amico, rimanendo ucciso.

Nel novembre 2006 il responsabile venne portato nel carcere minorile di Airola in attesa di essere processato per il duplice omicidio di Loris e Daniele. Nel 2007 il Tribunale per i Minorenni di Napoli lo condannò a 20 anni di reclusione, pena ridotta a 16 anni dalla Corte d'Appello di Napoli, Sez. Minorenni.

Il 29 ottobre 1986 a Locri (RC) venne ucciso Rocco Zoccali. Aveva soltanto 19 anni.

Venne assassinato in un agguato, nella piazza centrale della città, con due colpi a bruciapelo. Nessuno vide niente, attorno al suo corpo inerme il vuoto. Toccò al padre, dipendente della Regione Calabria, avvicinarsi per primo e trasportarlo all’ospedale. La madre, Giulia Bova (sorella del padre di Raoul Bova), non si diede pace e, nonostante le minacce ricevute, si costituì parte civile nel processo e depose contro i presunti assassini del figlio.

Nel gennaio 2025, dopo quasi 40 anni, il collaboratore di giustizia Antonio Cataldo ha rivelato il nome del presunto assassino: Domenico Cordì. Cataldo ha affermato di aver assistito all'omicidio, ma di aver taciuto a lungo per paura.

L'omicidio maturò all'interno di dinamiche mafiose, e la sua esecuzione fu un atto di violenza compiuto da un esponente della 'ndrangheta. La vittima, all'epoca un giovane studente, non aveva alcun legame con i clan e la sua uccisione è considerata un tragico episodio di violenza mafiosa. Si ipotizza fu punito per aver reagito ad un’aggressione.

Il 30 ottobre del 1991 ad Avelino venne ucciso Nunziante Scibelli, 26 anni. Quella sera era in macchina con la moglie, Francesca Cava, 24 anni, al settimo mese di gravidanza. Improvvisamente la macchina venne raggiunta da dei killer che esplosero contro una raffica di oltre 100 proiettili. Nunziante morì sul colpo, la moglie rimase viva per miracolo e, insieme a lei, il figlio.

L’omicidio si inserisce nella faida Cava-Graziano che fece centinaia di vittime innocenti: la coppia, infatti, viaggiava a poca distanza e con lo stesso modello e colore di auto, da quella dei veri obiettivi dell’agguato, due pregiudicati del clan Cava.

Dopo 17 anni, nel 2008, una targa fu apposta sul luogo del delitto, a ricordare questa giovane vittima innocente. Questa iniziativa sensibilizzò l'opinione pubblica nel recupero della memoria di Nunziante accendendo anche l'attenzione sul caso.

Nel dicembre del 2011 furono spiccati due mandati di arresto per Felice Graziano e Antonio Graziano entrambi evidentemente legati alla famiglia dei Graziano ed entrambi ritenuti responsabili dell'omicidio di Nunziante e del ferimento di Francesca. Un risultato a cui si arrivò anche grazie alle dichiarazioni rese dallo stesso Felice Graziano, divenuto intanto collaboratore di giustizia, e di Antonio Scibelli, vicino invece al clan Cava. 

Il 31 ottobre del 2006 a Sant’Antimo (NA) venne ucciso Rodolfo Pacilio, imprenditore di 39 anni.

Noto come Giancarlo, era un imprenditore noto nel settore dei giocattoli, venne ucciso con una decina di colpi da due uomini in sella ad uno scooter.

Gli inquirenti videro nella morte di Rodolfo Pacilio la conseguenza di un rifiuto a pagare tangenti o una vendetta del clan denunciato tempo prima. Infatti suo padre aveva denunciato negli anni ’90 un esponente del clan della zona che gli aveva imposto una tangente di 40.000.000 di lire per la costruzione di un importante edificio. Per quella denuncia il boss fu condannato ad 11 anni di reclusione. Nel 2003 un fratello di Rodolfo, Domenico, di 45 anni, aveva subito la stessa sorte. L’uomo, che gestiva un circolo di intrattenimento, era stato ucciso in un agguato di camorra per una questione legata al racket.

 

Francesco Emilio Borrelli

 

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