“Villa Giulia”: i Serra di Cassano a San Giorgio a Cremano

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Si trova nella città di San Giorgio a Cremano, in via Cavalli di Bronzo n° 16, e la sua importanza, misconosciuta per lunghissimo tempo, è stata rivelata nel novembre 2017, quando il fortuito ritrovamento di un componimento poetico ha reso possibile restituire il valore storico che le spetta, riconducendo il suo nome, “Villa Giulia”, alla famiglia nobiliare dei Serra di Cassano.

A partire dagli anni ’50 del Novecento, con il duplice scopo di divulgare la conoscenza delle dimore storiche del  Miglio d’oro” e di preservare le aree verdi di pertinenza delle stesse dalla cementificazione del sacco edilizio postbellico, si sono succedute numerose pubblicazioni sui palazzi nobiliari costruiti alle falde del Vesuvio tra Sette e Ottocento, e solo in alcune di esse è presente qualche saltuaria e brevissima menzione della villa dei Serra di Cassano a San Giorgio a Cremano, quasi sempre dovuta alla sua posizione mediana tra le più famose “Villa Bruno”  e “ Villa Vannucchi”.

Nel 2004, una monografia curata dagli architetti Celeste Fidora e Sergio Attanasio, anch’essa dedicata alle ville nobiliari presenti nel tratto di territorio compreso tra Napoli e Torre del Greco, colma, almeno in parte, questa vacatio memoriae, fornendo una descrizione della struttura architettonica di “Villa Giulia” ed indicando i nominativi delle persone che si sono succedute nella proprietà della villa per quasi 100 anni:

 

«La villa Giulia è delle poche dimore settecentesche che non rispetta nella configurazione planimetrica la consueta tipologia simmetrica delle ville coeve.

Stretta tra le più imponenti dimore Bruno e Vannucchi, presenta uno sviluppo asimmetrico: la facciata caratterizzata da una listatura a stucco, si arretra rispetto al piano terra, per dar vita ad un’ampia terrazza, in corrispondenza del portale d’ingresso ed in pianta segue l’andamento del lotto.

Dalla via Cavalli di Bronzo, attraverso il portale si accede all’atrio di ampie dimensioni, con archi a volte a crociera sul quale si apre la scala e si accede al giardino che conserva ancor’oggi il viale pergolato, la fontana di fondo, e piante di agrumi ed altre essenze mediterranee creando un piacevole momento di sosta in giardino. Nel 1877 la villa era di proprietà di Camilla De Gennaro dalla quale passò al marchese Giuseppe Vannucchi ed in seguito a sua figlia Sofia.

Nel 1942 fu venduta a Valentina De Marchi e poi a Luigi Ruocco e Rosaria Rago».

La mancata menzione della famiglia dei Serra di Cassano nell’elenco dei proprietari precedenti al 1877 è sanata sotto il profilo documentario, almeno per ora, da una mappa topografica risalente agli ultimi decenni del sec. XVIII e rinvenuta durante le personali ricerche archivistiche condotte presso la Società Napoletana di Storia Patria: nella «Pianta topografica per la questione di confini tra la Università di San Giorgio a Cramano (sic!) con Portici e suoi Casali Uniti», al numero 110 della legenda, collegato al punto che sulla mappa indica il luogo in cui sorge la villa, vi è la seguente indicazione: «Cassano Serra che era delli Stinca».

Per chi conduce una ricerca storica, uno dei pericoli più insidiosi da rifuggire risiede nel “combinatorismo”, un atteggiamento metodologico che consiste nell’attribuire ad un testo letterario lo stesso valore riconducibile ad un documento archivistico.

Nel caso di specie, l’analisi del componimento lirico che ha permesso di ricollegare la storia di  “Villa Giulia” ai Serra di Cassano non intende trasformare dei versi poetici in prove che, in modo acritico, giustifichino l’esistenza di dati storici materiali, visibili o meno che siano: una pubblicazione futura, più nuova e più matura al contempo, avrà il compito di confermare o confutare quanto descritto nell’opera poetica in oggetto, mostrando attraverso studi più approfonditi  i risultati delle ricerche storiche condotte finora,  sempre sostenute dalla necessità di tramandare alle future generazioni le vicende di tutte quelle donne e di tutti quegli uomini che, in diverso modo, hanno pagato con la vita l’adesione alla Repubblica napoletana del 1799. 

«Descrizione/ d’una villa inglese/ a S. Giorgio a Cremano/ alle falde del Vesuvio nelle vicinanze di Portici/ appartenente a S.E./ il Sig. Duca di Cassano Serra/ in occasione delle faustissime nozze/ di D. Gio. Battista suo figlio/ e D. Giulia sua nipote»: è il lungo titolo che il letterato Angelo Maria Ricci appone a questa sua opera letteraria, composta per celebrare le nozze tra Giulia Serra di Cassano, figlia di Giuseppe, marchese di Strevi, e Teresa Tocco di Montemiletto, con suo zio, Giovan Battista Serra, figlio di Luigi, IV duca di Cassano, e Giulia Carafa di Roccella, duchessa di Cassano e persona di cui il palazzo di San Giorgio a Cremano ne celebra il nome.

Benché le ricerche archivistiche non abbiano ancora conferito una databilità certa al matrimonio tra Giovan Battista e Giulia Serra, con ampio margine di esattezza, è possibile dedurre l’anno in cui le nozze vengano celebrate grazie ad un passo della corrispondenza epistolare intervenuta tra due personaggi molto vicini alla famiglia Serra.

Il 4 gennaio 1820, dalla sua casa napoletana, Melchiorre Delfico, giurista, membro del Governo provvisorio della Repubblica napoletana del 1799 e Consigliere di Stato durante il Decennio francese, indirizza le seguenti parole al conte Leopoldo Cicognara: « […] Serra ( Giuseppe, ndA) tornò dai Calabri, ma sapete la novità avvenuta in famiglia, che riuscì poco piacevole al Marchese, cioè il matrimonio di Battista colla nipote Giulietta già prossima ad essere madre; ciò si poté eseguire colla donzione fatta da D. Stanislao (uno dei fratelli minori del duca Luigi, ndA) agli sposi. Benché tutto si eseguisse con il consenso dei maggiori, si è avuto poi il dispiacere, di vedere l’ottima Duchessa caduta in malinconia, che dura da più mesi, ma che lode al cielo va migliorando, per quel che sento. […]».

Se il 1819 è l’anno in cui avviene l’unione nuziale celebrata dal Ricci, da queste poche righe vergate da Melchiorre Delfico emerge un elemento su cui è opportuno focalizzare l’attenzione.

Come dimostrano anche lettere precedenti in cui il Delfico sollecita il Cicognara a rivolgersi a Giuseppe Serra  per sollecitare un intervento di quest’ultimo nella formazione di un’associazione che a Napoli si occupi  di raccogliere le sottoscrizioni per la stampa dell’opera più  importante del Cicognara, Storia della scultura dal suo risorgimento in Italia sino al secolo di Napoleone per servire di continuazione alle opere di Winklemann e di d’Agicourt, è indubbio che la conoscenza tra i Serra di Cassano ed il conte Cicognara sia di lunga data e di un certo spessore.

A questo punto, è bene ricordare che la profonda preparazione e la perizia nel campo delle arti figurative di cui sono dotati, rendono i nomi del duca Luigi e di suo figlio Giuseppe ben noti a tutti gli artisti e agli esperti d’arte operanti in Italia negli ultimi trent’anni del sec. XVIII e nei primi vent’anni del sec. XIX; d’altronde, Leopoldo Cicognara, oltre ad essere una figura di spicco nei coevi studi di storia dell’arte, è anche amico e mentore di Antonio Canova.

Alla futura pubblicazione si rimandano le testimonianze e gli eventi che possano far ipotizzare come i Serra di Cassano e Antonio Canova siano giunti ad una diretta conoscenza; per ora, si prendano in considerazione i due seguenti elementi: la lettera con cui, il 12 settembre 1812, il pittore  tedesco Rudolph Friedrich Suhrlandt ringrazia Antonio Canova e Antonio d’Este per aver raccomandato la sua persona a Giuseppe Serra di Cassano; i viaggi compiuti da Antonio Canova nel Regno di Napoli nei primi anni dell’Ottocento per curare la fusione delle due statue equestri oggi presenti in Piazza del Plebiscito, nella città di Napoli.

Secondo il progetto originario Gioacchino Murat e Napoleone Bonaparte devono essere rappresentati in queste statue celebrative, ma il crollo dell’Impero napoleonico ed il ritorno dei Borbone sul trono di Napoli fa in modo che i sovrani ad essere rappresentati siano Carlo III di Borbone e suo figlio Ferdinando, divenuto Ferdinando I delle Due Sicilie in seguito al nuovo assetto politico-costituzionale stabilito durante il Congresso di Vienna.

La fusione delle due statue progettate dal Canova è elemento di non poca rilevanza se si considera che la fonderia in cui avviene l’esecuzione materiale delle opere si trova presso “Villa Bruno”, una delle due ville confinanti con la dimora dei Serra di Cassano a San Giorgio a Cremano.

I fratelli Righetti sono coloro che hanno avuto il permesso dalla famiglia Lieto, proprietaria di “Villa Bruno”, di impiantare la loro officina nei grandi locali della villa sangiorgese, continuando quell’attività che da generazioni svolgono nella loro città di origine, Roma.

Mentre è da escludere che i Serra di Cassano siano coinvolti nelle attività, anche artistiche, della fonderia Righetti, è tuttavia fuori di dubbio che la famiglia nobiliare napoletana intraprenda notevoli relazioni negli ambienti culturali romani, anche durante gli anni cupi dell’esilio dal Regno di Napoli a causa della persecuzione borbonica dopo i fatti del 1799.

Arrestato il 16 luglio 1799 e rimesso in libertà il 2 maggio 1800, con l’obbligo di lasciare Napoli in maniera tempestiva e di vendere tutti i beni di proprietà presenti del Regno di Napoli, Luigi Serra ripara a Roma, dove già si trova sua moglie Giulia, minata nel corpo e nello spirito dall’atroce dolore causato dalla morte dell’amato secondogenito Gennaro, decapitato in Piazza Mercato il 20 agosto 1799, e dalle vessazioni subite durante lo stato di prigionia in cui è costretta dal mese di giugno al mese di dicembre del 1799.

È proprio nel tempo dell’esilio romano che i Serra di Cassano vengono in contatto, forse nuovamente e non per la prima volta, con una degli artisti più dotati e brillanti di quel periodo storico, ammirata e tenuta nella massima considerazione da personalità quali J.J. Winckelmann e J. W. von Goethe: la pittrice svizzera Angelika Kauffmann.

Dopo aver trascorso gran parte della sua giovinezza in viaggi di formazione che le permettono di perfezionare le proprie abilità artistiche, la Kauffmann si stabilizza a Roma ed apre un atelier che ben presto diviene meta imprescindibile di visita per tutti i viaggiatori del “Grand Tour” e luogo di incontro e di discussione per tutti gli esponenti del Neoclassicismo, tra i quali, per ragioni fin troppo ovvie, spicca la figura di Antonio Canova.

Amante ella stessa della cultura greco-romana, Angelika Kauffmann compie tre viaggi nel Regno di Napoli per ammirare in prima persona i risultati degli scavi che hanno riportato alla luce le rovine delle antiche città di Herculaneum e Pompeii, approfondendo così la padronanza dell’Estetica classica.

Sono i periodi di soggiorno trascorsi nelle città di Londra e di Parigi negli anni Sessanta e Settanta del Settecento, ad assumere, tuttavia, un ruolo determinante nel percorso artistico della Kauffmann, perché, colpita dalle opere di P.P. Rubens e di J. Reynolds, decide di specializzare la sua arte nel campo dell’allegoria; anche sotto la sua influenza, nei circoli artistici romani, Pompeo Batoni giunge a livelli così elevati  nell’arte allegorica da consacrarne quasi i canoni di esecuzione presso tutti gli artisti contemporanei.

Il genere allegorico, il cui fine consiste nella trasmissione di concetti astratti mediante l’utilizzo di simboli e personificazioni, appare  il tramite più consono per eludere la censura imposta dai Borbone di Napoli contro la memoria della Repubblica napoletana del 1799 e dei suoi epigoni: spinti, pertanto, dall’immenso amore per Gennaro, nei primissimi anni dell’Ottocento, il duca Luigi e la duchessa Giulia commissionano ad Angelika Kauffmann la realizzazione di un quadro affinché il sacrificio del loro secondogenito sia perpetuato nella memoria dei secoli futuri.

Ecco quanto si osserva nella versione finale dell’opera, datata intorno al 1802.

In una grotta campestre, una donna in bianche vesti, simboleggiante la Pietà, stringe con mestizia la mano sinistra ad un’altra donna vestita di verde, personificazione della Speranza, che, dinanzi ad un’urna funeraria, indica a sua volta una scena che si sta svolgendo al di fuori della grotta: dinanzi ad un gruppo di cipressi,  con una falce nella mano destra,  un alato uomo anziano, personificazione del Tempo, alza un velo posto su di un antico altare per consentire ad una donna con una  bilancia nella mano destra, personificazione della Giustizia, di porre una corona di gloria sull’altare stesso.

Posta tutta la tragicità che emana da queste figure plastiche, in questa sede, è l’ambientazione in cui si svolgono le azioni ritratte nel quadro a dover essere oggetto di attenzione.

Un luogo campestre in cui sono presenti una grotta, un antico altare e dei cipressi sono tutti elementi che sono altresì presenti nella terza ed ultima parte in cui è suddiviso il componimento di Angelo Maria Ricci: un tòpos ascrivibile alla generale atmosfera neoclassica del tempo, oppure un tributo alla memoria di Gennaro Serra come ulteriore forma di ossequio verso i duchi di Cassano e verso gli sposi celebrati nella lirica, dei quali Gennaro Serra è rispettivamente fratello maggiore e zio.

La tesi che porterebbe a considerare questa corrispondenza tra il quadro della Kauffmann e il componimento del Ricci come un artificio letterario dettato da una delle suddette motivazioni, trova  una sua limitazione quando si prende in considerazione il dato che  nella stessa zona  in cui si trova  “Villa Giulia”, un’area  a cui il Ricci riconduce la presenza di diversi altari, di tombe antiche, di ruderi di un tempio dedicato alla dea romana Diana e di un monastero cenobita medievale, in  diverse occasioni, sono stati effettuati dei ritrovamenti che attestano la presenza della Civiltà Classica anche nella zona vesuviana dove attualmente sorge la città di San Giorgio a Cremano.

In un’Europa che guarda al Regno di Napoli come un’altra Roma da cui attingere una nuova conoscenza del Mondo Antico, la presenza di reperti archeologici è di certo un motivo più che sufficiente per spiegare l’acquisto di una villa che dista poco meno di un chilometro dal palazzo di famiglia porticese.

Anche in questo caso il componimento poetico del Ricci, riportando alla luce l’esistenza di realtà rimaste nell’oblio per lunghissimo tempo, arricchisce di nuovi elementi la storia del quarto duca di Cassano e della sua famiglia. È estremamente probabile infatti che Luigi Serra sia spinto all’acquisto del palazzo di San Giorgio a Cremano anche in virtù della presenza di un “Casino” nel parco di pertinenza della villa: questo immobile dalle piccole dimensioni è utilizzato dal duca di Cassano come solitario rifugio per gli studi e, soprattutto, come biblioteca in cui collocare la parte più prestigiosa della sua biblioteca, costituita da testi antichi e da incunabili del Quattrocento e del Cinquecento.

In una lettera del 25 marzo 1805, Angelo Maria Pannocchieschi, conte d’Elci, grande erudito e bibliofilo, in perenne corrispondenza con il duca di Cassano per notizie riguardanti il mercato librario , apostrofa quest’ultimo nei seguenti termini: “«[…] in tutta l’Europa, fuori di due o tre signori di Londra, Voi siete il Cavaliere più dotto in bibliografia e forse l’unico che in questi tempi e senza appoggi abbia saputo fare una collezione, cominciandola voi solo, e portandola al segno cui è adesso».

Sulla bibliofilia e sull’interesse nei confronti delle arti provati da Luigi Serra, vi è una precisazione della massima importanza da anteporre a qualsiasi ricostruzione storica riguardante la sorte della biblioteca e della quadreria di Casa Serra sotto la sua conduzione: non un’erudizione fine a se stessa, ma un amore per la gloriosa storia di Napoli accompagna l’animo del quarto duca di Cassano nella formazione del patrimonio librario e artistico del suo casato.

In numerose missive attualmente conservate presso l’Archivio di Casa Serra di Cassano, nel palazzo napoletano di Pizzofalcone, si evince chiaramente che l’appassionata ricerca dei testi stampati nella Napoli del Quattrocento equivalga ad una raccolta di prove tangibili dell’indissolubile legame tra una condizione di nobile grandezza di Napoli ed il suo essere sede di sviluppo e di divulgazione delle arti e delle lettere.

La destinazione inglese cui è soggetta la parte più importante della biblioteca in seguito ad una prima alienazione avvenuta nel 1820, causa al duca Luigi il dolore di assistere alla distruzione del lavoro svolto durante la sua intera vita, per la sua famiglia e la su patria; la morte che lo coglie il 21 ottobre del 1825, gli risparmia di veder giungere Oltremanica  un’altra parte considerevole della sua biblioteca , giunta nelle mani del libraio inglese Robert Harding Evans nel giorno del 5 febbraio 1828.

Nuove ricerche archivistiche e bibliografiche, le cui conclusioni sono, beninteso, rimandate alla futura pubblicazione, mostrano come sia non rispettosa della realtà dei fatti quella tradizione che ha rilegato Luigi Serra di Cassano alla figura del nobiluomo i cui soli interessi sono rivolti alla sola colta erudizione, lontano da qualsiasi istanza sociale del proprio tempo, quando non contrario, addirittura, alle posizioni politiche assunte dai figli e dalla moglie.

Sono numerosi gli incarichi che il duca di Cassano assolve nell’arco di cinquant’anni per il settore politico ed amministrativo del Regno di Napoli: da Avvocato Fiscale del Regio Patrimonio di Santa Chiara a membro del Consiglio di Stato sotto i Borbone di Napoli; Ministro del Culto, membro del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Maggioraschi con i Napoleonidi.

Se è impossibile riscontrare in Luigi Serra quella cesura rivolta al ceto sociale di provenienza come avviene, invece nei suoi figli maggiori, appare sempre con maggiore chiarezza il ruolo di prim’ordine svolto dal duca di Cassano nell’opposizione all’assetto di potere filoaustriaco, per ciò contrario agli interessi del Regno di Napoli, costituto intorno alla regina di Napoli e al ministro John Acton verso gli anni ’80 del sec. XVIII.

In una lettera del 18 aprile 1800, inviata da Palermo al luogotenente e capitano generale del Regno, Francesco Maria Statella, principe del Cassaro, Maria Carolina d’Austria esprime quale giudizio ella abbia di Luigi Serra: «[…] Fra li eccettuati due si levano Medici e Cassano, […] il secondo che io credo infinitamente rio, il seduttore corruttore di quasi tutta la nobiltà non per Democrazia ma per odio furore contro i Sovrani e ministro e uomo perfido perniciosissimo, ma che non avendo nessuna vera vita in tempo di Repubblicha ( sic!) non deve essere eccettuato dal ( sic!) Indulto. Ma per ogni buona Politicha (sic!) si deve ordinare di uscire dei Stati del Re, di vendere i suoi beni, o lui o lo farà la Corte, perché mai più né lui né nissuno dei suoi, tutti infami corrotti, ci ritorni. […]».

Ancora una volta, con le loro vite, Luigi, Giulia e Gennaro Serra di Cassano pongono interrogativi, dalla cui risposta dipende il rispetto della propria dignità.

 

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