Perché è così arduo fermare il conflitto ucraino
In realtà siamo in presenza di un muro contro muro. Sul versante di Mosca Putin non può assolutamente accettare una sconfitta, poiché questo implicherebbe non soltanto la sua fine politica, ma anche la probabile implosione della Federazione Russa (che, tra l’altro, avrebbe conseguenze gravi anche per i Paesi occidentali). Per quanto riguarda l’Ucraina, Zelensky potrebbe cedere territori solo se fosse costretto a farlo. Per esempio se gli USA decidessero di diminuire in modo drastico il loro impegno per motivi economici e per placare i crescenti malumori del Congresso. In quel caso, tuttavia, lo stesso presidente ucraino dovrebbe affrontare l’ira dei settori ultranazionalisti divenuti sempre più potenti a Kiev. Che non esista una facile via d’uscita l’hanno capito tutti, i due contendenti e le nazioni e alleanze che li appoggiano. Naturalmente il problema principale è che, da un lato, nessuno si attendeva che gli ucraini (pur sempre con il supporto occidentale) fossero capaci di sviluppare una resistenza così efficace. Dall’altro l’esercito di Mosca ha dimostrato debolezze insospettabili, poiché molti erano ancora fermi alla potenza dell’Armata Rossa della vecchia URSS. Vi sono però altri fattori da tenere in considerazione. Innanzitutto il fatto che, negli ultimi decenni, la guerra è molto cambiata. Più che scontro tra eserciti regolari in cui il più forte prevaleva e il più debole riconosceva la sconfitta, ora è più difficile individuare vincitori e vinti. I primi si proclamano tali senza esserlo, i secondi non riconoscono la vittoria degli avversari. La guerra tende invece a diventare permanente, e da parecchio tempo nessuna grande potenza ha davvero vinto un conflitto. Sono cambiate le regole. La guerra è diventata ibrida o, per usare un termine filosofico, “post.moderna”. I più deboli, anche se sembrano sconfitti, hanno capito la tattica della “guerra asimmetrica” e continuano a combattere usando strumenti come droni, satelliti etc. Kiev e Mosca, nonostante l’apparente sproporzione delle forze, stanno proprio combattendo un conflitto di questo tipo dove una differenza tra i due schieramenti risulta essenziale. Mentre gli ucraini combattono con grande determinazione (memori, forse, dei tempi sovietici), i russi non appaiono altrettanto determinati. Si vede, infatti, che i soldati non capiscono perché siano impegnati a combattere proprio lì. Senza contare l’opposizione interna che si fa sempre più sentire. Il conflitto assume insomma una forma quasi proteiforme dove, spesso, è difficile comprendere chi prevalga in un certo territorio. Se aggiungiamo che un ruolo sempre maggiore è svolto dai miliziani ceceni di Kadyrov o da quelli (nominalmente) privati della Wagner, il quadro si complica ulteriormente. Ma non è, in fondo, una grande novità, giacché fattori simili erano comparsi anche in altri, recenti, conflitti. In conclusione, per far finire questa guerra che tanti danni sta causando alle nazioni europee, ci sono solo due strade. Quella della coercizione USA sull’Ucraina per indurre Kiev a cedere territori. In quel caso, però, occorre attendersi la continuazione della guerra da parte di Kiev sotto forma di guerriglia partigiana, nella quale gli ucraini hanno accumulato notevole esperienza anche ai tempi dell’Unione Sovietica. La seconda – che può far sorridere alcuni – è la strada invocata da Papa Francesco, il quale si è dichiarato disponibile a visitare tanto Mosca quanto Kiev per verificare ogni minimo spiraglio per un accordo. Mi rendo conto che è quasi impossibile, ma perché perdere ogni speranza? La storia ci offre esempi di uomini di pace che riescono a far terminare guerre solo appellandosi a un’autorità morale superiore.
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Si sente dire, negli ultimi tempi, che il conflitto in Ucraina potrebbe terminare presto se solo venisse privilegiata la strada diplomatica rispetto a quella militare. Indubbiamente è vero, ma occorre prima accertare quali siano gli spazi effettivi per la diplomazia.