La lanterna e lo specchio
L’uomo ossessionato dal dubbio, in preda a una profonda crisi per la perdita della propria fede, è una figura ricorrente nel cinema di Bergman (lui stesso figlio di un sacerdote luterano), e il prete di provincia di Luci d’inverno non ne è un’eccezione. Il dramma messo in scena fa parte, come è noto, della cosiddetta trilogia del silenzio di Dio, seguìto dal nichilistico Il silenzio e preceduto dal più speranzoso Come in uno specchio, in cui uno scrittore, afflitto da una crisi artistica oltre che spirituale, confida al figlio di aver trovato una pace momentanea ai tormenti della sua coscienza in un indefinibile amore universale, equiparabile a Dio stesso. Il rapporto tra specchio e conoscenza deve la sua fortuna al verso 12, capitolo 13, della prima lettera ai Corinzi, richiamato dal titolo di quest’ultimo film: «Adesso noi vediamo come in uno specchio, in immagine; ma allora vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto». La conoscenza dell’altro e di sé che passa attraverso uno specchio, oltre a essere una metafora suggestiva, ha trovato nel tempo una sua validità scientifica con il cosiddetto test dello specchio, utile per comprendere il grado di autoconsapevolezza di un animale posto di fronte alla propria immagine riflessa; test superato, per esempio, da alcuni primati come gli scimpanzé, «in grado di riconoscersi allo specchio e di ragionare sulle conseguenze delle azioni di un altro scimpanzé o di un essere umano», e dotati quindi di «una forma di coscienza di ordine superiore».1 Ma la coscienza nell’essere umano è molto più complessa di quella di un animale, per quanto di ordine superiore, e appunto per questo ha assunto nella storia significati ben più sfaccettati del riconoscimento esteriore della propria immagine, andando a sovrapporsi, piuttosto, con l’immagine interiore, l’identità di sé in opposizione alle identità altrui, simbolo della propria individualità e infine bene inalienabile di ogni persona. Un processo graduale, dunque, che qui si proverà a schematizzare prendendo come punti di riferimento la coscienza protestante, quella cattolica e quella laica e liberale, insieme a dei loro illustri rappresentanti. Un tratto costitutivo dell’età moderna in Europa nasce da un problema di coscienza, cioè dal rifiuto da parte di Lutero di ritrattare le sue posizioni teologiche e le sue critiche alla Chiesa cattolica durante la dieta di Worms del 1521. A giustificare la sua protesta è la «prigionia» nei confronti della sua coscienza: convinzioni, le sue, che si basano sulla sola Scriptura, e che nessun potere ecclesiastico può sopprimere se non attraverso un’interpretazione migliore dei testi sacri. L’intransigenza, gli atteggiamenti intolleranti e discriminatori del riformatore agostiniano che gli sono stati attribuiti dalla storiografia si possono comprendere da una parte alla luce del servo arbitrio, di quella schiavitù del cristiano nei confronti della parola di Dio, e dall’altra della libertà interiore, mai assoggettata alle autorità mondane. Una dicotomia che nella teologia luterana deve abbracciare non solo il cristianesimo, ma anche l’ebraismo, perché il secondo condivide con il primo dei testi fondamentali per la vita di tutti i fedeli. Da qui derivano alcune delle accuse infamanti mosse da Lutero nei confronti degli ebrei, colpevoli di agire «contro la loro stessa coscienza» e di comportarsi come «una donna cattiva e testarda, che contraddica e voglia avere l’ultima parola, pur sapendo bene di avere torto».2 Le glosse e le interpretazioni ebraiche dei testi sarebbero infatti il frutto della loro malvagità, di un distorcimento consapevole della Scrittura che si traduce nella più grave delle colpe: il mancato riconoscimento di Gesù Cristo come il vero Messia. Alla radice dell’antigiudaismo di Lutero vi è così la «coscienza scritturistica», che con le sue opere tenta di risvegliare negli ebrei al fine di una loro conversione al cristianesimo.3 Se insomma per Lutero la coscienza è la Scrittura, perché in essa è contenuta la verità, che ognuno deve comprendere da sé, la Scrittura riflette come in uno specchio anche la coscienza dei suoi lettori. Ciò però non basta per conoscere Dio e interpretare il suo silenzio, perché «Dio è un’entità di cui l’essere umano può intravedere solo le parti che Dio stesso vuole rivelare»:4 come nel passo biblico citato, noi lo vediamo solo confusamente, «sondern er muß zu uns kommen, doch in der Laterne verborgen» («mentre è Lui che deve venire da noi, sebbene nascosto nella lanterna»).5 Prigioniero della Torre di Londra, oltre che della propria coscienza, fu invece Sir Thomas More, giustiziato nel 1535 da Enrico VIII con l’accusa di tradimento. Il ritratto che ne fa Robert Bolt nella sua opera teatrale, A Man For All Seasons (e nella sua omonima e fedele versione cinematografica del 1966), è quello di un uomo integerrimo e morigerato che, per rimanere fedele alla Chiesa cattolica e non riconoscere il divorzio del re con la sua consorte Caterina d’Aragona, si rifugia nella legge e nel silenzio in merito alla questione, ma alla fine si vede imprigionato e condannato a morte a causa dello spergiuro dell’arrivista Richard Rich. Così come Lutero non scende a compromessi né con il sovrano né con il papa per restare coerente con le sue idee sulla Sacra Scrittura, così More antepone la legge di Dio all’Atto di Supremazia del re, pur non tradendo mai il suo Paese, né così Lutero la sua fede cristiana. Enrico VIII è invece un personaggio scaltro e senza scrupoli, che non si preoccupa di piegare a suo vantaggio i passi biblici che gli danno ragione e di etichettare come ambigui quelli che gli danno torto: «Henry[...] You must consider, Thomas, that I stand in peril of my soul. It was no marriage, she was my brother’s widow. Leviticus: ‘Thou shalt not uncover the nakedness of thy brother’s wife.’ Leviticus, Chapter 18, Verse 16. More: Yes, Your Grace. But Deuteronomy— Henry: (triumphant) Deuteronomy’s ambiguous!»6. Il ricorso al Levitico da parte del re agisce come una copertura ideologica, quella che più tardi Marx avrebbe chiamato falsa coscienza, utile per nascondere i propri interessi particolari (il nuovo matrimonio con Anna Bolena e l’ossessione per la progenie maschile) sotto l’aspetto di necessità universali (la punizione divina di non avere figli maschi per aver sposato la moglie del proprio fratello); interessi ai quali More è invece disposto a rinunciare (prima la perdita dell’alta carica di Lord Cancelliere, poi dei suoi beni e infine della sua stessa vita) per evitare sia la dannazione eterna, che un giuramento contro la sua stessa coscienza avrebbe comportato agli occhi di Dio, sia l’infedeltà a sé stesso, cioè l’impossibilità, in senso lato, di riconoscersi allo specchio. Ma a suo modo anche Enrico VIII è un uomo di coscienza, per quanto falsa e viziata dal potere, e la ragione di Stato non può permettere che il silenzio-dissenso di More passi impunito: il popolo inglese, già legato alla regina Caterina e ostile ad Anna Bolena, avrebbe trovato in Sir Thomas More un punto di riferimento per una sua eventuale rivolta. Con la sua morte, invece, l’umanista inglese sarebbe sì diventato, malgré lui, un eroe e un martire, ma soltanto molti secoli dopo, grazie all’istituzione che aveva difeso, la Chiesa cattolica. Molti anni dopo, sempre in Inghilterra, la moderna coscienza europea, le cui basi erano state edificate con il grande contributo di Lutero e di More, trova uno dei suoi migliori rappresentanti. È John Locke a fornire una giustificazione teorica e a legittimare il dissenso delle due anime, protestante e cattolica, fino a raggiungere la sintesi di entrambe, cioè la formulazione della libertà di coscienza: «Anche se il parere del magistrato in fatto di religione conta di più, e anche se la via che egli comanda di imboccare è veramente la via del Vangelo, ebbene ciò non gioverà alla mia salvezza, se io non ne sarò convinto nel profondo della mia anima. Nessuna via che io imbocchi contro il comando della mia coscienza mi porterà mai in paradiso. Posso diventar ricco con un mestiere che odio, posso guarire con medicine sulle quali ho dei dubbi, ma non posso salvarmi con una religione sulla quale ho dei dubbi, con un culto che odio. Un incredulo prende inutilmente degli atteggiamenti esteriori, mentre occorrono fede e sincerità interiore per piacere a Dio».7 Tra l’adesione simulativa a un culto senza fede e l’angosciosa speranza di ricevere la grazia dal Dio Padre, secondo Bergman, sta la responsabilità individuale: «Io per parte mia trovai il finale di Luci d’inverno e ricevetti la formula codificata per una regola che ho sempre seguito e sempre seguirò: a prescindere da qualsiasi cosa, devi celebrare la tua messa. È importante per i fedeli, è ancora più importante per te. Se è importante anche per Dio si vedrà. Se non c’è altro dio al di fuori della tua speranza, è importante anche per dio».8
Lorenzo Fariello
Note 1. G. M. Eᴅᴇʟᴍᴀɴ, Più grande del cielo. Lo straordinario dono fenomenico della coscienza, Einaudi, Torino 2004, p.82. 2. M. Lᴜᴛᴇʀᴏ, Degli ebrei e delle loro menzogne, a cura di A. Malena, Einaudi, Torino 2008, p.64 e passim. 3. L. Kᴀᴇɴɴᴇʟ, Lutero era antisemita?, Claudiana, Torino 1999, p.75. 4. A. Pʀᴏsᴘᴇʀɪ, Lutero. Gli anni della fede e della libertà, Mondadori, Milano 2017, p.81. 5. M. Lᴜᴛᴇʀᴏ, Degli ebrei e delle loro menzogne, cit., p.219 n. 6. R. Bᴏʟᴛ, A Man For All Seasons, Bloomsbury Methuen Drama, London 2013, p.66. 7. J. Lᴏᴄᴋᴇ, Lettera sulla tolleranza, Laterza, Bari-Roma 2005, p.27. 8. I. Bᴇʀɢᴍᴀɴ, Lanterna magica, Garzanti, Milano 1987, p.245 (corsivo dell’autore).
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Quando, nel finale del film diretto da Ingmar Bergman, Luci d’inverno, il pastore protestante comincia a celebrare la messa, di fronte all’altare non ci sono fedeli ad ascoltarla, e soltanto una donna, per giunta atea, riempie la chiesa con il suo amore non corrisposto per il pastore.