Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Grecia: il modello della subordinazione si evolve ancora

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La Grecia si conferma laboratorio avanzato di ingegneria sociale all’interno dell’Unione europea; storicamente più esposta alle pressioni economiche esterne, è stata resa particolarmente ricattabile attraverso l’indebitamento indotto, trasformando il debito in strumento di governo politico e sociale.

Le norme che estendono la giornata lavorativa fino a tredici ore non sono un’eccezione legislativa, ma il risultato logico di un processo di subordinazione economico-strutturale, dove la scelta apparente del lavoratore si converte in cooperazione alla propria schiavitù.

La costruzione del soggetto subordinato passa dalla regolazione della vita quotidiana e dall’interiorizzazione del dominio. Foucault descrive la produzione di soggetti che si autogovernano secondo i desideri del potere stesso (Sorvegliare e punire, 1975).

Agamben evidenzia come la biopolitica trasformi la vita in strumento di controllo (Homo sacer, 1995). Bourdieu sottolinea che la riproduzione delle disuguaglianze si realizza anche attraverso la cultura, che rende naturale la sottomissione (La distinzione, 1979).

Questa subordinazione si radica in un contesto culturale e mediatico che normalizza la servitù. Pasolini, con la sua sensibilità antropologica, mostra come l’individuo interiorizzi la sottomissione, diventando servo felice, come “il Merda” (Petrolio, 1992).

 

Debord osserva che la mercificazione e la spettacolarizzazione della vita consolidano l’accettazione del dominio (La società dello spettacolo, 1967). Horkheimer e Adorno evidenziano come l’industria culturale legittimi e sostenga la struttura di potere (Dialettica dell’illuminismo, 1944). Il controllo si completa attraverso figure mediatrici, che Gramsci definisce intellettuali organici, al servizio delle élite finanziarie.

Questi agenti culturali e politici operano come custodi dell’ordine e della tradizione, garantendo che le norme e la narrativa dominante siano interiorizzate, consentendo al potere economico di esercitarsi senza apparente coercizione (Quaderni del carcere, 1929-1935).

L’esito è una Grecia disciplinata secondo logiche di dominio: libertà ridotta a libertà di obbedire, dignità misurata in produttività, resistenza sociale circoscritta dall’interiorizzazione del controllo, per mezzo di una mobilitazione generale indetta dai sindacati funzionale ad un “alleggerimento della tensione” e ad avere la coscienza pulita per aver lottato, almeno un giorno.

Il lavoratore esaurito al servizio dell’economia globale non percepisce la propria condizione come sfruttamento, ma come responsabilità individuale; si instaura così una nuova etica della servitù volontaria, compatibile con forme di democrazia apparente e mediata da consumo e informazione a pagamento. Il laboratorio greco anticipa scenari inevitabili in altri contesti europei. La resistenza si è testata dove era più fragile e le tecniche che producono consenso e sottomissione si diffondono rapidamente.

Nea Dimokratia, il partito di maggioranza che ha proposto e fatto approvare, il 16 ottobre 2025, la legge sulle tredici ore, porta nel nome la promessa di democrazia, e il popolo, libero di scegliere, partecipa comunque alla propria subordinazione, mentre le élite interpretano la libertà come facoltà di aggirare le regole e travolgere i diritti.

L’Italia emerge come il prossimo paese in cui queste dinamiche a breve si manifesteranno con maggiore evidenza; infatti, l’indebitamento mostruoso del PNRR lo rende particolarmente vulnerabile alla medesima pressione politica ed economica. Ciò che oggi si verifica ad Atene indica la direzione strutturale che si consoliderà altrove e, una volta interiorizzate le regole della sottomissione, le catene saranno chieste volontariamente anche dagli altri. In quest’ottica, ogni sviluppo va osservato con attenzione, perché il modello greco non è più un’eccezione ma una misura del futuro, e le catene della subordinazione saranno chieste finalmente a gran voce anche dagli eredi de “il Merda” al grido «lavorare in pochi ma lavorare di più.»

 

Luigi Speciale

 

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