La repressione borbonica degli intellettuali: il caso di Ernesto Capocci
La figura di Ernesto Capocci (1798-1864) offre una lente d'ingrandimento privilegiata per comprendere le contraddizioni profonde del Regno delle Due Sicilie e l'iniquità della repressione borbonica contro gli intellettuali progressisti. Astronomo di fama internazionale, direttore dell'Osservatorio di Capodimonte dal 1833 al 1850, divulgatore scientifico e pioniere della letteratura fantascientifica italiana, Capocci incarna perfettamente la tragedia dell'intellettuale progressista vittima dell'arbitrarietà del potere assoluto. La sua vicenda dimostra che il regime borbonico, pur aspirando alla modernità tecnologica, era strutturalmente incapace di tollerare l’emancipazione intellettuale. Preferiva sacrificare l’eccellenza scientifica sull’altare della perpetuazione dinastica. Nato a Picinisco il 31 marzo 1798 da Francesco Capocci e Marta Zuccari, nipote dell'astronomo Federigo Zuccari, Ernesto crebbe in un ambiente familiare già orientato verso la scienza. La sua formazione presso il Seminario di Sora, dove acquisì competenze sia scientifiche che umanistico-letterarie, prefigurava quella versatilità intellettuale che sarebbe diventata il tratto distintivo della sua personalità. Dal 1815 iniziò a frequentare l'Osservatorio Astronomico di Napoli e nel 1816 partecipò con successo a un concorso per il posto di alunno presso l'osservatorio, distinguendosi tra candidati di valore.
La svolta decisiva arrivò nel 1819, quando Giuseppe Piazzi lo nominò astronomo assistente presso il nuovo osservatorio di Capodimonte, sancendo il suo ingresso nell'élite scientifica del regno. Nel 1833 Capocci raggiunse l’apice della sua carriera con la nomina a direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, riconoscimento delle sue competenze scientifiche. Ironicamente, diciassette anni dopo, il sovrano lo destituì per motivi politici, dimostrando il conflitto tra merito scientifico e arbitrio monarchico. Durante il suo mandato direttoriale, Capocci si distinse per la ricerca astronomica di livello internazionale, dedicandosi inizialmente alla meteorologia e poi alle osservazioni astronomiche. Il suo lavoro fu talmente apprezzato che venne definito "l'Encke d'Italia" per aver collaborato, insieme all'Inghirami di Firenze, a un catalogo stellare. Grazie alla sua grande abilità di stabilire relazioni umane, ebbe contatti con François Arago e Alexander von Humboldt . La sua capacità persuasiva convinse Macedonio Melloni ad accettare l’invito di Ferdinando II , “il famigerato re dell’orgoglio”, e a trasferirsi a Napoli, dove contribuì alla fondazione dell’Osservatorio Vesuviano, diventandone il primo direttore (incarico dal quale fu sollevato per le sue idee liberali dopo i moti del ‘48). Questo episodio dimostrò la capacità di Capocci di inserire Napoli nel circuito scientifico internazionale d’avanguardia. L'attività editoriale e divulgativa di Capocci assunse, nel contesto del Regno delle Due Sicilie, valenze politiche profonde che andavano ben oltre l'apparente neutralità della comunicazione scientifica. Collaborò a numerosi periodici italiani e internazionali, scrivendo su "Astronomische Nachrichten", "Correspondance Astronomique" e "Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Napoli". Abile divulgatore, diffuse la cultura scientifica con pubblicazioni dal linguaggio comprensibile a tutti, democratizzando il sapere in modo da costituire una sfida implicita al monopolio dell'informazione del regime. Questa sua rete di rapporti sfidò la politica isolazionista borbonica, promuovendo scambi culturali indipendenti dalla diplomazia ufficiale. Il 1848 segnò la fine dell’età dell’oro di Capocci e uno spartiacque nella storia del Regno delle Due Sicilie. In Europa, rivoluzioni in Francia, Germania, Austria e vari Stati italiani chiesero maggiore libertà politica, riverberandosi sul Regno delle Due Sicilie e sulla vicenda di Capocci. In Francia la monarchia di Luigi Filippo fu costretta ad abdicare, a Vienna le insurrezioni portarono all’abdicazione di Metternich, in Sicilia e Napoli le agitazioni chiedevano autonomia locale, libertà di stampa e partecipazione parlamentare. Questi eventi influenzarono profondamente le decisioni dei sovrani italiani. Ferdinando II concesse la costituzione il 29 gennaio 1848 per rispondere alle pressioni ma anche per calcoli politici, mirati a contenere le agitazioni popolari senza rinunciare al controllo effettivo. Funzionari della corona, come il ministro Carlo Filangieri, furono incaricati di mediare tra il re e le istanze liberali, bilanciando concessioni formali e repressione. In questo contesto, Capocci emerse come una figura di spicco. Eletto deputato per il distretto di Sora, si distinse per le sue idee liberali e per l'impegno nella difesa dei principi costituzionali. La sua elezione al Parlamento napoletano fu un chiaro segno del suo impegno politico e della sua opposizione al regime autoritario, diventando la "voce della nazione" nel parlamento napoletano del 1848. Durante la redazione degli indirizzi parlamentari a Napoli, Ernesto Capocci si distinse soprattutto per il suo coraggioso impegno antiborbonico. La costituzione concessa da Ferdinando II, la prima tra gli stati italiani, inaugurò un’esperienza parlamentare completamente nuova, ispirata alle carte liberali europee piuttosto che alle tradizionali consulte di stato. Capocci comprese lucidamente le dinamiche politiche in atto. Pur ispirandosi alle procedure francesi, le tensioni locali rendevano i dibattiti lunghi e complessi. Per questo invitò i colleghi a non tergiversare, consapevole che Ferdinando II avrebbe ignorato l'indirizzo parlamentare. La rivendicazione della funzione rappresentativa si cristallizzò nelle sue parole, di straordinaria efficacia, pronunciate nella seduta del 10 luglio 1848: «Voi non ignorate con quanta ansietà il nostro paese attendeva la voce del principe, la stessa ansietà esiste tuttavia per udire la voce della nazione, la nostra voce». Questa contrapposizione tra "voce del principe" e "voce della nazione" colse il cuore del conflitto politico dell'epoca ovvero il confronto tra autorità monarchica tradizionale e rappresentanza parlamentare come espressione della sovranità popolare. Il parlamento divenne così la sede legittima dove si manifestava la volontà collettiva, anche contro l'arbitrio del sovrano. Il contesto rese l'azione di Capocci particolarmente significativa. Dopo i sanguinosi scontri del 15 maggio che culminarono con la strage di Napoli, quando l’esercito borbonico soffocò nel sangue le manifestazioni di protesta, causando centinaia di vittime, e segnando profondamente la memoria cittadina, Ferdinando II delegò la lettura del discorso inaugurale al presidente del consiglio Carlo Troya, evitando di presentarsi davanti al parlamento. La stampa d'opposizione denunciò questa assenza come segno di paura, criticando l'omissione di riferimenti alla guerra d'indipendenza e alla repressione interna. In questo clima di crescente tensione, la voce di Capocci riaffermava simbolicamente e concretamente la legittimità parlamentare. I suoi interventi incarnarono l'emergere di una nuova cultura politica fondata sulla partecipazione e sui diritti civili, contribuendo alla formazione di quella tradizione costituzionale che avrebbe trovato piena realizzazione con l'unificazione italiana. Figure come Capocci svolsero un ruolo fondamentale nel traghettare la cultura politica italiana dall'assolutismo verso i principi del costituzionalismo moderno. Come osservato dalla storiografia, Ferdinando II, in seguito ai fatti di maggio, decise di manifestare una risoluta e cruenta volontà assolutistica, sospendendo le attività parlamentari e reprimendo con la forza il separatismo siciliano. Si guadagnò così l'appellativo di “re bomba” a seguito del sanguinoso bombardamento di Messina. Meccanismi di coercizione, destituzioni, controlli sull'insegnamento e limitazioni delle libertà di stampa e di associazione segnarono la "riemersione" dell'assolutismo e la punizione dei difensori della legalità. La partecipazione di Capocci ai moti rivoluzionari, insieme ai suoi figli, rappresentò per il regime un tradimento imperdonabile che assunse particolare gravità in quanto costituiva un pericoloso esempio proveniente da una personalità dell'élite scientifica del regno. La reazione di Ferdinando II fu immediata quanto scomposta: nel 1850 Capocci, ormai considerato irrimediabilmente compromesso, convinto sostenitore delle idee liberali, venne destituito dall'incarico di direttore. L'esautorazione non fu un atto amministrativo di routine, ma un messaggio politico chiaro rivolto a tutta l'intellighenzia del regno: il merito scientifico non avrebbe protetto chi osava opporsi al regime. Da allora nulla è cambiato. Alcune fonti suggeriscono che fosse vicino alle posizioni dell'onorevole Mancini e che si rifiutò di sottoscrivere petizioni reali contrarie alla Costituzione, ma tali circostanze non possono essere confermate con certezza. Questa operazione di ridimensionamento del Capocci politico rivela il doppio standard applicato alle fonti: mentre, ad esempio, l'attribuzione allo scienziato della tecnica di costruzione di telescopi con specchi liquidi (v. nota dell’autore) viene giustamente considerata incerta per il mancato rinvenimento di note e appunti, il solo episodio Mancini, altrettanto incerto, viene utilizzato per spiegare definitivamente la destituzione. Ridurre una complessa vicenda politica a un singolo episodio dubbio neutralizza la memoria dell'intellettuale dissidente e trasforma la repressione sistematica in un fatto marginale. La destituzione di Capocci deve quindi essere considerata nel contesto più ampio della sua opposizione politica e del clima repressivo dell'epoca, piuttosto che come conseguenza di un singolo episodio isolato. L'iniquità della punizione emergeva da diversi elementi: la sproporzione tra "delitto" e punizione, lo spreco di risorse umane con la perdita di un direttore riconosciuto a livello internazionale, la persecuzione familiare che colpiva anche i figli, l'arbitrarietà del potere che ignorava completamente i meriti precedentemente riconosciuti. Il regno perse così uno scienziato con una fitta rete di rapporti internazionali e una produzione scientifica di prim'ordine, subendo dal punto di vista dell'interesse nazionale un danno enorme, motivato esclusivamente dall'opportunismo politico, ottenendo l'effetto opposto a quello sperato: la destituzione di Capocci ebbe paradossalmente un effetto propulsivo, imprevisto, che liberò le energie creative dello scienziato verso nuovi orizzonti espressivi. La vicenda rivela lo scotoma intellettuale particolarmente marcato nella dinastia borbonica, un'incapacità congenita, quasi patologica, di comprendere la natura proteiforme dell'intelligenza. Questa cecità costitutiva, che caratterizza sistematicamente i sovrani di Casa Borbone, li porta invariabilmente a credere di poter controllare il pensiero controllando i suoi contenitori istituzionali. A differenza di altre dinastie che mostravano occasionale lungimiranza strategica, i Borbone manifestarono una costante miopia nel rapporto con le élite intellettuali. Sottraendo l'osservatorio a Capocci, il regime credeva di neutralizzarlo, senza rendersi conto che lo stava istigando a concretizzare forme di opposizione più democratiche e penetranti. L'astronomo "controllato" divenne scrittore "incontrollabile", e la sua fantascienza del 1857 raggiunge probabilmente, ancora oggi, più menti della sua astronomia ufficiale. Questa miopia del potere assoluto rappresenta un paradigma antropologico ricorrente: l'autorità tenta di imbrigliare l'intelletto senza comprendere che esso, per natura, trova sempre vie alternative. I Borbone si inflissero così un doppio danno, perdettero uno scienziato di fama internazionale e acquisirono un oppositore dotato di strumenti espressivi più vasti di quelli scientifici. Manuel Azaña sentenziò che la parabola storica della monarchia spagnola è segnata da una costante che attraversa i secoli e che spiega la ricorsiva repressione di ogni esperienza di libertà intellettuale: «Los Borbones no aprenden ni olvidan». (Azaña, Obras Completas, Diario 1931). Ferdinando II, che negli anni Trenta aveva mostrato aperture verso il progresso tecnologico e scientifico, reagì alle rivoluzioni europee con una svolta decisamente reazionaria: revocò la Costituzione e represse i movimenti liberali, confermando la natura volubile e autoritaria della dinastia borbonica. L'allontanamento dal suo incarico di direttore dell'Osservatorio di Capodimonte gli consentì di dedicarsi ad attività letterarie e umanistiche. Quando il regime chiudeva una via di espressione, gli intellettuali progressisti ne aprivano altre, spesso più efficaci nel veicolare messaggi di critica sociale e politica. Capocci non si limitò a subire passivamente la persecuzione ma, come anticipato, la trasformò in un'opportunità per ampliare il proprio raggio d'azione culturale. La sua produzione scritta rifletteva una formazione autenticamente multidisciplinare, collocandolo tra gli intellettuali più versatili del suo tempo. Spaziava dal romanzo storico agli scritti politici, dalle narrazioni fantastiche alle dissertazioni scientifiche. Tuttavia, in linea con quello che la storiografia contemporanea chiama whig history, la complessità della sua figura venne progressivamente ridotta, ieri come oggi nel 2025, a quella dello specialista riconosciuto unicamente per l'attività scientifica, mentre la ricchezza dei suoi interessi veniva scissa e marginalizzata.
L'elemento più rivoluzionario e coraggioso risiedeva nella scelta di una protagonista femminile in un'epoca e un contesto in cui ciò era impensabile. In una società borbonica marcatamente maschilista, che escludeva sistematicamente le donne dall'educazione scientifica, Capocci osò immaginare Urania come prima donna nello spazio letterario e, ancor più audacemente, come autorità scientifica che contraddiceva e correggeva astronomi affermati (Schröter, Herschel), criticava la peculiare lentezza dei geologi, rivendicando la superiorità dell'osservazione diretta sulle "astruse congetture" degli studiosi maschi terrestri. Tuttavia, questa scelta progressista rivela una contraddizione "calcolata": infatti Capocci utilizzò strategicamente la figura femminile per attaccare l'establishment scientifico senza compromettersi direttamente, sfruttando le dinamiche accademiche che apparentemente contestava. La strumentalizzazione di Urania come voce critica, relegata nei momenti tecnici cruciali a spettatrice ansiosa mentre Arturo gestiva l'impresa, evidenzia i limiti strutturali di un progressismo che, pur pionieristico, riproduceva deliberatamente le gerarchie di genere per finalità polemiche, subordinando l'emancipazione femminile alle proprie battaglie intellettuali. Strutturata come lettera di Urania alla sua amica“Ernestina”, l'opera veicola messaggi progressisti attraverso la valorizzazione dell'intellettualità femminile e l'ambientazione nel 2057, in un futuro remoto che rappresentava una negazione utopica del 1857 borbonico. Dal punto di vista scientifico, l'autore incorporava elementi innovativi (cannone-lancio, tecnologie avanzate, descrizioni astronomiche accurate) e una dettagliata selenologia che spiegava la formazione lunare e i suoi fenomeni. L'opera si configurava così come resistenza culturale che proiettava nel futuro le aspirazioni di progresso e uguaglianza negate dal presente storico. Con l'opera Ai miei amici più o meno rossi (1862), Capocci sollecitò la moderazione e la concordia fra i democratici, sostenendo che la costruzione dello Stato unitario richiedeva responsabilità e misura, non conflitti ideologici distruttivi. Nell'opuscolo La stampa napoletana al signor Pietro Sterbini (1863), richiamò i giornalisti a esercitare la libertà di stampa con consapevolezza, trasformandola in uno strumento educativo e civico. Anche nell'analisi dei fenomeni naturali, come nei Dialoghi sulle comete (1825) e nello studio Dei tremuoti in generale e di quello in particolare del 16 dicembre 1857 in Basilicata e Principato Ultra. Napoli: Tipografia Cottrau, 1858, lo scienziato combinò divulgazione e riflessione civica, contrastando superstizione e fatalismo, sottolineando l'importanza della conoscenza per orientare la comunità e sostenere la coesione sociale. La sua riflessione su quel terremoto offre un parallelo straordinariamente significativo con l'attuale crisi bradisismica dei Campi Flegrei: la scienza deve fornire strumenti di comprensione e gestione dei rischi, rafforzando resilienza e senso di responsabilità collettiva. Tra le opere letterarie dell'astronomo spicca anche "Il primo viceré di Napoli", un romanzo storico che affrontava il tema della dominazione straniera nel Regno di Napoli. La scelta di questo soggetto storico non appariva casuale ma rispondeva a precise intenzioni politiche, permettendo di affrontare indirettamente la legittimità del potere, i paralleli tra le dominazioni del passato e quella borbonica del presente, e la celebrazione della tradizione di resistenza all'oppressione. Le "Illustrazioni cosmografiche della Divina Commedia" rappresentavano la sintesi perfetta tra competenza scientifica e cultura umanistica, rivendicando l'unità del sapere contro la frammentazione specialistica imposta dall'autoritarismo, rivalutando Dante come scienziato e contribuendo alla formazione di un'identità culturale nazionale, democratizzando la cultura e rendendola accessibile a un pubblico più vasto. Il rapido reintegro dell'intellettuale nella direzione dell'Osservatorio di Capodimonte nel 1860, immediatamente dopo la caduta del regime borbonico, rappresentò una delle prove più evidenti dell'iniquità della sua destituzione dieci anni prima. Nel 1861, su proposta di Garibaldi, fu nominato senatore del Regno d'Italia da Vittorio Emanuele II. Questo doppio riconoscimento, scientifico e politico, dimostrava che la rimozione aveva risposto esclusivamente a logiche di regime, non a mancanze professionali. La sistematicità della repressione borbonica trova testimonianza eloquente nelle parole di Paolo Emilio Imbriani, Rettore dell'Università Napoletana e compagno di Capocci nei banchi parlamentari del 1848. Nell'orazione funebre pronunciata nel gennaio 1864, con l'amarezza di chi aveva attraversato l'intera parabola del regime, Imbriani evoca il clima di quegli anni ricordando che «i viceré amavano il silenzio e le segrete» e che con Capocci aveva «seduto insieme sugli scanni dell'opposizione, sola condotta onesta e possibile contra la volontà determinata e liberticida di Ferdinando Borbone». Il valore di questa testimonianza risiede nella rivelazione di un fenomeno che andava ben oltre i singoli casi: l'alienazione sistemica dell'intera élite intellettuale del regno. Il regime aveva paradossalmente liberato dalle proprie gabbie istituzionali le intelligenze che avrebbe dovuto controllare. Come fiere indomite sfuggite a domatori incompetenti, gli intellettuali più integri del regno si rivoltarono. Quando il Rettore della principale università definiva l'opposizione al sovrano «sola condotta onesta possibile», il giudizio non riguardava più il singolo Capocci, ma l'intero sistema di potere che aveva reso impossibile ogni altra forma di convivenza civile tra intelligenza e autorità. La lucidità di Imbriani si rivela particolarmente penetrante quando denuncia «tanta corruttela di scienza che ha sinora turbato il mondo de' costumi» e rimprovera coloro che giudicavano l'opera letteraria di Capocci «senza tener conto dell'ufficio di cittadino ch'egli compieva». Il Rettore aveva compreso che il romanzo storico "Il Primo Viceré di Napoli" non era letteratura ma manifesto politico: attraverso la denuncia delle dominazioni straniere del passato, Capocci stava attaccando la corruttela che serpeggiava tra gli intellettuali del presente, quelli che accettavano di servire un potere corrotto pur di mantenere i propri privilegi. La sua conclusione suona come una profezia che trascende il caso particolare: «il tempo farà giustizia anche questa volta ai morti». Una giustizia che, evidentemente, non poteva essere affidata a chi aveva scelto il compromesso con il potere. La vicenda di Ernesto Capocci si configura come un paradigma esemplare per comprendere i rapporti tra Casa Borbone e intellighenzia progressista nel Regno delle Due Sicilie. I Borbone finanziavano la scienza solo per atteggiarsi a sovrani illuminati, ma pretendevano al tempo stesso di controllarne rigidamente i cultori. L'astronomo, che seppe veicolare le proprie capacità anche nella politica, non si sottomise nemmeno di fronte alla minaccia della privazione degli strumenti osservativi e di ricerca, il vero tallone d'Achille di ogni astronomo, e per questo fu destituito. Attraverso la sua biografia emergono tutti gli elementi che caratterizzarono la politica culturale borbonica: un’iniziale apertura verso l’innovazione tecnologica, la strumentalizzazione delle competenze scientifiche per il prestigio del regno e la svolta repressiva dopo il 1848 rivelano l’impossibilità di conciliare assolutismo politico ed eccellenza intellettuale. La contraddizione era strutturale. I Borbone volevano l’immagine del sovrano illuminato ma rifiutavano le conseguenze naturali di tale scelta, ovvero l’autonomia critica di scienziati e intellettuali. Il caso di Capocci dimostra che la violenza del regime non si esprimeva solo attraverso la repressione fisica delle rivolte popolari, ma si manifestava come feroce violenza culturale, colpendo sistematicamente chi osava pensare liberamente. In un gesto di ottusa autolesione, il regno si privava delle migliori risorse intellettuali pur di mantenere un controllo politico effimero. L’iniquità della repressione borbonica non era accidentale, mirava a soffocare alla radice la cultura critica e progressista, la vera minaccia per la sopravvivenza del regime. La destituzione dello scienziato non fu un episodio isolato ma parte di una strategia più ampia, volta a mantenere il popolo nell’ignoranza e gli intellettuali nella subordinazione. Una strategia storicamente fallimentare perché incapace di comprendere che eccellenza intellettuale e autentica libertà di pensiero sono inscindibili e ogni tentativo di separarle artificialmente è destinato al collasso.
Facilis descensus Averno...
Luigi Speciale
Nota dell’autore Durante i primi anni Duemila, fui invitato a un seminario organizzato dal prof. Giuseppe Longo, presso il Dipartimento di Fisica, Monte Sant'Angelo, tenuto dal prof. Ermanno Borra sui telescopi a specchio liquido e, se la memoria non mi inganna, entrambi citarono Ernesto Capocci come probabile precursore di questa tecnica di costruzione. Successivamente incuriosito dal “mistero”ed essendo astrofilo, esperto di ottica e di strumenti astronomici, membro dell’U.A.N., U.A.I. nonché fondatore di Astrocampania Associazione, cercai presso l'Osservatorio di Capodimonte l'eventuale esistenza di documentazione che attribuisse inequivocabilmente la paternità dei telescopi con specchio liquido a Capocci, ma non ebbi “fortuna”. Tuttavia, gli archivi di istituzioni secolari presentano spesso catalogazioni stratificate e incomplete, con materiali dispersi in fondi non sistematicamente esplorati, e una ricognizione metodica e diretta potrebbe rivelare documenti finora trascurati, sebbene la storia della scienza conosce numerosi casi in cui le innovazioni, di ricercatori politicamente scomodi, hanno richiesto decenni o secoli per essere riconosciute, quando non sono andate definitivamente perdute, date alle fiamme come da tradizione. Il paradosso metodologico rimane comunque stridente: mentre la comunità astronomica italiana, a differenza di quella nordamericana, applica giustamente criteri rigorosi per non attribuire definitivamente a Capocci un’invenzione priva di prove catalogali immediate, la storiografia ufficiale si accontenta invece del solo episodio Mancini, altrettanto incerto, per spiegare categoricamente la destituzione. La prudenza scientifica verso i meriti diventa così indulgenza verso le colpe, secondo una tecnica che riduce una complessa vicenda a un episodio isolato, trasformando un atto di resistenza in una presunta eccentricità individuale. Questa non è pura semplificazione, ma una manipolazione consapevole che deresponsabilizza il regime e occulta la repressione politica sistemica. In questo modo la storiografia non si limita a descrivere il passato, ma, sotto forma di narrazione accademica, rischia di perpetuare la stessa violenza culturale dei Borbone. Tale approccio evidenzia la responsabilità etica degli storici: minimizzare l’azione politica di Capocci equivale a mistificare il passato, negando la contraddizione tra assolutismo e libertà di pensiero che egli incarnava. La storia non è un semplice catalogo di eventi o di date, ma uno strumento per comprendere le dinamiche del presente, valutare scelte, valori e responsabilità, far emergere continuità e discontinuità e offrire modelli di azione o avvertimento. In questo senso, recuperare figure come Capocci non è nostalgia, ma un atto di consapevolezza civica e culturale perché ci ricorda che la grandezza intellettuale, l’impegno civile e i valori moderni, sempre più spesso, vengono messi a tacere o ignorati.
Bibliografia M. Capaccioli, Ernesto Capocci in «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti» n.178 (2019), 1–36. F. De Rosa – L. Maremonti, Costituzione, repressione e politica nel Regno delle Due Sicilie, in «Historia et Ius» n.15 (2019), 1–24. G. Pizzaroni et alii, Unificazione Italiana, Reazione Borbonica, e Movimenti Liberali, in «Rivista di Storia Contemporanea», 25, n.3 (2020), 45–67. S. Mancuso, Ernesto Capocci and Astronomical Research in Naples Around the Middle of the Nineteenth Century, in «Memorie della Società Astronomica Italiana» n. 61 (1990). 961–978. Capocci, Ai miei amici più o meno rossi, Napoli, Stamperia della Regia Università, 1862.
Fonti web https://www.americanscientist.org/article/liquid-mirror-telescopes Osservatorio Astronomico di Capodimonte - INAF
|
Pubblicazioni mensiliNuovo Monitore Napoletano N.207 Marzo 2026
Miscellanea Letteratura, Storia e FilosofiaLa stampa periodica a Castellammare di Stabia. 1860 – 2020
Libere Riflessioni Mediterraneo allargato o ristretto. Geopolitica di un mare complesso Quando la storia diventa una persona Le anomalie della guerra con l’Iran Il Mezzogiorno: una questione italiana o ancora una questione meridionale?
Filosofia della Scienza Realtà umana e realtà naturale I problemi dell’identità culturale
Cultura della legalità L’Italia celebra gli 80 anni della Repubblica: la democrazia come scelta quotidiana Riforma costituzionale della magistratura: espressione del potere Digitalizzazione e Processo Civile Telematico: riforme, PNRR e realtà degli uffici giudiziari Vittime innocenti. Marzo 1861-2023
Statistiche
La registrazione degli utenti è riservata esclusivamente ai collaboratori interni.Abbiamo 167 visitatori e nessun utente online |




Una delle opere più significative di Capocci fu la