Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Alessandrina Tambasco, una pasionaria del 1828

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Alessandrina Tambasco, bella e coraggiosa trentenne di Montano Antilia, trascorse la notte, con la madre e le sorelle, confezionando delle innocenti coccarde bianche arricciate che gli insorti avrebbero indossato per reclamare la Costituzione francese e la riduzione del prezzo del sale.

«Arrivati - scrisse il sindaco Passarelli - in duecento la notte del 30 giugno verso le ore 22, fecero suonare le campane della chiesa e il sacerdote celebrò il Te Deum e Alessandrina li festeggiò cucinando maccheroni, carne e salame che gli insorti mangiarono verso le tre.»

Sempre a Montano il 26 giugno i rivoluzionari di vari paesi si erano riuniti nella folta macchia di Piano Guglielmo, venendo fuori dopo che una pietra venne battuta per due volte.

Arcangelo Dagnino, con l’inchiostro del suo calamaio e di quello di Domenico Capozzoli, scrisse il Proclama. La prima stesura non piacque perché lunga e firmata come liberali; bisognava parlare «del popolo» e chiedere la Repubblica.

Il gesto di Alessandrina per il potere e la magistratura borbonica andava duramente punito.

La famiglia venne arrestata. Il fratello Vito, a Bosco, fu fucilato e decapitato per esporre la sua testa.

Il marito Pietro Bianchi, cancelliere comunale, in una lettera e nell’interrogatorio, si dichiarò fedele al regime e fu stato obbligato dal timore di essere ucciso.

L’8 agosto venne condannato a dieci anni di reclusione e il 3 maggio 1829 morì di malattia e di stenti nel carcere di Salerno.

Il 5 agosto 1828 Il Giornale del Regno delle Due Sicilie la infangò: era stata amante di Galotti, dal quale aveva avuto gli argenti rubati ai Bellotti a San Giovanni a Piro.

Il 25 agosto, al giudice Lanzara, disse di aver partecipato alla scampagnata nella vigna invitata dal fratello. Con la madre e le sorelle avevano portato del cibo già preparato, minestra e una pizza e vino.

Ad un segnale del fratello comparve uno sconosciuto armato «con una lunga barba». Le donne si spaventarono, Antonio Galotti la rassicurò: gli uomini armati erano «fratelli», i quali, però, prima di mangiare, temendo un tradimento, fecero assaggiare la «roba» da mangiare. La madre sessantenne Rosa Bentivenga non immaginava di incontrare gli uomini della rivolta.

Smentì la «trattativa di matrimonio» tra la figlia Nicolina e Domenico Capozzoli. Per l’accusa Alessandrina era da anni in «corrispondenza amorosa» con Galotti, aveva preparato un sontuoso pranzo per sostenere la rivolta, e la sorella Nicolina aveva cucito con «eleganza» le bandiere ed avevano applaudito Galotti alla lettura del Proclama.

Il 24 settembre furono impugnate le accuse del sindaco Passarrelli; era un nemico che voleva vendicarsi perché «colle sue laide voglie voleva attentare all’onore di Nicolina che si negò e fu minacciata».

Il 26 settembre la Commissione Militare, assolse le sorelle, e condannò Alessandrina a dieci anni di ferri, la madre a 6, che scontarono a Salerno e poi a Ponza.

Nelle sue memorie pubblicate a Parigi, Galotti denunciò che «languì» tra i ferri del carcere e i tre figli orfani erano rimasti senza madre.

Scontato con dignità e fierezza il carcere duro, ritornò a Montano.

Nel 1860, sperando che Garibaldi si recasse a Montano, preparò un pane speciale e profumato, la cui ricetta rimase segreta.

Il 6 giugno 1861 chiese la pensione di danneggiata politica per il carcere patito e «per aver contribuito alla volontà di miglioramento di Governo in quell'epoca» la sua famiglia fu distrutta e viveva grazie agli aiuti del figlio Angelo. (v. documenti allegati)

La domanda venne respinta perché non presentata in carta di bollo.

Il 14 maggio 1862, «storpia per le sofferenze politiche», ricorse contro la proposta di darle solo un sussidio, ricordando che a Ponza, assegnata in umide celle sotterrane, era rimasta storpia ad una gamba.

I figli, con il padre morto e la madre in galera, soffrirono la fame e la casa venne saccheggiata «dagli sgherri e dai favoriti dell’epoca».

Per il sindaco Angelo Bianchi la famiglia per gli avvenimenti politici del 1828 «provò tutto il rigore del passato Governo» e fu ridotta in miseria.

Nel 1878 per il prefetto non meritò la pensione di 360 lire.

Morì a Montano a 85 anni il 7 dicembre 1879. Per le sofferenze patite e la coerenza dimostrata meriterebbe un monumento. Sul portone della sua casa è murata una lapide che la ricorda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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