Le canzoni durante il regime fascista italiano, 1920-1945
Nella storia delle canzoni Abat- jour è ricordata come un simbolo degli anni Venti del secolo scorso. Tratta da un motivo originale di Salomè, di Robert Stolz, compositore e direttore d’orchestra austriaco, la musica fu adattata da Mario Cobianco nel 1920. Ennio Neri scrisse il testo e fu interpretata da Gino Franzi e Anna Fougez, un’attrice e cantante italiana molto popolare. Il termine “abat-jour”, usato anche oggi, descrive una lampada posta sul comodino, che «diffonde una luce blue», da spengere per il sonno o per effusioni amorose. L’atmosfera sentimentale creata dalla canzone mal si conciliava però con l’inno All’armi, siam fascisti, precursore dell’arrivo delle squadracce fasciste che dal 1919 spargevano terrore in tutto il Paese, incendiando ed uccidendo. Una strofa del testo non lasciava dubbi sulle intenzioni: «sempre inneggiando la Patria nostra, noi tutti uniti difenderemo, contro avversari e traditori, che ad uno ad uno stermineremo». Nel 1925 il potere del regime fascista era ormai consolidato dopo aver superato lo sdegno per l’assassinio di Giacomo Matteotti dell’anno precedente con l’affermazione di Mussolini come responsabile morale del crimine. Occorreva un inno ufficiale che evocasse la gloria del nuovo regime, e allora fu adottata Giovinezza. La musica aveva già accompagnato le parole di un inno goliardico nel 1909, intrise di gaiezza e nostalgia, e successivamente era stata la base per l'Inno degli Arditi, un gruppo di assalto dell’esercito italiano durante la Grande Guerra. Venne poi usata come inno dalle squadracce fasciste negli anni venti e infine consacrata nell’inno trionfale del Partito Nazionale Fascista. La musica è quella di una marcetta, questo il ritornello: «Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza della vita nell'asprezza, il tuo canto squilla e va. Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza del Fascismo è la salvezza per la nostra libertà». L’inno era suonato in tutte le occasioni, subito dopo la marcia reale e spesso terminava con il saluto al Duce: «E per Benito Mussolini, eia eia alala». Il grido finale fu proposto da Gabriele d’Annunzio, sostenitore del fascismo, in luogo del più tradizionale «hip hip hurrà». Alla crescente megalomania del regime occorreva un mito a cui ispirarsi e quello di Roma antica era a portata di mano. Venne ripreso l’Inno a Roma scritto e musicato nel 1919 da Giacomo Puccini per celebrare l’anniversario della fondazione di Roma: «Sole che sorgi libero e giocondo/sul colle nostro i tuoi cavalli doma/ tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma, maggior di Roma». Divenne popolare negli anni Trenta cantato da Beniamino Gigli, tenore di fama internazionale. È da notare che nel testo non vi sono riferimenti al regime fascista al quale, pertanto, non piacque. A metà degli anni Trenta fu deciso che l’Italia, come le altre potenze occidentali, dovesse avere un impero e nel 1935 vene aggredita l’Etiopia, uno Stato sovrano. L’invasione, una pagina nera del colonialismo italiano, fu contrassegnata dall’uso di gas asfissianti e massacri della popolazione inerme. Il 9 maggio 1936 Mussolini annunciava alla folla osannante in piazza Venezia che l’Italia aveva un impero fascista. Con la diffusione della canzonetta Faccetta nera, si voleva nascondere le atrocità commesse: il testo descrive le spedizioni italiane in Africa come nobili tentativi di civilizzazione, togliere le donne africane da uno stato di schiavitù: «Se tu dall'altipiano guardi il mare/ Moretta che sei schiava fra gli schiavi/ Vedrai come in un sogno tante navi. E un tricolore sventolar per te». Nella seconda metà degli anni Trenta il consenso al regime fascista iniziava a vacillare; le leggi razziali del 1938 sono considerate una copia delle persecuzioni degli ebrei in Germania e anche la grande amicizia tra le due nazioni era vista con qualche diffidenza. I precedenti storici non erano rassicuranti: dalla superbia di Brenno in Campidoglio nel 400 a.C., alla più recente sconfitta di Caporetto nel 1917, passando attraverso il massacro delle legioni di Augusto nella foresta di Teutoburgo nel 9 d. C., i Vandali a Roma nel 400 d.C. e il sacco di Roma nel 1527 ad opera dei lanzichenecchi tedeschi. Iniziavano a circolare canzonette come Pippo Pippo non lo sa del 1939, riferita al segretario del partito che passeggiava impettito in camicia nera, suscitando l'ilarità della popolazione, Maramao perché sei morto dello stesso anno, censurata dal regime. Maramao era un gatto, ma fu ritenuta offensiva per essere diffusa in occasione della morte del padre di Costanzo Ciano, il genero di Mussolini: «Maramao perché sei morto, pane e vino non ti mancava, l’insalata l’avevi nell’orto e una casa avevi tu». Ma fu soprattutto l’imminenza della guerra che preoccupava gli italiani, quando Mussolini dal solito balcone il 10 giugno 1940 dichiarò: «La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: Vincere! E vinceremo!» A parte la componente fanatica del regime osannante in piazza Venezia, lo sconcerto era una sensazione diffusa, con certezze sugli inevitabili sacrifici e dubbi sulla vittoria finale. Durante il conflitto le canzoni furono utilizzate per nascondere le sconfitte con l’esaltazione dell’eroismo dei nostri soldati, e per ribadire la certezza della vittoria. La Sagra di Giarabub del 1941 si riferiva alla battaglia presso il villaggio libico di Giarabub, combattuta alla fine del 1940 e che vide la sconfitta dei reparti italiani, ad opera delle truppe australiane dopo una strenua resistenza, per mancanza di viveri e munizioni. Questo il ritornello: «Colonnello non voglio pane, dammi piombo pel mio moschetto, che la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà». Immancabile il riferimento alla vittoria finale: «Colonnello non voglio encomi, sono morto per la mia terra, ma la fine dell’Inghilterra incomincia da Giarabub.» Identico il messaggio dell’Inno dei Sommergibilisti del 1942: «Andar / pel vasto mar / ridendo in faccia a monna Morte ed al Destino! Colpir / e seppellir / ogni nemico che s'incontra sul cammino! È così che vive il marinar / nel profondo cuor / del sonante mar! /Del nemico e dell'avversità / se ne infischia perché sa / che vincerà». Nel 1942, svanita l’illusione della guerra lampo, iniziava a diffondersi nell’esercito tedesco che combatteva in nord Africa la canzone Lili Marlene. Era stata scritta durante la prima guerra mondiale da un giovane soldato poeta che ricordava alla ragazza il lampione di fronte alla caserma dove si erano salutati l’ultima volta: «Vor der Kaserme. Vor dem grosen Tor, stand eine Laterne Und steht sie noch davor». Messa in musica in Germania nel 1938, bloccata da Goebbels il capo della propaganda nazista per il pericoloso sentimentalismo, ma poi fu sdoganata da Elvin Rommel, comandante dell’Afrika Korp che la volle diffusa tra i suoi soldati. In poche settimane la cantavano tutti gli eserciti in guerra, anche nemici. Resta memorabile l’interpretazione di Marlene Dietrich, famosa attrice tedesca antinazista, per i soldati americani durante la sua tournée in Europa nel 1945. La canzone fu tradotta in tutte le lingue ed è ritenuta un inno d’amore contro la guerra anche se ricorda un periodo terribile del passato. Negli ultimi anni del conflitto mondiale, per avere notizie attendibili occorreva sintonizzarsi su Radio Londra, una trasmissione in italiano della BBC che inviava anche messaggi cifrati per la Resistenza. Ricordo i miei familiari ascoltare quelle trasmissioni, precedute da quattro colpi di tamburo che aumentavano la tensione, curvi verso l’apparecchio radio, il volume tenuto basso; quest’ultimo accorgimento era necessario perché l’ascolto di Radio Londra era severamente proibito. Fu anche censurata una canzone romantica del 1940, Silenzioso slow, nota anche come Abbassa la tua radio per favore se vuoi sentire i battiti del mio cuore, perché considerata un invito all’ascoltazione della trasmissione nemica. Fu proibita anche Una strada nel bosco diffusa nel 1943, ritenuta un invito ad unirsi ai partigiani. Per dovere storico bisogna ricordare anche l’Inno dei militi della Repubblica di Salò (ottobre 1943-aprile 1945): «Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera. Hanno detto che siamo da catene, hanno detto che siamo da galera». Non poteva esser diversa la risposta delle donne italiane che erano state umiliate, stuprate, uccise, che avevano visto familiari, amici e compagni torturati, fucilati, lasciati impiccati, inviati nei campi di sterminio, testimoni delle stragi delle popolazioni inermi, compresi vecchi e bambini, perpetrate dalle camicie nere con le SS naziste. Dopo la Liberazione le note di Bella Ciao, diffuse ovunque col canto del partigiano morto per la libertà, fecero scomparire ogni residua nostalgia per le musiche precedenti.
Alberto Dolara
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Le canzoni accompagnano la vita di ciascuno di noi, descrivono un ambiente e ricordano periodi storici passati. Molte, scritte e musicate in Italia nel periodo 1920-1945, offrono precise testimonianze sul regime fascista.