Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Sta tramontando il mito delle università Usa

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Dal primo dopoguerra in poi il sistema univesrsitario Usa è diventato un mito da imitare nelle altre parti del mondo, e soprattutto in Europa. Ora il quadro sta cambiando rapidamente. Molti individuano la causa nella seconda elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, ma la realtà è assai più complessa e difficile da analizzare.

Il sistema universitario negli Stati Uniti ha sempre avuto caratteristiche specifiche. Organizzato su più livelli, è formato in gran parte da modesti college la cui laurea non garantisce grandi sbocchi occupazionali. Tali college, che potremmo definire di “fascia C”, in ogni caso funzionano e sfornano ogni anno un gran numero di laureati.

C’è poi un consistaente numero di atenei (chiamiamoli di “fascia B”) che, pur non fornendo un’istruzione eccelsa, garantiscono comuque ai loro laureati buone posizioni lavorative, soprattutto perché quasi tutti si specializzano in un particolare settore del sapere. Pertanto i candidati che vogliono studiare, per esempio, ingegneria civile o letteratura francese, sanno benissimo dove andare per realizzare i loro progetti.

Tuttavia è la cosiddetta “fascia A” che ha reso famoso il sistema universitario americano. Essa è formata dagli atenei più prestigiosi che tutti, più o meno conoscono. Sulla costa orientale c’è la celebre “Ivy League” formata, tra gli altri, da Princeton, Columbia, Cornell, Yale, Harvard e poche altre. Tutte fondate nel periodo coloniale, mantengono quindi un’impronta inglese e sono, senza eccezioni, carissime.

Sulla costa occidentale sono invece dislocate molte prestigiose università californiane, non altrettanto antiche, ma sempre molto care. Del gruppo fanno parte Stanford e tutte le varie branche della University of California, indipendenti tra loro e con sedi diverse: Los Angeles, Berkeley, San Francisco, Irvine, etc. L’impronta è meno privatistica rispetto agli atenei della “Ivy League”, ma il prestigio -come le tasse da pagare – è alto.

 

Dopo i disordini causati dalla tragedia di Gaza e gli innumerevoli esempi di anti-semitismo, l’amministrazione Trump è intervenuta in modo deciso imponendo consistenti tagli ai finanziamenti federali. Già, poiché questi atenei, pur essendo privati, hanno comunque bisogno del denaro del governo federale per mantenere i loro standard nell’insegnamento e, soprattutto, nella ricerca scientifica.

Si è quindi sviluppata una vera e propria battaglia tra Washington e i rettori, nonostante negli Usa non vi sia una tradizione di interventismo statale in ambito accademico. Con grande sorpresa di molti, finora l’amministrazione Trump è uscita vittoriosa con il taglio, minacciato e in alcuni casi già praticato, dei finanziamenti.

E’ importante tuttavia rammentare che la responsabilità della situazione è anche dei progressisti, e non soltanto dei conservatori. In alcuni atenei il “politically correct” e la “cancel culture” avevano raggiunto livelli intollerabili, sino a negare la libertà di parola e di penssiero. I conservatori hanno quindi avuto buon gioco nel rimarcare che così non si poteva andare avanti.

Parecchi rettori hanno allora ceduto aderendo alla richiesta del governo federale di ripristinare la libertà di pensiero e di parola nei campus. Anche se è presto per capire se tutto ciò determinerà la fine del settarismo.

Una considerazione finale. Forse il modello accademico europeo non è proprio da buttare via se quello americano causa problemi di questa portata. E, forse, non è il caso di insistere troppo sul “fund raising” e sulla competizione spietata, visto che quest’ultima genera un sacco di problemi.

 

Michele Marsonet

 

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