Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

I treni dei bambini in Italia negli anni 1945-48

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«A tutti i maschi hanno tagliato i capelli, hanno messo i pantaloncini e i calzettoni pesanti, la maglia della salute, la camicia ed il cappottino. A me i capelli sono rimasti come erano perché già tenevo il mellone (il cocomero, la testa rasata in dialetto napoletano, n.d.r.). Alle femmine hanno fatto le trecce con i fiocchetti rossi e verdi, hanno messo il vestito o la gonna e, sopra i cappotti pure a loro. E poi le scarpe. Quando è toccato a me il numero mio era finito. Cosi mi hanno dato un paio di scarpe marrò (sic) nuove nuove, lucide con i lacci, ma del numero più piccolo…mi andavano strette, ma ho detto bene bene per paura che se le riprendevano.»

Questa vivace descrizione è di Amerigo, protagonista del libro di Viola Ardone Il treno dei bambini (ed.2019). Aveva otto anni e alla stazione di Napoli era in attesa del treno che nel gennaio 1947 con gli altri bambini lo portò a nord dove fu accolto da un’altra famiglia. Accanto a lui c’era Antonietta, la madre, silenziosa, a braccia conserte. Aveva consentito alla partenza per una miglior speranza di vita nonostante Amerigo fosse il suo unico figlio. Aveva ignorato le voci che i bambini sarebbero stati portati in Russia dagli organizzatori comunisti.

 

Amerigo e Antonietta sono personaggi immaginari, ma i “treni dei bambini” furono un grande progetto di solidarietà organizzato dall’UDI (Unione Donne Italiane) per sottrarre i bambini italiani, in particolare quelli del sud, disastrato dalla guerra, ad una vita di miseria, inserendoli in famiglie disponibili del centro nord-nord dove avrebbero trovato migliori condizioni.

Le testimonianze dei partecipanti sono state raccolte da Giovani Rinaldi nel libro C'ero anch'io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l'Italia (2021).

Alla fine del secondo conflitto mondiale l’Italia era in una situazione disastrosa, in particolare nel sud del Paese. A Napoli, per le distruzioni provocate dai bombardamenti e le difficoltà dell’approvvigionamento, l’alimentazione dei bambini era spesso limitata a tozzi di pane o a quello che rubavano al mercato. Erano a piedi scalzi perché le scarpe era un lusso non consentito.

Nel secondo episodio di Paisà, il film di Roberto Rossellini del 1946, un bambino napoletano rubava le scarpe ad un soldato di colore col quale aveva fatto amicizia. Venne scoperto, ma il derubato comprese la terribile situazione di miseria nella quale viveva il bambino e, pertanto lo lasciò libero.

Nel novembre del 1945 la CRI aveva organizzato l'ospitalità in famiglie svizzere di bambini milanesi in difficoltà. Forse facendo riferimento a questa esperienza nacque il progetto dei “treni dei bambini”. Le promotrici furono Teresa Noce, fondatrice dell’UDI, collegata al PCI, Daria Malaguzzi Valeri. scrittrice, e Dina Ermini della Commissione femminile del PCI.

L’UDI era nata nel settembre 1944 nella Roma appena liberata raccogliendo le esperienze dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD) durante la Resistenza. Partecipò a tutte le battaglie ini difesa delle donne, dalle leggi per gli asili nido, alla parità dei salari, alle manifestazioni del ‘68 che portarono negli anni ‘70 alla istituzione del divorzio, alla liberalizzazione dell’aborto, alla riforma del diritto di famigli.

Dopo l’organizzazione dei “treni dei bambini” l’attività di solidarietà dell’UDI è proseguita per i figli degli operai arrestati negli anni ‘50 durante le repressioni poliziesche e per le popolazioni colpite da disastri naturali.

Il comitato organizzatore, era costituito da rappresentanti dell'UDI, del Comitato di Liberazione Nazionale, dell'Arcidiocesi e della Camera del Lavoro di Milano, della Prefettura di Milano, della CRI, dell'Opera nazionale maternità e infanzia, e di altre associazioni.

Fu svolta un'attività capillare di contatto con le famiglie disponibili per affidamenti temporanei nelle zone meno disagiate del Paese attraverso la rete territoriale del PCI e dell'UDI, alla quale parteciparono anche dei parroci. Le regioni interessate furono dapprima l’Emilia Romagna e la Liguria.

Il primo treno partì da Milano nel dicembre 1945 diretto a Reggio Emilia con circa 1700 bambini, due giorni dopo ne seguì un altro con 630.

Da Torino circa1400 partirono per Mantova dal dicembre 1945 al febbraio 1946, da Roma i primi treni partirono nel gennaio del 1946.

I bambini furono ospitati anche nelle città toscane, essendo esauriti i posti disponibili in Emilia-Romagna.

Nel febbraio dello stesso anno, iniziarono le partenze da Cassino che a fine anno ammontarono a circa 16.000-20.000. Vennero accolti dalle famiglie in Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana, Umbria, Liguria.

Il primo treno da Napoli partì l’anno successivo, nel gennaio 1947.

Il “Comitato per la Salvezza dei Bimbi di Napoli” aveva dovuto superare le diffidenze dei monarchici e dell'apparato della Chiesa, anche se molti parroci appoggiarono l'iniziativa. Dal gennaio ad aprile partirono 7577 bambini napoletani.

Alla fine del 1947 furono coinvolti nel progetto complessivamente circa 60mila bambini.

Il periodo di permanenza nelle famiglie ospitanti era variabile da pochi mesi a decenni, in alcuni casi vi fu un’adozione definitiva.

In Emilia Amerigo trovò una seconda madre in Derna, una giovane donna senza figli, molto affettuosa, e un ambiente familiare accogliente nei suoi parenti. Vi rimase fino all’età adulta, poté studiare e avendo doti musicali divenne un affermato musicista. Tornò più volte a Napoli per abbracciare la madre e rivisitare gli ambienti dell’infanzia.

“I treni dei bambini”, definiti anche “treni della felicità” dal sindaco di Modena nel 1947, furono una grande iniziativa di solidarietà tra nord e sud d’Italia, merito dei promotori ed organizzatori oltre che della generosità delle famiglie ospitanti, molto spesso di condizioni economiche modeste.

Dopo il disastro di Chernobyl del 1986 vi fu in Italia un’altra grande iniziativa popolare di solidarietà: le famiglie italiane ospitarono nel trentennio successivo circa mezzo milione di bambini dell’Ucraina e della Bielorussia per le cure necessarie.

Il problema delle ricadute emozionali e sentimentali dovute all’interruzione dei rapporti familiari mi ha ricordato una lontana esperienza infantile.

Nel luglio 1943 avevo undici anni ed ero in una colonia estiva organizzata dal regime fascista, tra l’altro sarebbe caduto proprio in quel periodo.

La nostalgia della famiglia era sempre presente, i giorni passavano lenti.

Quando la mattina dell’ultimo giorno vedemmo arrivare gli autobus che ci avrebbero riportato a casa ci fu un’esplosione di gioia collettiva con grida, abbracci e cappellini gettati in aria. Ma la direttrice della colonia che assistette alla scena, ritenne eccesiva la nostra felicità.

Per i bambini dei “treni della felicità” hanno sicuramente contribuito a ridurre le conseguenze della separazione familiare l’offerta delle migliori condizioni di vita, la disponibilità all’accoglienza delle famiglie ospitanti, e la possibilità d’interrompere la permanenza in qualunque momento.

Che l’abolizione totale fosse comunque impossibile lo dimostrano le scene alla partenza del primo treno da Napoli nel film di Cristina Comencini del 2024 che ha ripreso la trama del libro di Viola Ardone: il dolore di chi doveva staccarsi dai figli è drammaticamente evidente, il lancio dei cappottini dai finestrini è un gesto altamente simbolico.

Le emozioni e le difficoltà psicologiche di Amerigo sono evidenti nei suoi ritorni a Napoli quando cerca di “raccordare” le due esperienze di vita così diverse e di rivivere il rapporto con la madre dopo il distacco e quando nell’ultima visita le porta un fiore al cimitero e la saluta con queste parole:

«Quello che non ci siamo detti non te lo dico più, ma a me è bastato saperti dall’altra parte di quei chilometri di strada ferrata, per tutti questi anni, con le braccia strette a croce sul mio cappottino. Per me è lì che resti. Aspetti e non vai via.»

 

Alberto Dolara

 

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