Scienza e prassi

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Scopo precipuo di coloro di coloro che vengono comunemente identificati con la “visione ricevuta” nella filosofia della scienza è portare alla luce i presunti modelli immutabili che sorreggono la pratica scientifica.

Di “oggettività scientifica” si può a loro avviso parlare nel senso che il linguaggio scientifico riesce a cogliere l’esperienza osservativa immediata, alla quale può accedere ogni osservatore imparziale.

A livello linguistico, tale esperienza può inoltre essere catturata facendo ricorso a un vocabolario in grado di evitare al massimo grado ambiguità e fraintendimenti. L’oggettività è pertanto garantita dal linguaggio della logica formale, il solo capace di evitare le ambiguità e i fraintendimenti di cui s’è appena detto.

Ne consegue che quella scientifica è una conoscenza di tipo universale e atemporale; a causa delle caratteristiche dianzi specificate, le regole metodologiche della scienza si incarnano, senza subire modificazioni significative, in epoche e contesti culturali diversi.

Dovrebbe pertanto essere evidente che il modello della visione ricevuta propone una spiegazione essenzialista del cambiamento delle teorie scientifiche. L’essenzialismo è dato dal fatto che si cerca di eliminare il fattore-tempo dalla scienza, spiegando il cambiamento delle teorie in termini puramente sincronici.

È quindi ovvio che vi sono, alla base della visione ricevuta, delle assunzioni molto forti.

Nessuno, ad esempio, è mai riuscito a dimostrare che la presenza del senso coincida con la verifica empirica, né risulta incontrovertibile il predominio della dimensione logico-linguistica su quella pratica (ossia ciò che gli scienziati fanno).

Si dà per scontato, infine, che la verità oggettiva sia realmente disponibile e possa essere comunicata tramite la costruzione di un linguaggio artificiale canonico. Ciascuna di queste assunzioni è stata revocata in dubbio da quella che oggi si suole definire la “nuova filosofia della scienza”.

Nonostante l’influenza che la visione ricevuta continua a mantenere in alcuni circoli filosofici, le tesi da essa sostenute entrarono in crisi verso la metà del secolo scorso.

Carnap, Russell e altri esponenti di spicco della filosofia scientifica del ’900 mostrano in fondo poco interesse per le problematiche del cambiamento scientifico, e ciò non è affatto sorprendente qualora si consideri l’impostazione esclusivamente logico-linguistica delle loro opere.

Un certo interesse per il problema del cambiamento delle teorie si ritrova negli scritti del neoempirista berlinese (trasferitosi negli Stati Uniti negli anni ’30) Hans Reichenbach.

Tuttavia, è con il pensiero di Popper che tale problema diventa davvero cruciale. Non a caso dal tronco popperiano nasce, tra gli anni ’50 e ’60, la cosiddetta “nuova filosofia della scienza” cui ho sopra accennato.

È opinione dell’epistemologo austriaco che scopo della scienza sia la falsificazione degli enunciati di base, e non la loro verificazione (come invece sostenevano i neopositivisti).

Ne consegue che lo scienziato deve costruire “audaci congetture” e sottoporre a severi test la sua teoria. Se quest’ultima supera i controlli e sopravvive ai tentativi volti a falsificarla, può essere accettata provvisoriamente.

E il “provvisoriamente” è molto importante, dal momento che, a suo avviso, la validità delle teorie non può mai essere stabilita con certezza.

A sua volta, una teoria che sopravviva ai tentativi di falsificazione è corroborata, dove per “corroborazione” si intende la misura in cui la teoria è effettivamente falsificabile.

E da cosa dipende il grado di falsificabilità?

Popper risponde che una teoria tanto più è falsificabile quante più informazioni riesce a fornire intorno al mondo, il che significa che gli asserti di base delle teorie devono avere il maggior contenuto empirico possibile.

A differenza di quanto sosteneva l’epistemologia neopositivista, Popper ritiene che si debba abbandonare l’induzione in quanto procedimento non giustificabile dal punto di vista razionale.

La scienza dovrebbe a suo avviso rinunciare alla speranza di produrre generalizzazioni di tipo induttivo, concentrandosi invece sul metodo per “congetture e confutazioni”.

Si noti che, a questo punto, ha ben poca importanza determinare come le teorie vengano scoperte.

Ai fini della nostra analisi, è allora importante rilevare che nel modello popperiano la scienza cessa di essere un sistema statico per diventare un’impresa dinamica in grado di modificare se stessa senza posa. In altri termini, le rivoluzioni scientifiche sono destinate a succedersi per sempre o, per dirla con il titolo dell’autobiografia popperiana, “la ricerca non ha fine”

Ovviamente, la novità dell’atteggiamento di Popper si deve sia all’abbandono del principio neopositivista di verificazione per cui un enunciato che non ha alcuna possibilità di essere verificato empiricamente è uno pseudo-enunciato privo di senso, e alla conseguente reintroduzione della metafisica nell’ambito del discorso significante, sia al superamento dell’empirismo riduzionista che caratterizza l’impostazione di fondo dei rappresentanti del Circolo di Vienna.

Non bisogna dimenticare, comunque, che tutto nasce dalla rivalutazione della dimensione pratica dell’impresa scientifica.

 

 

 

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